Recensione 'Mi chiamo Lucy Barton' di Elizabeth Strout - Einaudi


MI CHIAMO LUCY BARTON || Elizabeth Strout || Einaudi || 12 gennaio 2016 || 161 pagine


Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell'Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, "ciao, Bestiolina", perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto d'ospedale. Lì la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l'altra storia.


Primo incontro tra me ed Elizabeth Strout, di cui conoscevo le opere solo per sentito dire, ma i cui romanzi non avevo mai preso in considerazione.
Complici gli sconti Einaudi di qualche settimana fa, però, ho deciso di recuperare i suoi titoli e di "scoprirla" con il primo libro della serie denominata Amgash, Mi chiamo Lucy Barton.

La protagonista, come è facile dedurre dal titolo di questa breve storia, è Lucy Barton, una ragazza fragile e insicura, cresciuta in quella che oggi definiremmo una famiglia disfunzionale: al di là della povertà che ha sempre afflitto i Barton, tanto da portarli a vivere in cinque in un garage per i primi anni di vita della stessa Lucy, ci troviamo davanti a due genitori silenziosi, oscuri, chiusi in loro stessi e del tutto anaffettivi.
Anche i rapporti con la sorella e il fratello sono sempre stati difficili e Lucy troverà rifugio solo tra i banchi di scuola
Inizialmente si rintanerà in classe per rimanere al caldo, poi scoprirà che studiare le piace, che leggere la appassiona e questo la porterà a prendere una distanza sempre maggiore dalla sua strana famiglia.
Distanza che culminerà nella scelta, alquanto stramba per i Barton, di frequentare l'università; distanza che si acuirà ulteriormente quando Lucy deciderà di sposare un newyorkese.
Nonostante lei ci provi, la famiglia la esclude, quasi le sue scelte la rendessero colpevole di voler essere diversa, di desidera una vita migliore.

La storia che Strout ci racconta si svolge negli anni Ottanta, nella camera di un ospedale dalla cui finestra Lucy può ammirare il grattacielo Chrysler. Dopo una semplice operazione, la nostra protagonista è vittima di un'infezione che ne impedisce le dimissioni. È a quel punto che suo marito, preso tra il lavoro, le faccende di casa e due bambine da accudire e restìo da sempre agli ambienti ospedalieri, decide di chiedere aiuto alla suocera, pregandola di recarsi a New York per accudire la figlia.

La donna parte dalla rurale Amgash, nell'Illinois e si presenta al capezzale della figlia. Dopo anni di silenzio, Lucy si perde improvvisamente nella voce di quella madre mai compresa sino in fondo ed è così che prende il via un flusso di racconti che porta le due donne a percorrere, fianco a fianco, l'argine di un fiume a tratti piano, a tratti scosceso.
La madre racconta, nel silenzio di quella camera, nel buio di quelle notti, e Lucy ascolta; ascolta come una brava bambina ascolterebbe una fiaba. La madre racconta e Lucy tace; tace per paura, per timore che ogni sua parola possa risultare sbagliata e farle precipitare entrambe lungo quell'argine scosceso di recriminazioni.

Questo libro ha lasciato in me tanta incertezza: mi sono trovata davanti a una storia sicuramente forte, quella di una bambina che ha subito dei soprusi, di una ragazza che è stata allontanata e di una donna che è stata quasi rifiutata dalla sua famiglia di origine; un rifiuto e un allontanamento che hanno radici in quella voglia di diventare qualcosa di migliore e di diverso e che la famiglia di Lucy vive come un rigetto verso le proprie origini.
Una storia forte, appunto, ma che Strout non approfondisce mai: ogni argomento, ogni ricordo rimane a lambire quel fiume di parole che scorre tra madre e figlia, senza mai andare in profondità.
Tutto viene accennato e mai sviscerato, lasciando, alla fine della lettura, una sorta di senso di incompiuto.

Anche la stessa Lucy risulta difficile da comprendere: che la sua infanzia abbia avuto, ovviamente, delle ripercussioni sulla sua psiche, lo si capisce da vari elementi, primo dei quali il suo continuo bisogno d'amore, questo suo infatuarsi di chiunque la degni della minima attenzione: l'amica sgarbata, il medico attento, i ragazzi che incontra nella sua vita.
Ma anche in questo caso, la psicologia del personaggio non va oltre questo bramoso bisogno d'amore e di attenzioni.

Tutto viene troncato in questo romanzo: le situazioni, gli eventi, le storie e i personaggi; iniziano e poi vengono risucchiati in qualcos'altro, in un vortice continuo di personaggi secondari.
Si arriva alla fine velocemente, sia per la brevità del libro che per la scrittura dell'autrice, ma vi si arriva quasi spossati, fagocitati da una quantità di informazioni che, alla resa dei conti, non sono servite a nulla.







La Libridinosa

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