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Le ultime chiacchiere

'Le notti di Salem' di Stephen King: il romanzo in cui la città è il mostro

Stanza 1 • Il terrore puro - Romanzo numero 2 • 1975


Vale la pena leggerlo? Sì. E se lo stai rimandando perché pensi di sapere già com'è fatto un romanzo di vampiri, è esattamente per questo che devi leggerlo.
Fa per te se vuoi che un libro ti faccia sentire davvero a disagio - non per una scena, ma per un'atmosfera che si insinua lentamente e non te ne accorgi finché non è già dappertutto.
Lascialo perdere se cerchi trama compatta e ritmo serrato; King costruisce una città intera prima di lasciarti sentire l'odore del sangue e questo richiede una pazienza che non tutti hanno.


Salem's Lot non fa paura perché c'è un vampiro. Fa paura perché il posto dove vive è già marcio prima che lui arrivi.

È questo il punto. È la cosa che King capisce - e che molti lettori non formulano esplicitamente, ma lo sentono durante la lettura, in quel disagio diffuso che accompagna anche le pagine all'apparenza più tranquille. Jerusalem's Lot è una cittadina del Maine come tante, con i suoi negozi, le sue chiacchiere, i suoi scheletri negli armadi. Il vampiro non porta il Male: lo rende visibile. Il che è, francamente, molto peggio.

La storia in breve


Ben Mears torna a Salem's Lot, la città della sua infanzia, con l'intenzione di scrivere un libro. La Marsten House - una villa abbandonata che incombe sulla cittadina da decenni - ha su di lui una presa irrazionale, quasi fisica. Nel frattempo qualcuno affitta quella casa. Il nuovo inquilino si chiama Kurt Barlow e, dietro di lui, la città comincia a cambiare. Piano. Quasi impercettibilmente. Fino a quando non è più possibile ignorarlo.

Ben non il protagonista, però. Non davvero. Il protagonista di questo romanzo è Salem's Lot - ogni strada, ogni facciata illuminata nella notte, ogni abitante con la propria storia, il proprio peccato, la propria piccola paura quotidiana. 

Come funziona la paura in questo libro


Nelle prime note su questo romanzo avevo appuntato che King costruisce la paura cellula dopo cellula. E più ci ripenso, più mi sembra ancora la descrizione più onesta. Non è la paura che arriva da una scena, da una creatura che compare all'improvviso. È quella che si accumula strato su strato, finché non ti rendi conto di avere una certa tensione alla bocca dello stomaco da cento pagine almeno - senza riuscire a dire esattamente quando è iniziata.

Funziona perché King lavora prima sulla credibilità del luogo. Jerusalem's Lot esiste nella mente del lettore in modo così concreto da diventare quasi claustrofobica. Le strade, i negozi, le case, i pettegolezzi: tutto costruisce un organismo vivente che il lettore conosce prima che succeda qualcosa di soprannaturale. Quando il Male arriva, lo fa su un territorio già abitato affettivamente. E perdere quel territorio - quella familiarità, quella quotidianità - è il vero orrore del libro.

Le descrizioni, che so bene essere la croce di chi preferisce una lettura più spedita, qui non sono decorative. Sono il lavoro strutturale fondamentale: King sta costruendo qualcosa da distruggere e deve farlo in modo che la distruzione faccia male.
Tutt'intorno la bestialità della notte si libra su ali tenebrose. È venuta l'ora dei vampiri.
Questa frase - che King piazza con un tempismo perfetto - è il momento in cui le due metà del romanzo si saldano. La città che abbiamo imparato a conoscere e la notte che la consuma. Non è horror di scena: è horror di atmosfera. La differenza è enorme. 

I personaggi: chi regge e chi no


Ben Mears funziona soprattutto nelle prime pagine, quando il suo legame viscerale con Salem's Lot è ancora al centro. Poi King lo sposta consapevolmente in secondo piano - e questa è una scelta, non una dimenticanza. Salem è la vera protagonista; tutto il resto, Ben compreso, è contorno. Una volta accettato questo, il personaggio smette di sembrare un protagonista mancato e diventa quello che è: il testimone necessario.

Kurt Barlow spaventa. Devo dirlo senza giri di parole: spaventa. Non è Dracula - e non solo perché King lo sa benissimo e ci gioca, mescolando vampiri slavi, Nosferatu e cinema Universal in qualcosa che non ha un solo modello preciso. Barlow spaventa perché compare pochissimo. È più assenza che presenza, più minaccia diffusa che creatura definita. Non irrompe nelle scene: le precede. Arriva quando la città è già cambiata, quando il terrore si è già depositato su ogni cosa e la sua comparsa non è un'esplosione ma una conferma - quella peggiore, quella che speravi di non dover ricevere. King costruisce un antagonista che funziona soprattutto nel vuoto che lascia intorno a  sé e questo è un tipo di orrore molto più difficile da scrivere di quanto sembri.

Padre Callahan è il personaggio più riuscito del romanzo. Il suo vacillare nella fede proprio nel momento in cui ne avrebbe avuto più bisogno - quando la croce che impugna perde forza perché è lui, dentro, a perdere la certezza - è il culmine di tutto. King sovverte qui completamente la tradizione: in Stoker gli oggetti sacri funzionano da soli, quasi meccanicamente. In King la croce è uno specchio: rivela chi la tiene. E Callahan non regge quello sguardo.

È una delle intuizioni più moderne dell'intero romanzo. Non a caso King tornerà su questo personaggio per anni, portandolo nella Torre Nera, trasformando il suo fallimento a Salem's Lot nel primo capitolo di un lungo itinerario di espiazione. Chi legge Le notti di Salem oggi ha il privilegio delal prospettiva: sa che Callahan non finisce qui. Ma anche senza saperlo, si percepisce che questo personaggio è troppo ingombrante per chiudersi in un solo libro.

Mark Petrie, il bambino, è il personaggio che mi ha convinta meno. King ci ha abituati, negli anni, a bambini capaci di reggere l'orrore più profondo - e Mark anticipa quella tradizione. Il problema è che a tratti risulta eccessivamente adulto: reagisce con una lucidità e una rapidità cognitiva che sembrano appartenere più a un adulto che a un ragazzino. Il dossier critico suggerisce che sia questa la sua funzione narrativa precisa - il bambino come "eroe epistemologico", capace di accettare la realtà senza le difese cognitive degli adulti - e la lettura è stimolante. Ma la credibilità emotiva del personaggio resta, per me, la più fragile del romanzo.

Lo sguardo di Roby


Le notti di Salem è stato il mio terzo King - dopo It e Carrie - e mi ha fatto capire perché King, grazie a questo romanzo, sia stato definito lo scrittore dell'orrore.

C'è una differenza strutturale tra i tre libri che ho letto nell'ordine sbagliato, ma che rileggendo adesso vedo con più chiarezza. Carrie è un romanzo sull'orrore del reale - il bullismo, l'ossessione religiosa, la violenza che nasce da dentro. It è un romanzo sull'orrore dell'infanzia e della memoria. Le notti di Salem è un romanzo sull'orrore in senso canonico: deve far paura al lettore e ci riesce. Non lascia molto spazio ad altre letture parallele, non parla molto d'altro sotto la superficie - o meglio, parla anche d'altro, ma l'orrore è primario, è il fine, non il mezzo. Ed è esattamente per questo che funziona: King non si vergogna di voler terrorizzare. E quando non si vergogna, riesce.

Chiudo così


Alla fine del romanzo Barlow è sconfitto. Il lettore non prova nessun senso di vittoria.

Jerusalem's Lot è perduta - non solo le persone, ma la fiducia, la quotidianità, quella cosa fragile e imprecisa che chiamiamo comunità. Non può essere ricostruita. Entrare a Salem's Lot vuol dire respirarne il fetore, guardare le finestre illuminate nella notte buia e capire di voler scappare il più in fretta possibile. Il fatto che alla fine si riesca a uscirne non cambia quasi nulla. Il posto ti rimane addosso.

Lo zio Steve lo sa benissimo.

Letture correlate


Se Le notti di Salem ti ha convinta o se vuoi capire meglio come funziona la paura costruita strato su strato, leggi anche:
  • La saga di Blackwater di Michael McDowell - un'epopea gotica ambientata in una piccola comunità del Sud americano, in cui il Male si nasconde nelle pieghe di una famiglia e di un luogo per generazioni. La stessa idea di fondo: non è il mostro a fare paura, è il posto in cui vive.
  • Dracul di Dacre Stoker - il prequel di Dracula di Bram Stoker scritto dall'erede della famiglia. Perfetto da leggere dopo Le notti di Salem, per capire da dove parte la tradizioen che King ha smontato e rimontato a modo suo.
  • La tredicesima storia di Diane Setterfield - un romanzo gotico costruito sull'atmosfera, sui segreti di una famiglia e sul potere dei luoghi di conservare memorie che non vogliono morire. Il ritmo è lento, deliberato e quella lentezza è esattamente il punto.
Laura

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