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Recensione IN ANTEPRIMA 'La casa del tè' di Valerio Principessa - Feltrinelli

 


LA CASA DEL TÈ || Valerio Principessa || Feltrinelli || 26 maggio 2022 || 290 pagine

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Gabriel è un ragazzo innamorato delle parole, soprattutto di quelle che è impossibile tradurre in altre lingue – come la giapponese Wabi sabi, che esprime l’autenticità dell’imperfezione, o come iktsuarpok, con cui gli Inuit dell’Artico intendono l’irrequietezza nel controllare se qualcuno sta arrivando oltre l’orizzonte. Parole uniche e sole, come solo si sente Gabriel quando muore sua nonna, con cui viveva. Confuso e smarrito, viene accolto nella casa affidataria della signora Michiko in un rione storico di Roma. Si trova così ad abitare sotto lo stesso tetto con ragazze e ragazzi segnati da storie irreparabili, come il piccolo Leo, come Chiara, che conosce le stelle ma non l’amore, o Greta, sempre concentrata a scrivere messaggi al cellulare, come il minaccioso Scar e Amina, con la sua indicibile esperienza di migrazione. Michiko segue i suoi giovani ospiti rammendando le giornate bucate con tazze di tè fumante, dialoghi pazienti, storie di paesi lontani: parole e gesti piccoli che restituiscono la grandezza dell’universo. Fuori c’è il mondo che conoscono, caotico, ingiusto, a tratti violento, ma nella casa della signora giapponese sono al riparo. Finché un giorno quell’armonia si spezza, e i ragazzi d’un tratto si sentono più orfani di prima. Fa male, ma dura poco: presto scoprono di sapersi fidare l’uno dell’altra, di saper fare famiglia. È l’inizio di una ricerca per le strade di Roma e dentro sé stessi, dove ciascuno mette a frutto il proprio intuito, le proprie qualità – e porta allo scoperto le proprie ferite.

C'è un giochino che, spesso, faccio con me stessa: prima di iniziare a leggere un libro, provo a immaginare quello che sarà il mio giudizio finale, insomma il voto che poi voi vedrete qui o su GoodReads. Sento già la Bacci sospirare e chiedersi come faccia a essere ancora amica mia, ma tanto so bene che senza di me si annoierebbe, quindi vivo serena!
Dicevo: faccio questo giochino e sono sempre felice quando un libro mi stupisce in positivo; non altrettanto posso dire quando accade il contrario, anche perché, insomma, chi è felice di leggere un libro brutto?
Nel caso di questo romanzo, purtroppo, le mie aspettative (che erano davvero alte) sono state disattese; per fortuna, La casa del tè non è quello che definirei un libro brutto nel senso stretto della parola, quanto, piuttosto, un libro con grandi potenzialità che, in buona parte, sono rimaste inespresse.

Ho iniziato a leggere questo romanzo e, arrivata a pagina 20, mi sono resa conto di averne sottolineate la metà; solitamente, questo è sempre un buon presupposto. Purtroppo, stavolta non è stato così, perché, andando avanti, mi sono ritrovata a pensare che Principessa cercasse in tutti i modi di colpire il lettore con una sequela di belle frasi; più un esercizio di stile, uno sfoggio della proprie capacità che non una naturalezza vera e propria nella scrittura.
Nella totalità del romanzo, questa cosa infastidisce solo in parte, perché, tutto sommato, rende la storia leggibile, ma presa a sprazzi, ci si ritrova con una sfilza di frasi sottolineate degne dei Baci Perugina!

Il protagonista di questa storia è Gabriel Garcìa, un ragazzo ragazzino bambino ... l'età di Gabriel è abbastanza indefinita e i suoi comportamenti non aiutano a inquadrarlo bene, perché ci sono volte in cui si comporta da ragazzino, ma altre in cui l'atteggiamento è più quello di un ragazzo vicino all'età adulta.
Gabriel ha da poco perso la nonna e viene affidato alla signora Michiko; si trova così a vivere a casa Retouvailles assieme ad altri ragazzi e ragazze.
Quello che possiamo intuire è che si tratta di un luogo nel quale vengono accolti ragazzi senza famiglia; quello che colpisce, però, è l'assoluta mancanza di controllo da parte di chiunque nei confronti di questi  stessi ragazzi.
Non ci sono, al di là della signora Michiko e di Bernard, altri adulti che si occupino di loro; non ci sono regole, imposizioni, nulla che possa dare a questi ragazzi una via da seguire verso la vita adulta e il mondo che li attende. E anche gli unici due presenti, Michiko e Bernard, paiono vivere molto alla giornata, lui preso dai libri e lei dal versare tè e sakè in varie tazze, premurandosi sempre di seguire un preciso rituale.

Ognuno di loro ha alle spalle una storia fatta di dolore, una storia che noi scopriremo solo sul finire del romanzo, liquidata in pochi capitoli, ognuno dei quali dedicato a un abitante di casa Retrouvaille. Mi sarebbe piaciuto saperne di più di ognuno di loro, delle loro vite, di cosa li abbia portati a vivere in quella che è, a tutti gli effetti, una casa famiglia.
Invece, l'autore relega queste spiegazioni a pochi capitoli, dedicando buona parte del romanzo a un'escursione fatta di racconti, leggende e storie che nulla c'entrano col romanzo stesso.

Credo che il più grande difetto di questo libro risieda proprio in questa scelta: buona parte della storia si dipana, appunto, tra racconti di varie leggende e la "raccolta" di parole da parte di Gabriel.
Ecco, questa cosa mi ha ricordato molto (mooooooolto!!) il primo romanzo di Enrico Galiano, Eppure cadiamo felici.
Inizialmente, quest'idea poteva sembrare anche carina, poi no, poi diventa solo un ennesimo riempitivo.

C'è un'altra cosa che mi ha lasciato perplessa: in alternanza ai vari capitoli, troviamo delle pagine che paiono dei messaggi whatsapp o delle mail. Le si riconosce per il font di stampa diverso, alla fine ne scopriamo anche il mittente. Ma... perché? Qual è il senso di queste pagine? A cosa servono? 

In sintesi, quindi, ci troviamo davanti a una buona prova di scrittura, soprattutto considerando che si tratta di un romanzo d'esordio e di un autore, Valerio Principessa, che ha poco più di trent'anni.
Una buona prova nella quale, però, pare che l'autore stesso abbia deciso di esagerare, contravvenendo alla famosa legge del "meno è meglio"!
Troppe divagazioni, troppe nozioni inutili, troppe parole. Tutto a discapito della storia vera e propria di questi ragazzi che, a parer mio, avrebbero meritato più attenzione e più spazio.

La casa del tè è uno di quei libri che si legge con entusiasmo iniziale, ma del quale si fatica a capirne il senso vero e proprio, arrivando a trascinarsi di pagina in pagina per giungere all'ultima pagina e rendersi conto che i primi e gli ultimi capitoli avrebbero potuto dar vita a una storia tenera e stupefacente. Peccato per tutte quelle digressioni nella parte centrale, che sanno troppo di brodo volutamente allungato.


Ringrazio la Casa Editrice per avermi inviato una copia del romanzo




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