lunedì 17 dicembre 2018

Recensione 'Il rumore del mondo' di Benedetta Cibrario - Mondadori


Titolo: Il rumore del mondo || Autore: Benedetta Cibrario || Editore: Mondadori
Data di pubblicazione: 2 ottobre 2018 || Pagine: 756

L'ufficiale piemontese Prospero Carlo Carando di Vignon, di stanza a Londra, sposa Anne Bacon, figlia di un ricco mercante di seta. Quando, dopo essere stata vittima del vaiolo, arriva a Torino, Anne è molto diversa. La vita coniugale si annuncia come un piccolo inferno domestico, ma il suocero Casimiro la invita a occuparsi della proprietà del Mandrone, il cui futuro soltanto a lui - conservatore di ferro - sembra stare a cuore. Tra i due si stabilisce un'imprevedibile complicità e Anne matura amore e dedizione per la vita appartata e operosa che vi conduce. La storia della famiglia Vignon si intreccia ai fili dello spirito del tempo, e non di meno a quelli della seta. Anne Bacon scopre come conquistarsi un posto nella storia di un paese non ancora nato, di un orizzonte ideale che infiamma il mondo. Progressisti e conservatori, al di là degli schieramenti politici, si trovano davanti alla necessità di rispondere al cambiamento e lo fanno agendo - nell'economia, nel costume, nella morale, nella cultura. E l'Italia appare, vista da lontano (complici anime migranti come Anne, e il suo entourage femminile), vista come utopia e come sfida.



Volli  Sempre volli  Fortissimamente volli

Questo è ciò che posso dirvi del romanzo di Benedetta Cibrario, Il rumore del mondo, di cui mi sono innamorata a prima vista in uno dei miei soliti giri alla ricerca di nuove uscite.
Una copertina fantastica e una sinossi affascinante e l'acquisto è scattato, impulsivo e incontrollabile!

Ho deciso di approfittare di questo mese, noto per l'assenza di nuove uscite, per dedicarmi alle 750 pagine che compongono questo romanzo.
L'ho iniziato piena di aspettative, per rendermi conto, purtroppo, dopo poco più di 100 pagine, che qualcosa, in questo romanzo, non funzionava.

La storia è quella di Anne, giovane ragazza inglese, figlia di un mercante di stoffe, che nel 1838 sposa Prospero Carlo Carando di Vignon, un ufficiale piemontese.
I due si conoscono mentre Prospero è di stanza a Londra. L'amore è pressoché fulmineo e i giovani convolano a nozze.
Dopo poco, Prospero deve far rientro a Torino; Anne, un po' intimorita da questa partenza repentina e dall'idea di lasciare la famiglia così velocemente, decide di raggiungere Prospero in un secondo momento.
Mai scelta fu più infelice: durante il viaggio, infatti, la ragazza contrarrà il vaiolo e, nonostante la guarigione, arriverà a Torino completamente sfigurata.
Parrebbe quasi questo il motivo per cui il matrimonio tra lei e Prospero naufragherà miseramente. Così non è. 
Sin dall'inizio, infatti, l'autrice ci fa percepire quest'uomo come superficiale ed impulsivo. Indipendentemente dalla perduta bellezza della moglie, Prospero manifesta, già dal suo solitario rientro a Torino, delle perplessità sul matrimonio.
L'arrivo di Anne non farà altro che confermare i suoi pensieri: quel matrimonio affrettato è stato solo frutto di un'infatuazione già scemata; un errore, un grande errore.

Cosa non funziona in questo romanzo? La storia di Anne, del suo rapporto con Prospero, del suo adattamento alla vita e alla società torinese, rimangono, purtroppo, ai margini del romanzo, quasi fossero una scusa, un pretesto che l'autrice ha usato per snocciolare quello che è stato sicuramente un lungo lavoro di documentazione storica.

Il problema più grande, però, rimane l'eccessiva ed inutile prolissità concentrata su tanti e insignificanti, ai fini della storia, dettagli.
Per oltre 30 pagine ci troviamo a tavola con Anne, appena giunta a Torino, durante la prima cena in compagnia del marito e del suocero. Trenta pagine sulla bagna càuda e sul fritto misto piemontese son troppe anche per me che del cibo ho fatto una religione!
Allo stesso modo, ho trovato esagerate le pagine dedicate alla corrispondenza tra Anne e la sua famiglia: interi capitoli di fitto scambio di notizie tra Londra e Torino; notizie dettagliate quanto inutili!

Ho faticato tantissimo a terminare la lettura di questo romanzo. Ma questa cosa mi ha anche portata a riflettere: non sono mai stata una persona che fugge davanti a libri corposi; negli ultimi anni, per esigenze di blog, cerco di dilazionare la loro lettura riservandola a quei mesi, come appunto dicembre, in cui le novità editoriali sono quasi del tutto assenti.
Ho letto romanzi di oltre 1000 pagine in pochissimi giorni, tale era la loro bellezza ed intensità. 
Mi rendo conto, altresì, che un romanzo di questa mole possa intimorire lettori meno onnivori di me. Quindi mi sono chiesta a che pro un'autrice decida di impegnare tanto tempo nella scrittura di una storia come questa, talmente pregna di superfluo da poter essere ridotto, eliminando tutto, ad un libro di media lunghezza.

Il problema fondamentale di questo romanzo, come detto, sta nell'infinita serie di inutili dettagli, eccessive descrizioni, esagerate informazioni che la Cibrario ci propina. Tutto questo a discapito di una trama che avrebbe potuto svilupparsi in maniera molto interessante.
I personaggi, anche loro, rimangono fagocitati da tutto questo "troppo": sono indefiniti, impalpabili, quasi delle ombre che vagano smarrite tra le Langhe piemontesi.

Ho terminato la lettura di questo romanzo spinta un po' dalla speranza di un improvviso miglioramento quanto dall'assillante pensiero dei 22 euro spesi per acquistarlo!


1 commento:

  1. Cosa strana la tua recensione non mi ha dato nulla del libro. Cioè mi hai detto che pur avendo avuto tra le mani un libro prolisso di informazioni si evince che non ti hanno toccato minimamennte tanto che tranne il nome dei due protanisti altro non ti ha lasciato almeno da quello che ho letto. Altre recensioni seppur negative sono più corpose.

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