Recensione 'Il vento dell'Etna' di Anna Chisari - Garzanti


IL VENTO DELL'ETNA || Anna Chisari || Garzanti || 28 giugno 2022 || 250 pagine

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1838. L'Etna nella sua immensità protegge e spaventa, come una madre magnifica ed esigente che forgia vite e destini. Lo sa bene chi vive a Belpasso, il piccolo paese alle sue pendici. È lì che il giovane Puddu apre la sua bottega di calzolaio. La sua firma sulle scarpe è una farfalla, perché con le sue creazioni ai piedi più che camminare si vola. Per questo Puddu non riesce a capire come mai gli affari vadano così male. Tutto cambia quando le sue calzature finiscono tra le mani della Baronessa di Bridport in visita alle sue terre a Bronte. La nobildonna non ha mai calzato nulla di tanto soffice ed elegante, perciò decide di fare un regalo a Puddu: lo nomina Baronetto. Nasce così la dinastia dei Baruneddu, come si faranno chiamare. Il negozio con gli anni diventa un grande calzaturificio che esporta in tutta Europa. Ma se i soldi non sono più un problema, il cuore comincia a diventarlo. Perché alla male - dizione della vecchia Gnu Ranna nessuno può sfuggire. Sicuramente non Peppino, abbagliato dal sogno americano dopo aver conosciuto il dolore di un cuore infranto; né Ajtina, prima donna della famiglia decisa a far sentire la propria voce. Tantomeno Janu, che di scarpe non ne vuole sapere e fa carte false per sfuggire al laccio della famiglia e dei sentimenti. Tutto è cominciato con un sogno a cui i discendenti di Puddu guardano con riverenza, ma anche con sospetto. Le radici dicono da dove si viene, ma a volte vogliono decidere dove si deve andare. Sarebbe bello, forse, sentirsi leggeri come il vento che racconta del passato ma porta là dove non si sarebbe mai immaginato. Una saga familiare sullo sfondo di una Sicilia vera e autentica fatta di tradizioni e sapori. L'epopea di una dinastia che incrocia i grandi eventi della Storia. Speranze, paure, dilemmi, gioie, errori e desideri di uomini e donne che con il cuore parlano al cuore.

Sperma, peni, rapporti sessuali, volgarità, il tutto alternato, a sprazzi, ogni tanto, così, giusto per non scadere nel banale, con qualche racconto riguardo la famiglia Baronello!
Il vento dell'Etna avrebbe dovuto essere (il condizionale, come spesso accade ultimamente, è d'obbligo) una saga familiare, il racconto, lungo circa un secolo, di una famiglia di "scarpari" nata dal genio di Puddu, un giovane che, nel 1838, decise di aprire una calzoleria nella via principale di Belpasso.

L'autrice, Anna Chisari, siciliana di nascita, ma milanese d'adozione, riversa in questo romanzo una sequela di luoghi comuni, frasi fatte e qualche spruzzata di dialetto (e non solo di quello, purtroppo!) tipici di chi la Sicilia l'ha lasciata da molti anni e ne conserva un ricordo fatto di stereotipi; stereotipi che Chisari decide di gettare a piene mani all'interno di questo romanzo, nel quale la storia dei Baronello di Belpasso, che prende il via proprio dalla fortuna capitata a Puddu, viene relegata ai margini della narrazione, colmando enormi vuoti narrativi con l'inserimento di inquantificate scene piccanti assolutamente inutili all'economia della storia e, soprattutto, una struttura carente da ogni punto di vista.

Puddu è un giovane ragazzo di famiglia benestante con una grande passione per le scarpe. Per renderlo felice, il padre affitta per lui un locale proprio sulla via centrale di Belpasso, di fronte alla casa del Barone Bufali. Dopo mesi interi nei quali nemmeno un'anima viva entra in negozio, la fortuna di Puddu arriva grazie a una Baronessa straniera, ospite proprio del Barone Bufali, che decide di commissionargli un paio di scarpe.
Puddu creerà per lei delle calzature che, oltre alla bellezza, si fregieranno di rara comodità. La Baronessa, ritornata in terra inglese, deciderà di ricompensarlo col titolo di Barone e una rendita annua, ma al di là di questo, sarà proprio l'aver creato per lei delle scarpe a dare la svolta definitiva al negozio di Puddu, che da quel momento vivrà tempi d'oro, ingrandendosi sempre di più!

Lo spunto, come detto, sarebbe anche stato interessante, con una sorta di maledizione lanciata da una donna del paese a uno dei discendenti di Puddu, reo di averne sposato l'amata figlia; da quel momento, ogni Baronello pare sia condannato all'infelicità.

Cosa non funziona in questo romanzo? Tante, troppe cose. L'unico punto a favore è che la storia della famiglia è interessante e, almeno in parte, agevola la lettura e tiene desta l'attenzione del lettore. Attenzione che, però, porta anche a notare le numerose falle presenti nella narrazione. 
I salti temporali non sono ben delineati (inserire una datazione a inizio capitolo era davvero così difficile?) e, di capitolo in capitolo, si viaggia avanti e indietro nel tempo, non permettendo al lettore di avere ben chiaro in quale punto della vita dei tanti personaggi ci si trovi; più di una volta, per altro, ho avuto l'impressione che alcune situazioni non collimassero, con bambini improvvisamente troppo cresciuti rispetto all'epoca in cui si trovavano... insomma, una sorta di Beautiful nel quale Brooke ha sempre quarant'anni benché, a occhio e croce, ormai dovrebbe aver superato abbondantemente i 90!

I personaggi, dal canto loro, sono davvero tanti e ad ognuno di loro vengono dedicate una manciata di pagine, non permettendo, quindi, un vero approfondimento e una conoscenza totale dei componenti della famiglia. Quello che si intuisce è che gli uomini Baronello sono rancorosi e anche un po' ninfomani, mentre le donne tendono a farsi soggiogare.

Ma la cosa che più mi ha colpita di questo romanzo è l'uso che l'autrice fa del sesso. Partiamo col dire che tutti, ma proprio tutti, i Baronello fanno la fuitina; indipendentemente dalla necessità di mettere in pratica questa "tradizione" tipicamente siciliana, anche quando le famiglie nulla avevano da obiettare all'unione dei due ragazzi, zac... fuitina! Perché? Qual è il senso di tutto ciò? La fuitina ha uno scopo ben preciso: riuscire a sposare la persona amata contro il volere dei genitori; ecco perché dico che l'autrice porta in sé un ricordo di una Sicilia fatta di luoghi comuni!

E poi c'è quella che per me è stata la nota dolente: il sesso. Pagine e pagine di descrizioni minuziose, termini volgari, linguaggio sboccato. L'ho già detto e, sicuramente, lo ripeterò ancora: non ho nulla contro il sesso nei libri, ma mi aspetto che sia ben contestualizzato e "necessario". Non ho mai capito che senso ci sia nel voler descrivere minuziosamente un rapporto sessuale tra due persone, soprattutto quando quello che si sta scrivendo non è un romanzo erotico, bensì una saga familiare, della semplice narrativa.
In questo romanzo, ogni venti pagine si incappa in un rapporto sessuale, che sia completo o meno, che sia tra due persone innamorate o tra due amanti, poco importa: l'autrice ha sempre sentito la necessità di regalare al lettore i minimi dettagli di questi rapporti.
Questa cosa mi ha infastidita? Sì, parecchio, perché, appunto, non ho capito quale sia stato lo scopo di tutte queste descrizioni; pagine e pagine che si sarebbero potute dedicare ad approfondire maggiormente la storia della famiglia e dei suoi protagonisti.

Una storia che, invece, oltre a rimanere molto superficiale, risulta anche confusionaria e non solo per via dei continui salti temporali avanti e indietro nel passato, ma anche per come l'autrice, spesso, si è persa in dettagli e descrizioni. Più di una volta mi sono ritrovata a dover tornare indietro di qualche pagina e rileggere il capitolo da capo, senza, comunque, riuscire a raccapezzarmi. Superata la metà del libro, mi sono dovuta arrendere e rendermi conto che non sono rimbambita io (non in questo caso, almeno!), ma è proprio la struttura del romanzo che ha delle falle enormi!

Alcune parti del romanzo sembrano gettate lì per fare da riempitivo (evidentemente, le scene di sesso non erano sufficienti ad allungare il brodo!), con personaggi spariti per interi capitoli che, improvvisamente, fanno ritorno per poi sparire nuovamente.
La conclusione fa acqua da tutte le parti. Da ciò che ho trovato scritto su GoodReads, avevo avuto l'impressione che questo romanzo fosse il primo di una serie (il che mi ha tirato giù più di un improperio!), ma la storia si chiude in maniera netta, nulla rimane aperto, niente fa pensare a un seguito e mi viene da dire "per fortuna"!

A lettura terminata, mi sono chiesta cosa stia accadendo alle autrici italiane e, ovviamente, alle Case Editrici che decidono di pubblicare i loro libri: è il terzo romanzo in meno di tre mesi in cui mi imbatto, aspettandomi una storia di famiglia e ritrovandomi, invece, a leggere di amori strazianti, di cuori spezzati e di sesso forsennato. Perché? Perché non si riesce più a scrivere una storia di famiglia degna di tale nome?




Ringrazio la Casa Editrice per avermi inviato una copia del romanzo

9 comments:

  1. Condivido la sua opinione su questo libro: secondo me una semplice operazione commerciale sulla scia dei recenti romanzi familiari ambientati in Sicilia. Anch’io ho trovato inutili e fastidiose le scene di sesso, ma evidentemente occorreva scrivere qualcosa per riempire le pagine. Trama inesistente: solo un susseguirsi di eventi.

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  2. Più che libridinosa lei mi pare una beghina.
    Giulia

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    1. Credo lei abbia un concetto errato di beghina, ma prendo atto della sua opinione!

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  3. Anche io mi trovo d'accordo con questa recensione. Sarebbe appunto stato molto più interessante approfondire meglio i personaggi. Mi dispiace perché ero entusiasta di perdermi in una altra saga familiare.

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    1. Se sei interessata a una bella saga familiare, ti consiglio "Gente del sud" di Raffaello Mastrolonardo

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  4. Salve,ho appena iniziato il romanzo,ma sono reduce dalle letture di Stefania Auci,a proposito della famiglia Florio e ho notato proprio questo:gli ultimi scrittori(?)di cui ho letto le loro opere(?)hanno preso spunto proprio dalla Auci,che ha descritto la storia dei Florio,parlando della vertiginosa ascesa della famiglia Florio,fino alla sua inesorabile decadenza!Gli altri libri che ho letto e che sono sulla falsariga dei romanzi della Auci,sono:”LA SALITA DEI GIGANTI”,la saga della famiglia Menabrea fondatrice della famosa birra e un altro romanzo di cui non ricordo il titolo.Sono un’appassionata lettrice e mi dispiace che gli scrittori di oggi,abbiano così poca inventiva e che ci prendano per scemi.Credevo che il libro della Chisari avesse scopiazzato è molto,dai libri della Auci,ma il fatto che insista sul sesso,senza descrivere l’ambiente,ì personaggi e l’epoca del romanzo,dimostra quanto il Pensiero Unico,abbia distrutto qualsiasi vena creativa.Le chiedo scusa per essermi dilungata in questo commento-testamento,ma ho scritto quello che penso e che sento!

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    1. Allora io potrei affermare che la Auci ha preso spunto da Raffaello Mastrolonardo e dal suo meraviglioso "Gente del sud". Le saghe familiari esistono da sempre e lo schema che seguono è quello: storia di una famiglia e, solitamente, della sua ascesa professionale.
      Non credo che sia questione di mancanza di vena creativa, semplicemente, ogni scrittore racconta la storia che conosce, che è quella più vicina alla propria famiglia o ai luoghi in cui ha vissuto.
      Personalmente, il romanzo della Auci, per quanto piacevole, mi è parso troppo centrato sull'aspetto professionale dei Florio, tanto che non ho proseguito la lettura col secondo volume; al contrario, la saga dei Menabrea mi ha affascinata!

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  5. In questo istante ho finito di leggere il libro in questione. In primis avrei voluto esaltarlo per la sua scorrevolezza nella lettura, per la storia abbastanza coinvolgente. Poi leggendo la recensione "LA LIBRIDINOSA" mi ha fatto riflettere e convengo sui falli che la scrittrice evidenzia non tenendo presente che non tutti possono accettare una etimologia se non si è un po perversi. Non metto in dubbio la cultura della scrittrice per il tutto che sarebbe potuto essere "un capolavoro"? Mi chiedo a questo punto quanti leggeranno questo libro se non per morbosità personali. Un fatto è certo, nella sostanza il libro mi è piaciuto, e non sono un perverso, sono solo un Siciliano che abita in Lombardia da 60 anni

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