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La Libridinosa manda a quel paese chi si lamenta che le sue recensioni non funzionano sui social


Luglio.

Caldo. Afa. E sui social - puntuale come l'anticiclone africano - il lamento.

"Ho pubblicato una recensione e non l'ha vista nessuno."
"L'algoritmo penalizza i contenuti lunghi."
"Ho scritto duemila parole su questo libro e ho fatto tredici like."
"Non capisco, il contenuto era ottimo."

Fermi.
Tutti fermi.

Respiro.

Prima questione: cos'è una recensione


Voglio che ci mettiamo d'accordo su una cosa prima di procedere, perché ho l'impressione che ci sia una piccola grande confusione terminologica che sta alla base di tutto il problema.

Una recensione è un testo critico: ha una tesi, argomenta, analizza lo stile, la struttura, i personaggi, le scelte narrative dell'autore. Mette il libro in un contesto. Esprime un giudizio motivato - non un'emozione, un giudizio - e lo difende con strumenti letterari.

Una recensione è una cosa difficile da scrivere bene. Ci vuole tempo, competenza e una certa dose di coraggio intellettuale, perché significa esporsi con un'opinione che qualcuno potrebbe non condividere.

Ora... Quello che vedo nel Bookstagram e nel BookTok - e lo dico con tutto l'affetto del mondo, giuro, affetto vero - non è sempre una recensione.

È spesso qualcos'altro.

È "questo libro mi ha distrutta."
È "non riuscivo a smettere di piangere."
È "cinque stelle perché il protagonista mi ha guardata negli occhi attraverso le pagine."
È la foto del libro accanto a una candela con scritto sopra "atmosfera autunnale" in corsivo.

Queste sono cose bellissime, per carità. Sono testimonianze, reazioni, sono la prova che un libro ha toccato qualcosa in una persona reale e questo ha un valore enorme.

Ma non sono recensioni.

E se non sono recensioni, il problema del reach non è un problema dell'algoritmo.

Seconda questione: l'algoritmo


Ah, l'algoritmo.

Il grande nemico. Il mostro invisibile. Il responsabile di tutto - del reach basso, della scarsa visibilità, del fatto che quel contenuto bellissimo che hai pubblicato alle undici di martedì sera non l'ha visto quasi nessuno.

Posso dirvi una cosa sull'algoritmo?
Non sa leggere!

L'algoritmo non sa se la tua recensione è brillante o mediocre, profonda o superficiale, originale o la copia carbone di altre duemila recensioni dello stesso libro pubblicate la stessa settimana. L'algoritmo sa solo se le persone si fermano, guardano, interagiscono, restano.

E le persone si fermano su quello che le colpisce.

Quindi, quando dici "l'algoritmo penalizza i contenuti lunghi", quello che stai dicendo in realtà è "le persone non si sono fermate abbastanza a leggere quello che ho scritto". E questa è un'informazione preziosa - molto più preziosa della colpa scaricata su un sistema informatico che, ribadisco, non sa leggere.

L'algoritmo non ce l'ha con te.
L'algoritmo è indifferente.

E l'indifferenza, credetemi, è molto più istruttiva dell'ostilità.

Terza questione: il contenuto ottimo


"Il contenuto era ottimo."

Questa mi fa impazzire. Mi fa impazzire con tenerezza, sia chiaro - non con cattiveria - ma mi fa impazzire.

Chi ha stabilito che il contenuto era ottimo? Tu!

Hai scritto il contenuto, hai deciso che era ottimo, l'hai pubblicato e quando il pubblico non ha confermato la tua valutazione, hai concluso che il problema era altrove.

Ora, esiste la possibilità - remota, improbabile, quasi fantascientifica - che il contenuto non fosse ottimo?
Che fosse, che so, nella media? Discreto? Buono ma non indimenticabile? Uno dei duemila contenuti identici pubblicati quella settimana sullo stesso libro con la stessa copertina fotografata dallo stesso angolo con la stessa tazza di tè a fianco? 

Io scrivo di libri da tredici anni. Tredici. Ho una laurea in umiltà conseguita sul campo, pagata a caro prezzo in termini di traffico, commenti e domeniche passate a chiedermi perché un pezzo sul quale avevo lavorato una settimana aveva fatto meno click di una foto di Vani che dormiva sul divano.

E la risposta, quasi sempre, era una sola: potevo fare di meglio.

Non l'algoritmo, non il giorno o l'ora sbagliati.

Io. Potevo fare di meglio.

Quarta questione: BookTok, Bookstagram e il grande equivoco


Parliamoci chiaro una volta per tutte.

BookTok e Bookstagram sono piattaforme di intrattenimento. Non sono riviste letterarie né supplementi culturali. Non sono luoghi dove il pubblico arriva con la matita in mano pronto ad approfondire.

Sono luoghi dove le persone scorrono veloce, cercando qualcosa che le fermi e se le fermi hai venti secondi - forse trenta se hai fatto qualcosa di davvero interessante - per convincerle a restare.

In venti secondi non si fa letteratura, si fa comunicazione.

E la comunicazione ha regole diverse dalla letteratura. Ha regole diverse dalla critica e dalla recensione classica.

Questo non significa che su queste piattaforme non si possa dire nulla di intelligente - si può, eccome. Significa che bisogna imparare il linguaggio del mezzo e capire come funziona prima di lamentarsi che non funziona.

Chi va su BookTok aspettandosi di fare la stessa cosa che farebbe su un blog e ottenere gli stessi risultati, sta confondendo uno Spritz con un Barolo. Sono entrambe bevande. Finisce lì.

Quindi


Se la tua recensione non ha reach, ci sono esattamente tre possibilità.

Prima possibilità: non è una recensione, è una reazione emotiva. Le reazioni emotive funzionano benissimo sui social - ma funzionano in un altro modo, con un altro linguaggio, con un'altra strategia. Imparala.

Seconda possibilità: è una recensione, ma è uguale ad altre duemila recensioni dello stesso libro. Il problema non è l'algoritmo. È la differenziazione. Cosa dici tu che non dice nessun altro? Perché dovrei fermarmi sul tuo contenuto e non su quello di qualcun altro?

Terza possibilità: è una recensione ottima, originale, ben scritta e semplicemente non ha ancora trovato il suo pubblico. Questo succede. Succede ai blog, succede ai libri, succede agli articoli di critica letteraria pubblicati su testate serissime. Il buon contenuto non garantisce visibilità immediata. Garantisce, nel tempo, una reputazione. E la reputazione vale più dell'algoritmo.

In tutti e tre i casi, la soluzione non è lamentarsi.
La soluzione è lavorare.

Conclusione, con affetto invariato


Quindi no.

Non ho simpatia per il lamento sul reach. Non perché sia insensibile - sono sensibilissima, chiedetelo a chiunque mi conosca davvero - ma perché il lamento sul reach è energia sprecata che potrebbe andare a migliorare il contenuto successivo.

Su questo blog scrivo di libri da tredici anni. Non ho smesso quando i numeri erano più bassi, non ho mai pensato che il problema fosse l'algoritmo. Ho pensato, ogni volta, che potevo fare meglio e ho provato a farlo.

E quando Vani che dorme sul divano fa più click della mia recensione su Strout, rido. E poi scrivo una recensione migliore.

Perché i libri lo meritano.
E voi che leggete, ancora di più!

Laura