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Recensione 'Campo di battaglia' di Jérome Colin - Einaudi

 


CAMPO DI BATTAGLIA || Jérôme Colin || Einaudi || 20 aprile 2021 || 152 pagine

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«Il guaio con i bambini è che crescono. Un bel mattino, senza preavviso, si presentano in sneaker, rispondono a grugniti, ascoltano musica orrenda, sbattono le porte. Mangiano, dormono, si fanno la doccia, sudano, puzzano, cambiano umore ogni cinque minuti. Ti esasperano. Ti odiano. Ti disprezzano. Consumano tonnellate di carta igienica. E, come se non bastasse, smettono di considerarti Dio in Terra». Il racconto di una quotidiana, devastante, divertente guerra familiare. Da una parte un ragazzo in balia degli ormoni e delle pressioni sociali, dall'altra suo padre. Al centro, i sentimenti inquieti, spesso inspiegabili ma pieni di amore, tra genitori e figli. L'unico posto in cui il padre di un quindicenne può trovare rifugio è il bagno di casa. Solo qui, circondato da pareti piastrellate e dal silenzio, può cercare di capire cosa è andato storto. Perché questa è la storia di una coppia che rischia di andare in pezzi di fronte agli assalti ripetuti di un figlio adolescente: Paul, che passa tutto il tempo a smanettare sul telefono, grugnisce invece di parlare e, come se non bastasse, è stato ripreso più volte dai professori per aver gridato «Allah Akbar» nel cortile della scuola. Cosa abbiamo fatto di male?, si chiedono i genitori. Niente. Ma la guerra è ormai dichiarata. E loro non sono preparati. Tra goffi tentativi di salvare un matrimonio in crisi, gesti sorprendenti, ansie e paure, Jérôme Colin ci consegna un ritratto di famiglia umoristico e straziante, puntuale e senza tempo.




Quando decidiamo di avere un figlio, nessuno di noi pensa al fatto che, prima o poi, ci toccherà affrontare l'adolescenza. E il motivo per cui nessuno lo pensa è che, probabilmente, abbiamo dimenticato cosa voglia dire essere adolescenti... o meglio, noi quell'esperienza l'abbiamo vissuta, ma stando dall'altra parte della barricata: eravamo noi i figli!
La frase che più spesso un futuro genitore pronuncerà è: "Io non sarò mai come mia madre/mio padre/i miei genitori". Vi svelo un segreto: è una bugia!
Tutti noi, spesso inconsapevolmente, ripercorreremo la stessa strada percorsa dai nostri genitori e ripeteremo esattamente le stesse frasi.
E vi assicuro che questa cosa è sconvolgente, perché ci sarà un momento in cui, senza neanche rendercene conto, dalla nostra bocca usciranno esattamente le stesse parole che, pronunciate qualche decennio prima da nostra madre, ci avevano fatto sbuffare, correre in camera nostra e sbattere la porta! E vi assicuro che vi farete paura da soli!!

Cosa ci è successo? Quando ci siamo trasformati in quelle persone che contestavamo, contro le quali ci ribellavamo, le cui regole e imposizioni ci stavano strette? Facile! Nello stesso momento in cui, per la prima volta, abbiamo stretto nostro figlio tra le braccia. In quel momento, smettiamo un po' di essere figli per trasformarci in genitori e calarci nei panni di chi quel frugoletto dovrà proteggerlo, educarlo, accompagnarlo lungo l'impervia strada della crescita.
Il guaio con i bambini è che crescono.
Campo di battaglia ci racconta la vita di due genitori alle prese con Paul, 16 anni, ormai nel pieno dell'adolescenza e degli ormoni che ragionano e parlano al posto suo, ed Elise, di qualche anno più piccola, quindi ancora vagamente gestibile.
L'adolescenza di un figlio non riguarda solo lui e lo scopriremo, se già non lo stiamo vivendo (o non lo abbiamo vissuto) sulla nostra pelle, attraverso le pagine di questo breve romanzo.
Un figlio adolescente trasforma l'intero eco-sistema familiare, portando i genitori a guardarsi reciprocamente e chiedersi: "Ma tu chi sei? Che fine ha fatto il ragazzo/la ragazza che ho sposato? Quello scapestrato, sempre pronto a divertirsi e a ridere di ogni cosa?".
Eh sì, perché, immancabilmente, i genitori prenderanno due strade diverse: uno dei due dovrà, per forza di cose, rivestire il ruolo del poliziotto cattivo (vi svelo un altro segreto: in caso di figlio maschio, il cattivo sarà il padre e viceversa!).
Ed è proprio questo che succederà nella vita di Jérôme e Léa: un lento allontanamento, una piccola, quasi invisibile, solitudine, fatta di silenzi, di baci dati di fretta, di contrasti sull'educazione dei figli.
Una crisi di cui solo Jérôme pare accorgersi, mentre Léa prosegue serena nella sua quotidianità. 

E noi leggeremo questo romanzo facendo "sì sì" col capo, perché è vero, perché, magari proprio oggi, abbiamo discusso con nostro figlio, che sarà corso in camera sua sbattendo la porta, o avremo detto a nostro marito di piantarla, di non stargli così addosso e lasciarlo un po' in pace.

Campo di battaglia è una storia da cui mi aspettavo forse un po' di leggerezza in più, ma è stata anche una storia che, accanto a qualche sorriso, è riuscita a strapparmi più di un'emozione e qualche lacrima.
Un romanzo nel quale vedremo crescere un padre prima ancora che un figlio; nel quale ci renderemo conto che forse noi, in qualità di genitori, dovremmo ogni tanto fermarci e fare un passo indietro, mettere da parte quella rigidità e quella disciplina che il mondo oggi ci chiede di imporre ai nostri figli e lasciar loro modo di sbagliare, cadere e poi rialzarsi.

Questo è ciò che farà Jérôme: un passo indietro per rimanere al fianco di Paul e non più davanti a lui. Un passo indietro per ricordargli che ci sarà sempre, anche quando cadrà, quando sbaglierà, quando farà una cretinata. 
Un passo indietro per ricordare che "ti vorrò bene sempre".
Insomma, mi hanno spiegato che in fondo non è un idiota. È solo una questione di età.
E, in fondo, ogni tanto dovremmo fermarci e provare a ricordare cosa volesse dire stare dall'altra parte della barricata!



Ringrazio la Casa Editrice per avermi fornito una copia del romanzo

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