mercoledì 23 settembre 2020

Recensione 'L'amante di Barcellona' di Care Santos - Salani Editore

 


L'AMANTE DI BARCELLONA || Care Santos || Salani || 3 settembre 2020 || 678 pagine

C'è una storia sommersa sotto la polvere delle infinite copie e le carte accumulate nell'antica libreria Palinuro. E sommersa sarebbe rimasta, se una scrittrice non avesse notato e raccolto i frammenti del mistero nascosto tra gli scaffali. È la storia di un libro perduto, prezioso ed enigmatico, dal titolo scandaloso: "Mémoires secrets d'une femme publique", 'memorie segrete di una donna pubblica'. Punta di diamante della biblioteca di un ricco signore della Barcellona napoleonica, il volume è bramato dalla nobiltà e dalla borghesia locali, tanto da essere sottratto al suo possessore. Sparito nel nulla, oltre due secoli dopo il memoriale non è stato ancora ritrovato, ma il suo viaggio rocambolesco ha lasciato qualche traccia... Sullo sfondo delle ambientazioni popolari, bohémienne e aristocratiche della Barcellona dei decenni più convulsi dell'Ottocento, la ricerca della scrittrice porta alla luce una vicenda intricata che coinvolge una galleria di personaggi affascinanti e controversi: a partire dal viscido Néstor Pérez de León, così avido di lusso e ricchezze da non farsi scrupoli pur di mettere le mani sul volume; passando per il giovane rivoluzionario Brancaleone, che si scontra con il libro per una strana casualità; fino a Carlota Guillot, la figlia del primo possessore, che paga, suo malgrado, la passione antiquaria del padre.


Per poter scrivere un romanzo di più di 600 pagine, occorre un requisito fondamentale: essere in grado di creare una storia talmente avvincente da costringere il lettore a sentire la necessità quasi fisica di andare avanti con la lettura! Care Santos, per quanto mi riguarda, con questo romanzo non ci è riuscita.

Questo libro è stato osannato da vari lettori sui social, tanto che le mie aspettative prima di iniziare a leggerlo, erano molto alte. Le premesse c'erano tutte: un romanzo storico e corale il cui filo conduttore è lo smarrimento di alcuni libri preziosi.

Monsieur Guillot è il bibliotecario di Re Luigi XVI quando si trova a dover fuggire a causa della Rivoluzione.
Guillot arriva in Catalogna, custodendo i rari volumi, ma durante l'invasione napoleonica i libri vengono rubati e rivenduti.

Le vicende ambientate nell'Ottocento si intersecano con la storia dei giorni nostri quando una scrittrice viene a conoscenza della morte di Antoni Rogés, Presidente della corporazione dei librai antiquari di Barcellona, nonché proprietario della libreria Palinuro, specializzata in libri usati, e padre di Virginia, compagna di università e amica della suddetta scrittrice.
Saputo della morte del vecchio libraio, il primo ad aver subodorato il suo talento per la scrittura, la donna, che altri non è che una sorta di alter ego dell'autrice del romanzo, decide di far ritorno a Barcellona per partecipare al funerale.

Dopo la celebrazione, Virginia informa la vecchia amica di aver trovato una serie di documenti sui quali il padre stava lavorando. È da qui che i due filoni narrativi, il passato e il presente, si intrecciano.

Cosa non funziona, quindi? La parte ambientata nel presente risulta assolutamente superflua ai fini della narrazione; appare solo come uno spunto che l'autrice, con grande sfoggio di autoreferenzialità, ha inserito per raccontarci la storia di alcuni libri rari e perduti e di come questi, si presume, siano giunti ai giorni nostri.
Era necessario? No. Aiuta la trama? No. A questo va aggiunto che Virginia, la figlia del libraio, risulta essere un personaggio di rara superficialità e stupidità; la sua presenza fa scivolare nel romance tutte le parti che la vedono protagonista: Virginia ci viene raffigurata come una donna frustrata dal punto di vista professionale, ma anche come un'oca che si sdilinquisce davanti a due bicipiti e dà in escandescenze ogni qualvolta qualche cliente le propone l'acquisto di un'enciclopedia.

Piccola postilla: era davvero necessario che, ad ogni capitolo che vede protagonista Virginia, qualcuno le proponesse un'enciclopedia?

Spostandoci nel passato, troviamo un eccesso di personaggi e situazioni che, alla lunga, confondono il lettore e lo annoiano.
Le vicende narrate, la ricostruzione del percorso compiuto dai libri perduti è eccessivamente arzigogolato e, inoltre, non beneficia affatto dei capitoli in cui l'autrice ci erudisce su chi siano i personaggi realmente esistiti e presenti nel romanzo; capitoli che, al di là del piacevole aspetto grafico, non si incastrano in alcun modo nella narrazione.
La sensazione che se ne ricava è quella di una costante interruzione della lettura, che diventa ostica e frastagliata. E, come se non bastasse, all'interno del romanzo troviamo anche della corrispondenza tra i vari personaggi che, inutilmente, allunga un brodo già di per sé annacquato.

Lo stile della Santos risulta quasi bipolare: l'autrice sceglie un linguaggio moderno (scialbo!) per le parti ambientate nel presente, e uno più artificioso per quelle relative al passato.
Manca, però, un legame tra queste parti, il che porta il lettore a vivere il romanzo con un senso di stracciamento.

La sensazione finale è che la Santos abbia voluto "imitare" (o forse omaggiare) Zafón e abbia fallito!



Ringrazio la Casa Editrice Salani per avermi fornito copia del romanzo

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