Recensione 'Uvaspina' di Monica Acito - Bompiani


UVASPINA || Monica Acito || Bompiani || 22 febbraio 2023 || 396 pagine


È nato con una voglia sotto l’occhio sinistro, come un pallido frutto incastonato nella pelle: Uvaspina si è abituato presto a essere chiamato con quel nome che lo identifica con la sua macchia. A quasi tutto, del resto, è capace di abituarsi: a suo padre, il notaio Pasquale Riccio, che si vergogna di lui; alla Spaiata, sua madre, che dopo aver incastrato Pasquale Riccio con le sue arti di malafemmina e chiagnazzara non si dà pace di aver perduto il proprio fascino e finge di morire ogni volta che lui esce di casa. Ma soprattutto Uvaspina è abituato a sua sorella Minuccia, abitata fin da bambina da un’energia che tiene in scacco il fratello con le sue esplosioni imprevedibili, le ripicche, la ferocia di chi sa colpire nel punto di massima fragilità, come quando gli dice: “Avevano ragione i compagni tuoi, sei veramente un femminiello.” Eppure, solo Uvaspina conosce l’innesco che rende la sorella uno strummolo, una trottola capace di ferire con la sua punta di metallo vorticante. E solo Minuccia intuisce i sogni di Uvaspina, quando lo strummolo la tiene sveglia e può scrutare i suoi finissimi lineamenti nel sonno. Intorno a loro, Napoli: la città dalle viscere ribollenti, dai quartieri protesi verso il cielo, dai tentacoli immersi in quel mare che la fronteggia e la penetra. È proprio sul confine tra la città e il mare, tra la storia e il mito, che Uvaspina incontra Antonio, il pescatore dagli occhi di colori diversi, che legge libri e non ha paura del sangue, che sa navigare fino a Procida e rimettere al mondo un criaturo che dubita di se stesso. La purezza del loro incontro, però, non potrà nascondersi a lungo nelle grotte di Palazzo Donn’Anna: la città li attira a sé, lo strummolo gira e il suo laccio unirà per sempre i loro destini. Una passione assediata dallo scherno e dallo scuorno. L’ambiguità dell’amore fraterno, la necessità dell’ombra perché ci sia luce. Infine una scrittura, quella della giovane Monica Acito, che sa inserirsi con originalità in una grande tradizione letteraria e, mescolando la forza tellurica del vernacolo alla freschezza di un racconto sulla giovinezza, invoca la fame di felicità che abita ciascuno di noi.


Questo è uno di quei libri che giaceva nella mia libreria praticamente dalla sua pubblicazione, risalente ormai a un anno fa.
A febbraio ho letto più velocemente di quanto avessi previsto i libri che avevo inserito nella mia tbr, quindi ho chiesto alle solite tre compagne di sventura (accumulatrici di libri quanto e più di me), la Bacci, Loredana e Lallina, di scegliere un titolo da farmi leggere e il prescelto, come avrete capito, è stato proprio il romanzo di Monica Acito.

Uvaspina è un femminiello, colui che, nella cultura napoletana, è un omosessuale. Uvaspina, perché sotto un occhio ha una piccola lacrima del colore dell'uvaspina. Uvaspina, che ha "ucciso" Carmine per trasformarsi in quel ragazzo glabro, dai lineamenti delicati, la pelle diafana e quella camminata sculettante che tanto fastidio dà a chi lo guarda, prima fra tutti Minuccia, la sorella minore.

Uvaspina e Minuccia hanno un rapporto quasi simbiotico e, al tempo stesso, respingente. Cresciuti tenendosi per mano, mentre gli anni passano e le personalità si formano, Minuccia prende il sopravvento: col suo carattere pungente, graffiante, cattivo, la ragazza inizia a far male al fratello e alla madre; fa male a parole, fa male coi gesti, fa male fisicamente.
Lo strummolo, così Acito definisce Minuccia. Quella trottola di legno e corda, con l'anima di metallo, che tanto si usava nelle strade partenopee per far giocare i bambini. E come uno strummolo, la corda di Minuccia si allenta e lei graffia, morde, sputa, ferisce con quella punta di metallo che sono le sue parole e i suoi gesti.

Quasi fosse una tradizione, Acito ci racconta (l'ennesima) Napoli sporca e cattiva. La famiglia Riccio è una casa fatta delle urla di Minuccia, dei malesseri della Spaiata e di quel Pasquale, il patriarca, che si vergogna di tutti: di quella moglie ormai sguaiata, di quel figlio che sculetta, di quella ragazza così problematica.
Ognuno coi propri guai e i propri pensieri, la famiglia Riccio diventa, durante la lettura, quasi respingente.
Attorno a loro, Napoli che, invece dei suoi colori vividi, ci mostra il lato malsano, quello delle strade strette e puzzolenti, della gente che urla e giudica.

Non so bene cosa non abbia funzionato tra me e questo romanzo, ma più andavo avanti con la lettura e più aumentava in me la sensazione di star leggendo "la solita storia partenopea", coi soliti personaggi "sbagliati", con la solita Napoli e i soliti problemi.
Mi è parso uno di quei libri costruiti a tavolino per suscitare emozioni nel lettore: devi odiare Tizio, amare Caio, fare il tifo per Sempronio.
Ma non funziona così! Io voglio scegliere chi amare, non serve incattivire un personaggio per farmelo detestare!

Acito ha sicuramente un'ottima scrittura, ma pare che in lei prevalga più la voglia di rispettare quei cliché da romanzo napoletano che spesso decretano il successo di un libro: il dialetto (troppo, davvero!), un certo tipo di descrizioni, personaggi in costante contrapposizione, il finale a suo modo drammatico, ma che, in effetti, non sortisce grandi emozioni. 
A tratti ho avuto la sensazione di leggere una "parodia" delle storie di Elena Ferrante, ma no, non siamo certo a quei livelli!



La Libridinosa

Cosa fai nella vita? Leggo!

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