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Le recensioni negative fanno paura. Ma la colpa non è dei libri


Sull'ennesima polemica Instagram che divide i booklovers e sul perché la vera fedeltà è verso chi legge e non verso chi pubblica


C'è una cosa che ho imparato in tredici anni di blog: quando scrivi qualcosa che non piace a qualcuno, quella persona non te lo dice in privato. No no! Viene a dirtelo in pubblico, sotto al post, con la stessa energia di chi ha aspettato l'autobus per quaranta minuti sotto al sole cocente di agosto e finalmente si siede accanto a qualcuno con cui sfogarsi.

È successo qualche giorno fa. Ho pubblicato la mia recensione de La portinaia del 17, un libro che non mi è piaciuto. Non tiepidamente, non con riserva. Proprio non mi è piaciuto. L'ho scritto, come faccio sempre, senza finzioni e senza il cuscinetto di eufemismi che ormai è diventato il vocabolario ufficiale del bookstagram italiano.

E qualcuno, puntuale come un Apple Watch con il vizio della lite, è venuto a commentare per dirmi che pubblico solo recensioni negative, che stronco tutto, che sono negativa io stessa. Che forse dovrei scegliere libri migliori, addirittura mi ha chiesto perché io continui a leggere dato che non mi piace nulla. La cosa straordinaria è che non stava parlando con me: stava recitando, per un pubblico immaginario che avrebbe dovuto darle ragione. Per fortuna, quel pubblico ha risposto nel modo sbagliato... ma sbagliato per lei! Molte lettrici hanno detto la cosa ovvia: le recensioni negative vanno pubblicate. I lettori hanno diritto di sapere.

Ma questa storia non è nuova. È l'ennesima puntata di una serie che va avanti da anni e forse vale la pena parlarne (ancora) con calma - o con l'ironia che merita, che poi è la stessa cosa.

Il problema non è chi scrive recensioni negative. È chi non le scrive.


Proviamo a fare un giro su Instagram in una qualsiasi mattina: libri meravigliosi, imperdibili, che hanno cambiato la vita di chi li ha letti, commosso, emozionato, illuminato più di questo sole di agosto che ci sta bruciando tutti! Scrittori strabilianti, penne straordinarie, storie che restano nel cuore, "ommioddio ommioddio ho trovato il libro della vita" ripetuto ogni cinque libri. Ogni libro è un capolavoro. Ogni lettura è un'esperienza straordinaria.

Ora: siete sicuri che tutti i libri pubblicati in Italia ogni anno siano davvero capolavori? Perché io qualche dubbio lo ho!

Il mercato editoriale italiano sforna titoli a un ritmo che neanche io con le pizze in pieno lockdown. In questo contesto, noi bookqualcosa dovremmo fare una cosa precisa: aiutare i lettori a orientarsi. Invece, spesso, funzioniamo come una vetrina dove tutti i manichini sembrano bellissimi e si esce dal negozio con tre borse e zero pentimenti. Fino a quando si arriva a casa e ci si rende conto che non ci sta bene niente.

La recensione negativa non è un atto di cattiveria, ma di rispetto verso chi sta per spendere venti e più euro e alcune ore della propria vita. Verso chi si fida di noi perché ogni tanto diciamo anche che qualcosa non ha funzionato.

L'amico che dice sempre sì non è un amico


C'è un tipo di persona che tutti conosciamo: quella che non ti dice mai una cosa scomoda, che trova sempre il lato positivo. Che quando le mostri un nuovo taglio di capelli discutibile, risponde "stai benissimo" con la stessa convinzione con cui direbbe "certo che stai bene" se le mostrassi un referto medico allarmante.

All'inizio sembra una persona meravigliosa. Poi capisci che in realtà non ti sta parlando, sta solo riflettendo le tue insicurezze su uno schermo compiacente.

Il bookqualcosa che dice sempre sì funziona esattamente così. È rassicurante, carino, fa sentire tutti al sicuro, ma non ti è utile. Non ti dice quando un libro ha un secondo atto che crolla o quando i personaggi sono piatti come tovaglioli di carta, quando la prosa è così gonfia da rallentare qualsiasi ritmo narrativo. Non ti dice niente di tutto questo perché ha paura. O peggio, perché ha qualcosa da perdere.

E qui arriviamo al punto vero.

Le case editrici, le collaborazioni e l'elefante nella stanza


Diciamolo chiaramente e senza giri di parole: una parte consistente del silenzio sulle recensioni negative dipende dalle collaborazioni con le case editrici. Non è un segreto, non è nemmeno una colpa, in astratto - lavorare con i propri canali professionali è legittimo.
Il problema è quando quella collaborazione smette di essere un accordo professionale e diventa un vincolo invisibile che cambia quello che scrivi o, meglio, quello che non scrivi più.

Io non collaboro più da tempo - salvo casi veramente eccezionali e, spesso, mi interfaccio direttamente con gli autori. Ho ricevuto libri da uffici stampa per anni e ho scritto recensioni negative di libri ricevuti in questo modo, perché la mia fedeltà non è mai stata verso chi mi ha mandato il libro, ma verso chi mi legge. Se questo mi ha fatto perdere qualche rapporto - e sì, me ne ha fatti perdere - pazienza! Ho dormito bene lo stesso, anzi ho dormito anche meglio!

Non sto dicendo che tutti debbano fare come me. Ognuno gestisce il proprio lavoro con i propri criteri, ma esiste una differenza sostanziale tra scegliere di non recensire un libro che non ti è piaciuto - il che è legittimo - e recensirlo fingendo che ti sia piaciuto. La prima è una scelta editoriale, la seconda è una paraculata. E una paraculata rimane una paraculata!

La critica letteraria non è il servizio di pubbliche relazioni dell'editoria


Uno degli argomenti che sento più spesso a difesa del "parliamo solo bene" è che criticare un libro significa criticare il lavoro di persone reali. L'autore, l'editor, il grafico, il team marketing. Persone che ci hanno messo mesi, anni, a volte una vita intera.

È vero. Ed è vero anche che chi scrive merita rispetto, sempre. Una stroncatura che attacca la persona anziché il testo è sbagliata, punto. Ma recensire un libro non significa recensire l'autore come essere umano. Significa mettere in relazione quel testo con il lettore, con onestà.

La critica letteraria esiste da secoli proprio perché qualcuno ha deciso che era necessario dire: questo funziona, questo non funziona ed ecco perché. Sono stati criticati Manzoni, Svevo, Buzzati - scrittori che oggi consideriamo pilastri. Non per questo sono diventati meno bravi, anzi...

Se ogni recensione fosse un abbraccio, la critica letteraria non sarebbe mai esistita. E la letteratura, probabilmente, sarebbe molto più piatta di quello che è.

Cosa vuol dire amare davvero i libri


Quando le persone vengono a dirmi che sono troppo severa o che stronco tutto, mi fermo sempre un attimo a pensare. Non perché mi metta in dubbio - davvero, non potete pensare che io lo faccia - ma perché trovo interessante la premessa implicita: amare i libri significherebbe trovarli tutti belli.

Ma io ho una biblioteca di oltre mille volumi letti. So cosa significa un libro che ti cambia qualcosa dentro, conosco la differenza tra una storia che resta e una che evapora nel giro di una settimana. Ho quella sensazione fisica - sì, fisica - di un romanzo che funziona davvero: qualcosa che si stringe nello stomaco verso pagina trenta e non ti molla più.

Quando un libro non mi dà questo, lo dico. Non perché voglia fare la difficile, ma perché ho rispetto per quella sensazione e non voglio svilirla fingendo che si prova con qualsiasi cosa.

Amare i libri non significa essere indulgente con tutti. Significa sapere cosa vuol dire quando uno è davvero buono e quindi saper riconoscere quando uno non lo è.

Una cosa, alla fine


C'è un'ultima cosa che voglio dire a chi mi ha accusata di pubblicare solo recensioni negative e a chiunque pensi che la generosità consista nel tacere quando qualcosa non funziona.

Pensate all'amico più onesto che avete, quello che vi ha detto una volta una cosa scomoda, che sul momento vi ha fatto male e che poi avete capito avere ragione. Quell'amico vi vuole bene davvero.

Poi pensate a chi vi dice sempre che state benissimo.

Ecco, il libro che merita il vostro tempo non ha bisogno di essere protetto dalla mia recensione. Ha bisogno di trovare chi lo legge davvero. E io, da tredici anni, sto cercando di fare esattamente questo. 

Non recensisco libri, faccio da specchio ai lettori. E gli specchi non mentono - semmai non piacciono.

Laura

Il mistero delle recensioni negative scomparse: piccole verità sul mondo dei libri

Perché nei social letterari quasi tutti i libri risultano sempre "interessanti"? Un viaggio ironico tra bookblogger, editori e recensioni negative

Nel mondo dei bookblogger e dei social letterari succede una cosa curiosa: le recensioni negative sembrano essere sparite.
Non perché i libri brutti non esistano.
Ma perché spesso non vengono raccontati.

Scorri Instagram, leggi qualche blog di libri, dai un'occhiata alle recensioni online... e il panorama editoriale appare come una specie di paradiso terrestre.

Romanzi emozionanti.
Libri intensi.
Storie "non perfette, ma molto interessanti".

Quasi tutto è almeno piacevole.
Eppure chi legge molto lo sa benissimo: non è possibile.

Perché i libri sono come qualsiasi altra cosa al mondo: alcuni sono bellissimi, alcuni buoni, altri medi.
E alcuni sono, diciamolo serenamente, decisamente brutti!

E allora nasce una domanda che mi accompagna da anni: che fine hanno fatto le recensioni negative dei libri?

Il mito: nei social letterari quasi tutti i libri sembrano buoni

La versione ufficiale della faccenda è molto elegante.

I bookblogger amano i libri.
E proprio per questo parlano soprattutto di quelli che meritano.

Quando un romanzo non funziona, si preferisce non recensirlo.
Per rispetto verso l'autore, per evitare polemiche, per mantenere uno spazio positivo.

E poi c'è una frase che negli anni è diventata una specie di formula magica dei social letterari: 
"Non ho gli strumenti per criticare negativamente un libro."
E qui, ogni volta, mi fermo un attimo... gli strumenti...

Questa cosa degli strumenti mi affascina sempre molto!
Perché mi chiedo: quali sarebbero esattamente questi strumenti?
Un microscopio? Un bisturi? Una laurea in chirurgia letteraria?

Perché, da quello che ricordo, per scrivere una recensione servono più o meno da sempre gli stessi attrezzi: una tastiera e uno schermo oppure, se siete vintage come me e La Bacci, carta e penna!

Chi legge molto sa che non può essere vero

Chi legge tanto lo sa: nel mondo dei libri esistono romanzi buoni e romanzi mediocri. 
E poi esistono anche i libri brutti!

Brutti nel senso più semplice del termine: scritti male, confusi, prevedibili, noiosi, inutilmente lunghi.

Fa parte del gioco: la letteratura funziona così.

Eppure, se guardiamo i social letterari, sembra che questi libri non esistano più. Sono spariti. Evaporati. Puff!
Probabilmente si sono trasferiti su Marte insieme ai calzini scomparsi in lavatrice.

Perché online troviamo soprattutto libri interessanti, piacevoli, consigliati, coinvolgenti, IM-PER-DI-BI-LI!

A un certo punto uno si chiede: ma davvero nel mondo editoriale contemporaneo il 98% dei libri è buono?
Spoiler: no!

Perché i bookblogger evitano le recensioni negative

Il punto, però, non è che i bookblogger mentano.
La questione è molto più umana: il mondo dei libri online è profondamente relazionale.

Il peso delle relazioni con editori e uffici stampa

Dietro ogni libro ci sono persone: autori, editor, uffici stampa, case editrici.

E quando si entra in questo ecosistema - anche solo un po' - succede qualcosa di molto normale: si creano relazioni.

Ti mandano un libro, ti scrivono una mail gentile, ti invitano a un evento.
E allora, scrivere una recensione negativa non è più solo un giudizio su un libro.
Diventa anche criticare il lavoro di qualcuno, esporsi pubblicamente e rischiare di incrinare un rapporto.

Quando il silenzio diventa la vera recensione negativa

Così nasce una soluzione molto elegante: non si mente e non si finge che il libro sia meraviglioso.
Si fa una cosa molto più semplice: si tace.
Il libro sparisce.

Nessuna recensione, nessun post, neanche una storia al volo.
Come se non fosse mai esistito.

Ed ecco spiegato il grande mistero: nel mondo dei social letterari, la recensione negativa più diffusa non è una recensione.
È il silenzio.

La verità scomoda sulle recensioni negative dei libri

Chiariamo subito una cosa: ognuno gestisce i propri spazi come meglio crede.

Blog, Instagram, TikTok... siamo in democrazia (o almeno dovremmo esserlo, anche se ogni tanto qualche dubbio viene).
Se qualcuno preferisce parlare solo dei libri che ama, va benissimo.
Davvero.

Il problema nasce quando questa scelta viene raccontata come una specie di purezza critica.
Come se per scrivere una recensione negativa servissero competenze esoteriche.

La verità, molto meno epica, è spesso un'altra: nel mondo dei bookblogger si parla poco dei libri brutti perché - diciamolo senza troppi giri di parole - è più comodo tenersi buoni gli uffici stampa.

Per non perdere collaborazioni, per non creare attriti, per restare nella zona tranquilla del consenso.

Io, invece, il patto l'ho fatto coi miei lettori: verità e onestà.
Sempre.
Questo significa anche una cosa molto pratica: non leggo libri che non ho voglia di leggere anche se arrivano dagli editori.

E se un libro non funziona?
Lo scrivo.
E sì, lo ammetto senza alcuna dignità letteraria: mi diverto un botto!

Perché una recensione negativa, quando è onesta e argomentata, non è cattiveria.
È libertà.

E anche - diciamolo - una delle cose più divertenti che si possano scrivere nel mondo dei libri!

Una domanda ai lettori

E allora la domanda che mi faccio da anni è questa: se nei social letterari quasi tutti i libri risultano sempre almeno interessanti o piacevoli o consigliabili, forse il punto non è che i libri brutti non esistano.

Forse il punto è che non vengono raccontati.

Per questo sono curiosa di sapere una cosa da voi: quando seguite un bookblogger che non parla mai male di un libro, vi fidate davvero delle sue recensioni?
Oppure vi è mai capitato di pensare che, forse, il silenzio sia la recensione più chiara di tutte?