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Instagram non salverà il vostro blog (e in molti casi nemmeno serve)


Perché continuiamo a confondere i follower con i lettori e cosa cambia quando smettiamo di farlo

C'è un discorso che gira da anni nel mondo dei lettori e che ormai ha la consistenza di un'evidenza che nessuno si prendere la briga di verificare. 
Suona più o meno così: "I blog sono morti, ormai si legge solo su Instagram, se non sei lì non esisti."
Lo si sente nei salotti virtuali, nei corsi di "personal branding letterario", nei consigli ben intenzionati di chi pensa di sapere come si fa.

È una frase comoda. Ed è quasi sempre sbagliata.

Il malinteso si è radicato


Da qualche parte, lungo il cammino, abbiamo cominciato a confondere due cose che non sono mai state la stessa cosa. Abbiamo confuso la visibilità con il valore, l'audience con la lettura, il follower con il lettore. Sono parole che si somigliano abbastanza da poter essere usate l'una al posto dell'altra in una conversazione superficiale, e abbastanza diverse da costruire - quando le confondiamo davvero - strategie editoriali che non portano da nessuna parte.

Un follower è una persona che, in un momento qualsiasi della sua giornata, ha deciso che il tuo profilo poteva stare nella sua lista. Magari ha letto un tuo post, magari ha solo apprezzato una grafica. Magari ti ha seguita per il follow-for-follow di tre anni fa e non si è mai più accorta della tua esistenza.

Un lettore è un'altra cosa. Un lettore torna, sceglie di tornare. Apre il browser, digita il tuo indirizzo oppure clicca su un segnalibro che ha salvato due anni fa. Il lettore compie un gesto attivo; il follower, nella maggior parte dei casi, viene attraversato da te.

Cosa misurano davvero i due canali


Un blog e un profilo Instagram non sono due declinazioni della stessa cosa. Sono due strutture diverse, con regole diverse e - soprattutto - con significati diversi.

Un blog vive di chi torna. La sua salute non si misura in visualizzazioni effimere, ma in lettori che, nel tempo, costruiscono un'abitudine. Vive di SEO, cioè di quella misteriosa capacità di un articolo scritto oggi di continuare a essere trovato fra cinque anni da qualcuno che non sapeva nemmeno della tua esistenza. Vive di bookmark, di feed RSS, di lettori fedeli che non hanno mai messo "mi piace" a niente, ma sanno esattamente quando esce il prossimo articolo.

Instagram vive di chi scrolla. La sua salute si misura nell'intensità di un momento. Un reel può fare quarantamila visualizzazioni e non lasciare traccia, un carosello brillante muore in tre giorni, l'algoritmo decide cosa vedi, quando lo vedi e quanto a lungo lo vedi. Non c'è memoria, non c'è archivio realmente accessibile. C'è il flusso e basta.

Sono due metriche di esistenza diverse. La prima costruisce un rapporto, la seconda un'impressione.

Per dare un'idea concreta della distanza tra le due: nel mio caso parliamo di poco più di 9000 follower Instagram e oltre 200 mila visite mensili sul blog. Non è un'eccezione virtuosa, è la struttura di come funzionano questi due canali quando si guardano i numeri. Il blog ha una memoria lunga e un pubblico stratificato; Instagram ha una memoria corta e un pubblico mobile. Confonderli porta a strategie che lavorano contro entrambe le cose.

Perché continuiamo a inseguire la cosa sbagliata


La domanda vera, allora, non è perché Instagram sia diventato così centrale nel discorso pubblico sui libri. La domanda è perché continuiamo a credere che il numero accanto al nostro nome sia una misura di qualcosa che conta.

E la risposta, se vogliamo essere oneste, non è lusinghiera per nessuno.

Inseguire Instagram è confortante perché è misurabile in tempo reale. Pubblichi un post e nel giro di poche ore sai se ha funzionato. Like, salvataggi, commenti. È un feedback istantaneo ed è esattamente quello che il nostro cervello cerca quando è stanco, frustrato o semplicemente umano.
Il blog non funziona così. Il blog richiede pazienza, richiede di scrivere oggi un articolo che, forse, fra otto mesi, qualcuno troverà cercando su Google. Richiede di accettare che la tua più grande recensione del 2026 potrebbe essere letta nel 2029 da una donna che non sa nemmeno chi sei.

C'è una verità che facciamo fatica a dire ad alta voce: molte di non hanno smesso di scrivere nel blog perché "non funziona". Hanno smesso perché non sopportano la lentezza con cui un blog cresce davvero. Instagram dà la dopamina del riscontro immediato, il blog dà la radice. Sono due piaceri completamente diversi e ci illudiamo che il primo possa sostituire il secondo.

Non può.

Costruire un blog significa scrivere ogni settimana per qualcuno che oggi non c'è ancora. Significa accettare che il pubblico vero arriva con anni di ritardo rispetto allo sforzo. Significa rinunciare alla rassicurazione del numero che cresce in tempo reale per scommettere su una cosa che, per molto tempo, sembrerà non muoversi.

È un'operazione che richiede una certa solidità. E che, fra l'altro, non è per tutti - il che va benissimo. Ma confondere la difficoltà di farla con il fatto che non funzioni più è un errore di lettura del mondo.

La frase che cambia lo sguardo


C'è una distinzione che, una volta interiorizzata, cambia il modo in cui si guarda al proprio lavoro online. Vale la pena tenerla a portata di mano:
un follower è una persona che ti ha messo in lista. Un lettore è una persona che torna. Sono due cose diverse e nessun algoritmo trasformerà mai il primo nel secondo.
Si può ottimizzare un profilo Instagram all'infinito, si può imparare a fare i reel virali, a scrivere caption che convertono, a usare gli hashtag giusti. Tutto questo costruisce un'audience più grande. Non costruisce automaticamente un pubblico più fedele. Sono due lavori diversi e si fanno con strumenti diversi.

Il pubblico fedele si costruisce scrivendo, si costruisce nel tempo, dando alle persone una buona ragione per tornare e poi un'altra e un'altra ancora, fino a quando tornare diventa un'abitudine. Questo lavoro non si fa su Instagram. Si può fare in molti posti - un blog, una newsletter, un podcast - ma non lì. Instagram è progettato per altro.

Non è una critica al canale, è solo un riconoscimento di cosa fa e cosa non fa.

Il punto non è essere su Instagram o non esserci. Il punto è capire cosa stiamo costruendo davvero e per chi.
Perché ci sono tante voci che ti diranno come si fa la bookblogger nel 2026 e quasi tutte ti porteranno verso Instagram. Ma alla fine della giornata resta una sola domanda interessante: dei nomi che ti seguono, quanti torneranno fra un anno a leggere quello che hai scritto?

Il numero giusto, di solito, è molto più piccolo di quello che esibiamo. Ed è esattamente quello che conta.






 

Diario di Bordo - E se fosse colpa di Instagram?

 




Sintomi: ansia da lettura, stress da foto, affanno da “libro appena pubblicato” e, ultimo ma non ultimo, il tanto temuto blocco del lettore.
Cause? Potrebbero essere molteplici, ma dopo lunga e attenta riflessione e accurata osservazione dei miei colleghi blogger, direi che Instagram è il virus di cui preoccuparsi. Un virus così potente che il Covid gli spiccia casa!
E non c’è lockdown in grado di fermarlo né vaccino che possa arginarlo. Instagram esiste, ci condiziona, ci fa sentire in difetto, ci porta a compiere gesti inconsulti (tipo arrampicarci su impervie e insicure scale pur di avere l’inquadratura perfetta!) e, alla fine, ci fa cadere nel dimenticatoio dell’algoritmo che fa quel cazzo che gli pare!

Adesso mi calo nel mio ruolo di anziana (sia d’età che come blogger) e vi spiego come sia arrivata a fare queste riflessioni. Se non ve ne frega niente, cosa assolutamente lecita, ci rileggiamo alla prossima recensione! 

Quando qualcuno mi parlava di “blocco del lettore”, io lo guardavo sempre un po’ stranita, non perché non sapessi cosa fosse, ma perché, botta di culo pazzesca (ogni tanto capita pure a me!), non lo avevo mai provato sulla mia pelle! 
Poi ho aperto il blog e io, che già ero una lettrice che si potrebbe definire “forte”, ho alzato ancora un po’ l’asticella delle letture fatte. 
Il blog era uno sprone a leggere di più, a parlarvi di più libri durante il mese, e, comunque, soprattutto nei primi anni, c’era anche bisogno di postare spesso per tenerlo attivo e far sì che la gente lo scovasse in quel mare infinito che è l’internèt (leggere con accento del sud). 


E poi è arrivato Instagram… stu strunz! E inizialmente era bello, perché, oltre a leggere, potevi cimentarti nell’arte della fotografia… con risultati più o meno validi, perché mica tutti siamo la Bacci che lancia roba su un tavolo e tira fuori capolavori! 
Ma era divertente anche solo cercare gli oggetti giusti, scovare, durante la lettura, quel pezzo perfetto a richiamare la storia narrata, trovare l’inquadratura adatta… 
Ed è partito un delirio fatto di acquisto di fondali, recuperi di vecchie assi di legno, mariti chiusi in garage senza cibo né acqua finché non tiravano fuori esattamente quel pianale che serviva a noi, con le giuste misure e il giusto colore! 
Si è iniziato a parlare di feed armonici: ora è tutto un proliferare di armocromia, ma siamo state noi le prime a capire che seguire una palette (no, non quella del vigile quando il semaforo è guasto!) era esteticamente appagante! Io poi, armocromaticamente parlando, resto dell’idea che col nero non si sbagli mai! 
Ma la pacchia è durata poco e il passo dal divertimento all’ossessione è stato breve e fulmineo. E così, da un giorno all’altro, ci siamo (quasi) tutte ritrovate a chiederci perché i nostri profili non crescessero, perché le foto avessero pochi like e pochi commenti e giù a dire che “l’algoritmo è brutto e cattivo e ci penalizza”. 

Sapete qual è la verità, secondo me? Che siamo entrate in un tunnel fatto di foto a ogni costo, scatti su scatti per dimostrare che eravamo brave e in grado di “produrre contenuti” senza mai fermarci. Si è dato il via a una catena che ci voleva perfette sotto tutti i punti di vista: case sempre impeccabili, con luce perfetta e angoli verdi che la foresta amazzonica pare depressa! Ça va sans dire che dietro l’obiettivo, ci fossero panni da stirare, maglie ricoperte di peli di animali domestici, pile di piatti da lavare, ecc. 
Outfit creati appositamente per fare le storie, per abbinarsi alle copertine dei libri (sì, a quel punto qualcuno avrebbe dovuto davvero chiamare la neuro, ma non l’ha fatto!), set fotografici costantemente in mezzo ai coglioni (scusate il francese, ma qua serve); pianali di legno posizionati su tavoli da pranzo e famiglie relegate a mangiare appollaiate sulle sedie, con i piatti poggiati sulle ginocchia! Sempre che potessero mangiare, ‘sti disgraziati, perché la domanda di rito è diventata: “Questo posso mangiarlo o ti serve per la foto?”. 
E poi scatole ricolme di oggetti “ché questo in foto verrà benissimo”! Abbiamo comprato di tutto: chiavi finto - antiche, nastri di raso, fette di arance essiccate che ci son costate come un iPhone, bottoni, forbici da sarta con manici decorati… poi non sappiamo manco attaccarlo un bottone, ma son dettagli! 
Abbiamo estirpato fiori dalle piante dei vicini e raccattato foglie nei giardini delle città (pure i barboni ci hanno guardate male!). Abbiamo stracciato pagine di libri brutti per creare fondali particolari, comprato mele rosse solo perché in foto rendono meglio (sì, sto parlando di me!), rubato alle mamme zucche che non sono servite a farci i tortelli, ma sono state fotografate in tutte le posizioni possibili (ciao, Bacci!). 
Abbiamo pianificato sin nei minimi dettagli cosa postare e quando postarlo perché “il venerdì giammai, Instagram ti uccide… non postare all’ora di pranzo perché la gente non c’è, piuttosto pubblica alle 2 di notte così hai più copertura…”. Ma seriamente?! 

Pensate che sia finita qui? Ah! Che simpatici stolti che siete! Il delirio è una cosa lunga e strutturata! 
E quindi è partita la corsa a chi recensiva più velocemente i libri appena pubblicati e anche a chi ne recensiva di più. Un libro uscito da appena un mese veniva considerato già vecchio, roba buona per foderarci il secchiello dell’umido. Conseguenza? Su Instagram ormai si vedono sempre gli stessi quattro libri, che tutte cordialmente detestiamo! 

E poi, ancora, l’ansia da prestazione: quanto leggi? Ma leggi un libro alla volta? Eh no, dovresti leggerne almeno quattro differenti! E comunque leggi troppo/troppo poco. Sì, perché se stai sulla media di un libro a settimana, allora non sei degna di definirti lettrice, ma se leggi tanto vieni guardata male perché “figurati se una persona normale può leggere così tanti libri in un solo mese”. 
E via di tutorial in cui ci viene spiegato come leggere più libri alla volta o come leggere di più e se, gentilmente, con cortesia, magari così, anche solo pour parler, si fa notare che non tutti abbiamo la stessa vita, gli stessi impegni, lo stesso tempo a disposizione… vade retro, Satana! Come osi dire che io non faccio una mazza solo perché questo mese ho letto 47 libri? 
E non azzardarti, GIAMMAI!, a dire che tu, certi libri, certi generi, proprio non ce la fai a leggerli. Che mica li stai criticando, stai solo dicendo che no, tu il romance (o il fantasy, il thriller, il distopico, lo storico, il giallo, i libri, case, auto, viaggi, fogli di giornale…) non lo ami particolarmente. Perché su Instagram ti impiccano in pubblica piazza, ma che scherziamo?! 


Ma la cosa peggiore è che tante di noi si sono sentite in difetto. E non è stata una cosa razionale e ragionata (anche perché altrimenti ci saremmo fermate prima e ci saremmo sputate in faccia da sole!): è successa. 
È successo che, pian piano, abbiamo pensato di essere sbagliate, di non essere all’altezza, di non essere in grado di poter parlare di libri. E ci siamo fatte sempre più da parte, ci siamo chiuse in gusci fatti di silenzi, di serie tv, di giochini stupidi sui cellulari… tutto purché non ci chiedessero di aprire un libro e leggere. Eh sì, perché il blocco del lettore ci ha colpite, sempre più numerose, sempre più contemporaneamente. 
Parlavamo tra noi e le frasi erano sempre le stesse: “Non ho più voglia di leggere, non ho voglia neanche di prendere un libro tra le mani. Se lo faccio divento nervosa, non sono più in grado di concentrarmi su cosa sto leggendo e lascio perdere”. 

Ed è qui che è scattato il mio personale campanello d’allarme: quando mi sono ritrovata catapultata dentro queste sensazioni e queste parole, quando i libri si sono trasformati da compagni fedeli a nemici pericolosi. Quando i pomeriggi in poltrona non erano più fatti di tè caldo, copertina e un libro tra le mani, ma di iPad e giochi cretini. Quando le serate in cui faticavo a prendere sonno, non venivano più risolte dal “leggo un capitolo e poi un altro ancora”, ma da infinite maratone di serie tv. 

Instagram mi ha fatto sentire una lettrice sbagliata: una di quelle che non corre dietro al numero dei follower, ai post numerosi e all’ora giusta, ai libri che tutti spacchettano, alle caption che devono dirti tutto in 2500 caratteri perché “io mi scoccio a leggere roba lunga” (ma vaffanculo, ma di cuore te lo dico: V-A-F-F-A-N-C-U-L-O!!!). Ma io di secondo nome faccio Logorrea, oh Santa Lallina! Sapete quanti caratteri ha questo articolo che state leggendo? Più di 9000. NOVEMILADUECENTOCINQUANTACINQUE!!! (Se avete letto sino a qui, potete aggiungere un libro su GoodReads!).
Io sono una lettrice strana! Leggo poche ore al giorno, pur avendo tanto tempo libero a disposizione: il mio spazio lettura si concentra al pomeriggio, è il momento che preferisco e so che potrei leggere molti più libri, ma non voglio farlo! Voglio leggere quello che voglio e quando voglio, che si tratti di un libro appena pubblicato o di uno “vintage”! 
E leggo un libro alla volta, perché sono anziana e i neuroni mi si impicciano già così, figurarsi se dovessi tenere la fila di più trame alla volta! 
E poi ci sono volte in cui mi viene voglia di scattare 30 foto diverse in un pomeriggio solo e altre in cui, invece, pure la fototessera per la patente mi crea insofferenza. 

Sono fatta male? Forse sì. Ma forse è solo colpa di Instagram!