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Augusta e Owen sono sposati da così tanto tempo da essere ormai «un’unica creatura» solitaria e separata dal resto del mondo. Da poco vivono in campagna, in una fattoria dove la terra è un luccichio di foglie dal suolo fino al cielo, e i laghi sono così perfettamente rotondi che sembrano usciti da un libro di fiabe. Augusta è una pittrice, ha gli occhi azzurri sotto le sopracciglia nere e un’avvenenza che suggerisce forza e potenza. Owen è uno scrittore, ha quarantotto anni ma pare ancora un ragazzo, con i capelli lunghi che gli cadono sul viso e i maglioni che sembrano presi in prestito dal padre. Augusta e Owen vivono in una vera e propria «enclave creativa» da quando Alison, una pittrice, ha preso in affitto la casa di fronte alla loro. Minuta, il viso sorridente, le guance tonde, gli occhi grigio chiaro che sembrano d’argento come i capelli, Alison si è rifugiata in campagna attratta dall’idea di avere degli artisti come vicini.
Abitare un’antica fattoria, dipingere ogni singolo scorcio di un luogo incantato, scrivere in un granaio su un’amena collina, essere «un’unica creatura»: la felicità sembrerebbe la condizione naturale di Augusta e Owen se… se i due osassero soltanto portare alla luce i folletti maligni che li sbeffeggiano dall’ombra e li sfidano a farli uscire. La ragione vera del trasferimento della coppia in campagna non ha, infatti, nulla a che vedere con il coronamento del loro idillio, ma con la sua sfiorata fine, precisamente con il tradimento di Augusta, o meglio di Gus, come la chiama Owen. Un tradimento consumato anni prima con il padre di un’allieva, e rimasto una presenza costante nella loro vita. Gus ha commesso l’errore di confessarlo a Owen, con l’incauta passione di chi è convinta di purificarsi e dimentica che forse sta corrompendo chi ascolta. Da allora Owen è l’uomo che sa troppo, lo scrittore che ha in testa un opprimente pensiero fisso. Per questo trascorre giornate intere nel granaio e ne esce con l’aria afflitta. Per questo la sua scrittura si è raggomitolata su se stessa per poi morire. Per fortuna, però, ora è giunta nell’enclave Nora, la figlia di Alison, il corpo longilineo, i capelli biondi legati, una versione Modigliani della madre che tuttavia, diversamente dalla lei, non dipinge ma ama la letteratura e, in modo particolare, la scrittura di Owen: un genio, per lei, una fonte di ispirazione, un autore sottovalutato, destinato a elogi postumi.
TITOLO: Ritratto di un matrimonio
![]() AUTORE: Robin Black TITOLO ORIGINALE: Life drawing TRADUZIONE A CURA DI: Chiara Brovelli EDITORE: Neri Pozza PAGINE: 256 DATA DI PUBBLICAZIONE: 19 marzo 2015 ISBN: 9788854508392 |
PERSONAGGI 5
STILE 5
INCIPIT 6
FINALE 6
COPERTINA 8
Delusione Libridinosa ... e mezzo
Quando ho terminato la lettura di questo libro, l’ho chiuso, l’ho appoggiato sul comodino e l’ho lungamente fissato.
Una domanda mi ha occupato la mente per tutta la lettura: c’è qualcosa di introspettivo dietro la storia che l’autrice cerca di raccontarci? Qualcosa che lei vorrebbe farci capire, una morale, un messaggio? Io, sinceramente, non ci ho trovato nulla.
Ho riflettuto parecchio prima di scrivere questa recensione. Sono andata a riguardare quelli che sono i passaggi salienti della storia... ma nulla.
Durante tutta la narrazione, si percepisce quasi l’autrice che si trascina stancamente come i personaggi che animano il libro.
Qualche anno prima, infatti, Gus ha tradito Owen e la cosa ha avuto una certa rilevanza nella loro decisione di lasciare la città ed isolarsi in campagna.
Quando i due sembrano aver trovato un certo equilibrio, ecco irrompere nelle loro vite Alison e Nora, madre e figlia, che occupano la casa vicina.
Insomma, una lettura deludente, noiosa, pesante, triste. E se c’è una parte introspettiva, io non sono proprio riuscita a coglierla.

Uhhhhh peccato... questo libro mi ispirava ma a questo punto passo! Quello che odio nei libri è la pesantezza che generalmente denota qualcosa che non va nello stile! Se in più arrivi alla fine e ti chiedi quale fosse lo scopo allora è tutto sbagliato.
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