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Recensione 'La famiglia Aubrey' di Rebecca West - Fazi Editore


Titolo: La famiglia Aubrey || Autore: Rebecca West || Editore: Fazi
Data di pubblicazione: 5 luglio 2018 || Pagine: 570

Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell'ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all'ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d'altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all'insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l'umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c'è l'amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell'arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori.



Un po' come tutti, ho acquistato questo libro convinta di trovare una nuova famiglia Cazalet: nulla di più sbagliato!

La famiglia Aubrey, di cui ci parla Rebecca West, è diametralmente opposta ai Cazalet; innanzitutto, per il numero dei suoi componenti: gli Aubrey sono in sei dalla prima all'ultima pagina del romanzo. Il padre, Piers, giornalista e scrittore, è un tipo un po' sopra le righe, chiuso in un mondo tutto suo e avvezzo al gioco d'azzardo, che porta la famiglia a vivere costantemente sulla soglia della povertà. La madre, Clare, una pianista che ha abbandonato la musica per dedicarsi completamente alla famiglia.
E poi ci sono i quattro figli: Cordelia, la maggiore, le due gemelle Mary e Rose e, infine, Richard Quin, ultimogenito e unico maschio.

Sarà Rose a raccontarci la storia della sua famiglia, permettendoci di sbirciare nella loro vita attraverso, però, quello che è lo sguardo limitativo di una bambina.

La famiglia Aubrey è un romanzo strano, che si rifà sicuramente ai classici e di questi segue lo stile narrativo, che rimane pertanto lento e ripetitivo.
Benché si passino oltre 400 pagine in compagnia di questa famiglia, si arriverà alla fine della narrazione con la sensazione di non averli conosciuti abbastanza a fondo, come se tra le mura della loro casa rimanesse una sorta di mistero che la West decide di non rivelare al lettore.

I personaggi sono tutti abbastanza sopra le righe; personalmente, ho detestato la madre, che appare sempre come una donnetta dai nervi fragili e che, a tratti, scarica sui figli le sue preoccupazioni, benché questi siano troppo piccoli per poterla aiutare in qualche modo.

È un romanzo, questo, in cui non accade assolutamente nulla di particolare; probabilmente risente, come molti suoi simili, dell'essere il primo di una trilogia, quindi una sorta di capitolo introduttivo alla quotidianità e alle vicissitudini di una famiglia, che, quasi sicuramente, conosceremo in maniera più approfondita nei romanzi successivi.

Alcune scelte dell'autrice, inoltre, mi hanno lasciata particolarmente perplessa: innanzitutto, il punto di vista univoco. In una saga che dovrebbe essere familiare, ci si aspetterebbe una coralità di voci nel racconto; qui, invece, l'unica voce narrante è quella di Rose; personaggio di cui, per altro, non si conosce nulla: né l'età né le peculiarità ci vengono raccontate, si intuisce appena che si tratti di una bambina in età scolare e che, quindi, il suo punto di vista sia influenzato dall'età, qualunque essa sia.
Durante la prima parte del romanzo, poi, ci si trova davanti a degli episodi di Poltergeist, buttati lì quasi fossero un riempitivo, che risulta assolutamente inutile ai fini del romanzo.

Il problema maggiore rimane il fatto che, arrivata alla fine di questa storia, la voglia di proseguire la conoscenza degli Aubrey non è tantissima.
Per tornare al paragone che ne è stato fatto con i Cazalet, posso dirvi che, terminato il primo romanzo di Elizabeth Jane Howard, benché mi fossi trovata davanti a tantissimi personaggi e, nonostante ciò, non fosse accaduto nulla di esaltante, la voglia di proseguire la lettura con i quattro libri successivi e di scoprire, quindi, cosa sarebbe accaduto ai vari componenti della famiglia, era tantissima.
Nel caso degli Aubrey, invece, mi trovo in una sorta di limbo: non è un brutto romanzo, ma non è neanche bello; non mi sento di consigliarlo a meno che non siate lettori che amino particolarmente i classici della letteratura e le storie lente in cui accade poco o nulla, ma non mi sentirei neanche di sconsigliarlo a prescindere.

Diciamo che, personalmente, deciderò sul momento se proseguire o meno la conoscenza di questa famiglia!



Commenti

  1. Sembrava una storia interessante...

    RispondiElimina
  2. Concordo con il tuo pensiero come ho ribadito a mio tempo nella mia recensione. Un romanzo che inganna soprattutto per la bellissima cover e a pensare che il secondo ha una cover ancora più bella! Ma questa volta non mi faccio ingannare deciderò sul momento per ora le vicissitudini di questa famiglia non mi mancano affatto!

    RispondiElimina
  3. l'ho comprato, ma non ancora letto...lo leggerò?

    RispondiElimina

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