Ci sono polemiche che leggo con un certo distacco. Questa no. Perché quando Giunti ha presentato un avatar generato con l'intelligenza artificiale per lanciare un suo prossimo titolo e mezza community di lettori sui social si è indignata all'istante, io mi sono ritrovata a fare una cosa rara per me: stare zitta e ascoltare tutti prima di dire la mia.
Ora la dico. E la dico intera.
Riassunto delle puntate precedenti, per chi parla di libri ma non li legge
Giunti ha creato un avatar con l'AI per promuovere un libro in uscita. Non un illustratore digitale per la copertina, non un traduttore automatico per il testo: proprio una faccia, virtuale, che parla al posto di una persona in carne e ossa. Apriti cielo! Le bookinfluencer si sono sollevate in coro che neanche i gabbiani di Nemo: non è corretto - hanno starnazzato - non si può sostituire una persona con un avatar. Il tutto condito dal solito sottotesto, quello per cui le case editrici userebbero l'AI per risparmiare sui professionisti veri: illustratori, traduttori, editor... e questa è l'unica cosa giusta che hanno detto.
Fin qui la cronaca. Ora la parte in cui smetto di fare la "giornalista" e comincio a fare quello che sono davvero: una lettrice che non ha peli sulla lingua.
Mi schiero. Ma solo a metà e non per vigliaccheria
Sull'intelligenza artificiale usata per illustrare copertine o tradurre romanzi, io sto dalla parte di chi protesta. Punto. Esistono illustratori capaci di regalare a un libro un'identità visiva che nessun prompt saprà mai replicare ed esistono traduttori che passano mesi a scegliere una sola parola. Sostituirli con un algoritmo non è innovazione, è un modo elegante per non pagare qualcuno che meriterebbe di essere pagato.
Ma il caso dell'avatar promozionale è un'altra storia e trattarlo come se fosse la stessa cosa è pigrizia intellettuale. Una casa editrice che sceglie di usare un volto virtuale per presentare un libro sta facendo una scelta di marketing, discutibile quanto si vuole, ma sua. Nessuno ha tolto lavoro a un editor per farlo, nessun traduttore ha perso una commessa. È un testimonial, non un mestiere rubato.
Diciamocela tutta: la vera paura non è l'autenticità
E qui arrivo al punto che nessuno, tra le indignate di professione, ha avuto il coraggio di scrivere.
La sollevazione contro gli avatar non nasce da un principio, ma da un timore molto più prosaico: che un giorno le case editrici scoprano di non aver più bisogno di spedire copie omaggio a nessuno, perché un avatar non chiede né la copia né di essere invitato all'evento. La retorica sull'autenticità è un vestito buono cucito addosso a una paura molto meno nobile: perdere il posto nella lista degli invii gratuiti.
E se vogliamo essere davvero oneste fino in fondo, c'è una domanda che dovremmo farci tutte, prima di scandalizzarci: perché le parole pronunciate da questi avatar suonano, parola per parola, identiche a quelle di certe booktoker in carne e ossa? Se un algoritmo riesce a imitare perfettamente il tuo modo di parlare di un libro, forse il problema non è l'algoritmo!
Cosa significa ancora, oggi, dire la verità su un libro
Qui sta il cuore della faccenda ed è più semplice di quanto tutto questo rumore lasci intendere. Dire la verità su un libro non ha niente a che fare con chi o cosa la esprime, ma con il rischio che si corre. Un avatar non rischia niente. Non perde follower, non litiga con gli autori, non deve guardarsi allo specchio dopo aver scritto una recensione che non pensa davvero. Una persona sì.
Il problema del 2026, allora, non è l'intelligenza artificiale che finge di aver letto un libro, ma quante persone reali, per non perdere lo status, la copia omaggio, l'invito, hanno già imparato a scrivere come se fingessero anche loro.
Un algoritmo può recitare la parte di chi ha letto un romanzo. Il vero danno è che, da tempo, non è più l'unico a saperlo fare.
Laura

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