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Recensione 'Ricordati di Bach' di Alice Cappagli - Einaudi


RICORDATI DI BACH || Alice Cappagli || Einaudi || 30 giugno 2020 || 251 pagine

Esistono passioni così potenti da cambiarti la vita. Da rovesciarti la testa, i pensieri, lo sguardo. Per Cecilia la musica è esattamente questo: un modo di vivere, il solo che conosce. «Fai finta di dover parlare di tutto quello che è finito in un abisso, - le dice il suo maestro. - Della gioia e del pianto, della vita e della morte. Fai finta di dovermi raccontare qualcosa che non ha mai avuto parole per essere descritto. Rimane Bach. Tolto tutto rimane solo lui: la lisca del tempo». Ma il tempo che cos'è? Cecilia ha otto anni quando un incidente d'auto le lede per sempre il nervo della mano sinistra e si mette in testa d'imparare a suonare il violoncello. E ne ha diciannove quando tenta i primi concorsi. In mezzo, dieci anni di duro lavoro con Smotlak, un maestro diverso da tutti gli altri, carismatico, burbero, spregiudicato. Per arrivare a scoprire qual è il senso di ogni sfida e della sua stessa vita. Cecilia è ancora una bambina, quando a dispetto di tutto e di tutti - in particolare dei suoi genitori -, entra all'Istituto Mascagni di Livorno, un conservatorio, e di quelli seri. Scoprirà a poco a poco cosa significa segarsi i polpastrelli con le corde, imparare solfeggio e armonia, progredire o regredire, scoraggiarsi o meravigliarsi. Educare la sua mano, sfidarla. E trovare una forza inaspettata, un'energia che sembra sprigionare direttamente dalla fatica. Il suo insegnante, Smotlak, spirito spericolato e grande scommettitore, capace di perdere a un tavolo da gioco un Goffriller del 1703, punta su di lei come si può puntare su un cavallo, e mira a farla diventare come gli altri, «quelli senza cuciture». Intorno a loro, una schiera di personaggi che impareremo a conoscere pagina dopo pagina: Odila, compagna di corso e unica amica, la terribile prof. Maltinti, il «sovietico» Maestro Cini... Ma «le vere lezioni non sono quasi mai a lezione», e Cecilia non tarderà a capirlo, scoprendo che una scommessa ben piazzata può portarti lontano e che un vero maestro insegna veramente tutto: perfino a vivere.




Sono viva. Mi sono fatta male. Sono da sola.
Sono strani i percorsi che ci indicano la via. Sono strani gli svincoli, le deviazioni, gli stop e le ripartenze che fanno di noi ciò che non avremmo mai pensato di essere!

Cecilia Bacci è poco più che una bambina quando la sua vita prende una piega assolutamente inaspettata a causa di un incidente stradale. Un incidente che potrebbe farle perdere del tutto l'uso della mano sinistra.
Ma una sera, mentre si trova a casa dei nonni e della zia Cocca, Cecilia trova un vecchio violoncello.
Mai, in casa sua, si era parlato di musica e mai Cecilia avrebbe sospettato che qualcuno dei suoi familiari avesse avuto a che fare con uno strumento.

Ricordati di Bach, secondo romanzo di Alice Cappagli, che mi aveva stupita e conquistata, poco più di un anno fa, con Niente caffè per Spinoza, è un romanzo breve ma di grande intensità.
L'autrice pizzica le corde del dolore, fisico e dell'anima, e lo fa con la dolcezza e la delicatezza che abbiamo scoperto e amato nel suo primo scritto.

Alice ci racconta la storia di una bambina che, improvvisamente, dovrà fare i conti con una se stessa diversa da quella a cui era abituata.
Ma ci racconta, soprattutto, la storia di un grande amore, uno di quegli amori che non sempre si riconoscono al primo sguardo, quegli amori un po' strani e timidi, che si osservano da lontano, poi si sfiorano e, infine, ci prendono per mano e ci tengono stretti in un abbraccio caldo e accogliente
...da quel momento sarebbe stato quello il posto dove incastrare cuore, cervello, polmoni.
Ricordati di Bach è la storia di Cecilia e del suo violoncello, la storia del suo amore, improvviso e inaspettato, per questo strumento pesante, grande, a volte ingestibile, e per la musica; per le note, gli spartiti, i vibrati, i balzelli; e le dita che fanno male, i calli, i tagli, i capelli da tenere legati per evitare che diano fastidio, la schiena che deve stare dritta per non accasciarsi sullo strumento.
C'è questo e molto di più in questo romanzo che parte quasi schiaffeggiando il lettore, mettendolo davanti all'evidenza dei fatti: il corpo fa male, ma la musica guarisce.

Aspettavo il ritorno di Alice Cappagli dal giorno stesso in cui ho salutato Marvi e il Professore, perché di Alice ho amato ogni parola. 
Ritrovarmi tra le pagine di questo romanzo è stato un po' come sedermi a chiacchierare con lei, scoprire le pieghe della sua vita e carpirne qualche segreto.
In queste pagine l'autrice ci svela se stessa e lo fa con la delicatezza che contraddistingue alcune opere, ma anche con quei vibrati e quei balzelli che solo un musicista esperto sa tirare fuori dalle corde del suo strumento!

Poco importa che, a tratti, soprattutto nella parte centrale del romanzo, io abbia un po' faticato a capire qualcosa, che alcuni termini mi siano rimasti lì, davanti agli occhi, misteriosi come quelle note che Cecilia legge senza alcuna fatica e che per me, invece, rimarranno sempre e solo dei segni neri su un foglio di carta.

Questo romanzo si legge con gli occhi del cuore, si ama e si ascolta in religioso silenzio.
Accomodatevi, signori. Prendete posto, mettetevi comodi. Le luci si spengono, il sipario si apre, Cecilia è lì, col suo abito nero. Silenzio, prego. Chiudete gli occhi e aprite il cuore.

... vedevo tutto attraverso le effe del violoncello, uno steccato di effe che mi isolavano meglio di un impermeabile.



Ringrazio la Casa Editrice Einaudi per avermi fornito una copia del romanzo

Commenti

  1. Anche a me è piaciuto molto questo libro. E da pianista dilettante l'ho letto ancor più intensamente.

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