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Vinted, i prezzi e il collezionismo di libri: e no, non è tutto la stessa cosa

foto creata con IA

Speculare su un bestseller appena uscito e vendere una prima edizione rara a prezzo di mercato non sono la stessa cosa. Eppure il bookstagram sembra convinto del contrario.


C'è una cosa che ho imparato in questi anni da blogger: la community dei lettori è generosa, appassionata e capace di cose meravigliose. Ha anche, però, una tendenza particolare a indignarsi in modo orizzontale, cioè a trattare situazioni completamente diverse come se fossero la stessa cosa, con la stessa intensità, lo stesso tono da manifesto rivoluzionario. Il tutto nei commenti di un reel su Instagram, che è il posto più adatto per le rivoluzioni culturali del nostro tempo.

L'episodio di questo sport è quello a cui ho assistito qualche settimana fa e riguarda Vinted.

Partiamo dal problema vero, che esiste


Non mi piace essere ingiusta. Quindi diciamolo chiaramente: sì, su Vinted ci sono prezzi assurdi e la lamentela dei lettori ha una base concreta.

Max, Mischa e l'offensiva del Tet di Philipp Wilms (pubblicato da Sellerio da meno di due mesi, disponibile in ogni libreria online e fisica, prezzo di copertina 28 euro) si trova su Vinted anche a 50 euro. Cinquanta. Non perché sia introvabile, non perché sia fuori catalogo da trent'anni. Ma perché è diventato virale su Instagram e qualcuno ha pensato bene di monetizzare la cosa.

Questo è opportunismo. È speculazione su un libro comune, reperibile, nuovo di zecca. È la stessa logica dei biglietti dei concerti rivenduti a tre volte il prezzo, solo applicata ai libri, il che è più triste perché i libri non ci si aspetta di trovarli al bagarinaggio. E chi compra a quelle cifre quando potrebbe ordinarlo normalmente... capisco, son soldi suoi, non mi permetterei di giudicare. Ma un po' mi fa venire voglia di mandargli una cartina con la sezione "librerie" di Google Maps evidenziata in giallo.

Fin qui, siamo d'accordo. Critica giusta, sdegno legittimo.

Poi però ho letto quel commento


Ed è qui che la cosa si complica.

Tra i post indignati ho trovato uno screenshot: una delle prime edizioni di It di Stephen King in vendita a 40 euro. E l'utente che scrive, con la sicurezza di chi non ha nessun dubbio su niente: "Ma cos'ha di speciale questo libro?"

Ecco. Mi sono fermata. Ho respirato. Ho anche contato mentalmente fino a dieci. Beh... fino a quattro: non sono mai stata un'atleta della pazienza!

La risposta alla domanda è abbastanza semplice: ha di speciale che è una prima edizione. Una copia stampata in un numero limitato o in un anno preciso o in un preciso momento della storia editoriale di uno degli scrittori più letti al mondo. Non è "un libro che si trova anche su Amazon a 18 euro". È un altro tipo di oggetto. Appartiene a un'altra categoria. Paragonarli è come indignarsi perché una Fiat Punto del 1995 viene venduta a più di una Fiat Punto nuova dal concessionario. Le macchine sono due cose diverse. I libri, idem.

Quaranta euro per una prima edizione di It non è un furto. È un prezzo di mercato, forse basso, forse giusto, dipende dalle condizioni, dall'anno, dall'edizione specifica. Ma è un prezzo che ha una logica. Una logica che si chiama collezionismo e che esiste da molto prima che Vinted aprisse i battenti.
Piccolo segreto: quaranta euro per quell'edizione erano una grande occasione!

Cosa significa davvero collezionare libri


Io non sono una collezionista. Lo dico subito per onestà intellettuale. Compro libri per leggerli, non per averli. La mia libreria è un archivio di letture, non un museo.

Roby è un'altra storia. Lui è un collezionista nel senso vero del termine: conosce le edizioni, studia le tirature, sa riconoscere un'opera di pregio da una ristampa rilegata bene. Da anni si affida a un libraio antiquario di fiducia, uno di quelli che sanno davvero di cosa parlano.
L'ultimo acquisto, un lotto di prime edizioni dei romanzi di King che Roby mi ha regalato per la mia nota ossessione, mi ha fatto fare dei salti di gioia che non facevo dai tempi delle prime lezioni di danza! E sì, quelle prime edizioni non costano come le copie in commercio. Costano di più perché valgono di più. Non sul mercato astratto della domanda e dell'offerta. Su quello molto concreto della storia, della rarità, dell'oggetto che non si può riprodurre.

Tenere in mano una prima edizione significa tenere qualcosa che ha una biografia. È passata per mani diverse, ha una data di nascita che non cambia. Non è sostituibile con una ristampa, anche se la ristampa contiene le stesse parole.

Questo è il collezionismo, non è follia. Non è snobismo. È una forma di rispetto per gli oggetti e per la storia che portano con sé. E si può non condividere, io per prima non l'ho praticato per anni, ma non capirlo non significa che sia sbagliato.

Il punto che nessuno sembra voglia capire


La questione di Vinted non è "i libri costano troppo". La questione è che esistono due mercati completamente diversi che vivono sulla stessa piattaforma e confonderli crea una conversazione che non porta da nessuna parte.

Il primo mercato è quello dei libri comuni rivenduti a prezzi gonfiati sull'onda del momento. Lì la critica ha senso. Lì chi vende specula e chi compra cade nella trappola. È un meccanismo che fa male alla cultura del libro perché trasforma la lettura in un accessorio di tendenza, qualcosa da avere perché è virale, non perché valga la pena leggerlo.

Il secondo mercato è quello del collezionismo antiquario, che ha regole sue, prezzi suoi e una storia che non comincia con l'avvento di Instagram. Lì i prezzi possono sembrare alti a chi non conosce il settore, ma raramente sono arbitrari. C'è una stima, c'è una valutazione, c'è un mercato di riferimento. Non è Vinted che li ha inventati.

Mettere insieme le due cose e chiamarle entrambe "prezzi esagerati" è come lamentarsi che i tartufi costino troppo perché le patate sono economiche. Sono tuberi, tecnicamente. Ma non sono la stessa cosa!

Una nota sul collezionismo di massa, che è un'altra cosa


C'è però un terzo fenomeno che merita due parole, perché è quello che trovo sinceramente più difficile da capire: il collezionismo di libri commerciali correnti. Le edizioni Adelphi, i Sellerio, i Calvino Einaudi degli anni Settanta trattati come pezzi pregiati non per la loro effettiva rarità ma per la loro estetica o per il brand che rappresentano.

Comprendo il desiderio di avere certi oggetti belli, comprendo l'amore per una copertina curata, per una carta di qualità, per una casa editrice con una storia. Ci mancherebbe. Ma quando un libro stampato in migliaia di copie, che si trova ancora in circolazione, che non ha nessuna rarità oggettiva, viene trattato come un pezzo da collezione solo perché porta un certo marchio, lì mi perdo un po'. Non lo giudico. Lo guardo con una certa curiosità benevola, come si guarda chi ordina lo stesso piatto ogni volta che va al ristorante perché "è quello che mi piace": va benissimo, ma non è esattamente un'avventura gastronomica.

Il collezionismo ha senso quando l'oggetto ha una rarità reale. Quando quella rarità è costruita solo sul desiderio collettivo, diventa qualcos'altro. Non so esattamente cosa. Forse solo un modo molto costoso di arredare una libreria.

Quindi, ricapitolando...


Speculare su un bestseller uscito due mesi fa e venderlo a prezzo doppio è sbagliato. Vendere una prima edizione rara al prezzo di mercato è corretto. Indignarsi per entrambe le cose allo stesso modo è il segno che manca un pezzo di informazione. Quel pezzo si chiama contesto.

Il bookstagram fa cose bellissime: avvicina le persone ai libri, crea conversazioni, tiene viva una comunità che altrimenti faticherebbe a trovarsi. Ma ogni tanto - e lo dico con tutto l'affetto che si deve a qualcosa che amo - prende una posizione su una cosa che non conosce abbastanza e lo fa con una sicurezza che sarebbe più comoda se fosse accompagnata da un minimo di documentazione.

"Ma cos'ha di speciale questo libro?"

Ha di speciale che tu non lo sai. E saperlo, prima di commentare, avrebbe reso tutti più felici. Me compresa!

Laura