Recensione 'La famiglia'
di Naomi Krupitsky - Rizzoli


LA FAMIGLIA ・Naomi Krupitsky ・Rizzoli・20 settembre 2022・352 pagine

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Spirito libero, chiassosa, indomita, superba, lei è Sofia. La completa, come per un fatale gioco d’incastri, la coetanea Antonia, pacata, riflessiva, lo sguardo sempre attento alla realtà che muta. Sono grandi amiche fin dall’infanzia e vivono nella Brooklyn della prima metà del Novecento, in una bolla che le separa dalla verità, all’ombra dei traffici mafiosi dei loro padri; si nutrono fin da piccole dei segreti che serpeggiano a tavola, tutte le domeniche, quando ai ravioli fatti in casa si mescolano le indecifrabili discussioni di lavoro tra gli uomini, che rinsaldano il vincolo tra gli affiliati. Quando un giorno il padre di Antonia scompare, la bolla si fora, e il legame che le tiene unite si sfalda man mano che Sofia e Antonia crescono diventando donne, mogli, madri, sempre più acutamente consapevoli di sé, di ciò che vorrebbero davvero al di fuori delle regole, invalicabili, imposte dalla Famiglia. Insieme a quello della Brooklyn che hanno intorno i loro cuori si espandono, ma a ritmi diversissimi, mentre entrambe provano a forzare le convenzioni, tentando di difendere quel che resta della loro complicata amicizia. Un’amicizia vitale, baluardo di fierezza in un mondo declinato al maschile, unico sincero legame a cui tornare per salvarsi.


La storia di Sofia e Antonia è quella di due bambine cresciute come fossero sorelle. 
Vicine di casa, figlie di due padri che lavorano assieme e di due madri molto amiche, le due crescono quasi in simbiosi: opposte caratterialmente e fisicamente, Antonia e Sofia non si perdono di vista neanche per un attimo, l'una compensa le mancanze dell'altra, l'altra termina le frasi della prima.

Carlo, il padre di Antonia, è arrivato in America dall'Italia all'inizio del Novecento, assolutamente inconsapevole del mondo che lo avrebbe accolto, ma desideroso trovare una sua strada e placare quella fame che pare attanagliargli l'anima. 
Joey, il padre di Sofia, è giunto negli Stati Uniti appena bambino e a bordo di una nave; il sogno dei suoi genitori, trovare radici nel Paese dei grandi sogni, come una spada di Damocle sulla sua testa. 
Ha imparato in fretta quanto fosse difficile la vita quando si è diversi.

Sofia è selvaggia e libera come un animale. Ardente di vita, bramosa di divorare il mondo, non si lascia abbattere. Antonia è la più ferma, una brava ragazza che non vorrebbe altro che sentirsi viva nel suo corpo, accesa di passione e di fiducia come Sofia. Accanto alla sua vivace amica, è un'altra persona, più libera, più vera in qualche modo. 

Una mattina, Carlo scompare. Una volta entrati nel mondo del crimine, non se ne esce più e Antonia e sua madre Lina si ritrovano sole. 
Lina incolpa la "Famiglia" e rifiuta di farne parte. Nonostante la frattura, Antonia rimane vicina alla crescente famiglia di Sofia, anche se non si sente mai al sicuro come la sua amica. Da Sofia c'è vita, mentre a casa sua il vuoto regna sovrano. 
Le due bambine diventano maggiorenni durante la grande depressione, subendo l'allontanamento da parte di tutti gli altri bambini, condannate a vita da quelle che sono state le scelte dei loro padri.

Sarà il liceo a regalare ad Antonia quella sorta di anonimato che ha sempre desiderato. Antonia non vuole il futuro che è stato delineato per lei da altri, non vuole ritrovarsi nelle stesse condizioni della madre; tuttavia, lontana dalla presenza rassicurante di Sofia, si dedica allo studio e si chiude in sé stessa.
Sofia, invece, diventa popolare, passando di ragazzo in ragazzo, mettendo alla prova tutti i suoi limiti.

La famiglia è la storia del destino segnato di due ragazze, di come, sempre troppo spesso, i figli paghino le colpe dei padri.
Una storia quasi totalmente al femminile, nel quale le due protagoniste cresceranno davanti allo sguardo, sovente attonito del lettore.

Non è un brutto romanzo, questo: è un romanzo che racconta uno spaccato di società a molti familiare grazie anche a film e serie tv; un romanzo che, a volte, scade esageratamente nei cliché degli italo-americani tutti mafia e delinquenza.

La parte peggiore, però, è la scrittura di Naomi Krupitsky: prolissa, esageratamente descrittiva, lenta, ammorbante. Pare quasi che l'autrice preferisca mettersi in primo piano rispetto al romanzo e ai suoi protagonisti.
Nonostante, com'è ovvio, lei non appaia mai, al lettore rimane la sensazione di averla avuta alle spalle, lo sguardo fisso e giudicante su di lui, durante tutta la lettura.



Ringrazio la Casa Editrice per avermi inviato una copia del romanzo




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