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Recensione 'Mia cugina Rachele' di Daphne du Maurier - Beat


MIA CUGINA RACHELE || Daphne du Maurier || Beat || 21 gennaio 2021 || 384 pagine

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Cornovaglia, metà Ottocento. Rimasto orfano a diciotto mesi, dopo la morte improvvisa dei genitori, Philip Ashley viene cresciuto dal cugino Ambrose, uno scapolo impenitente e misogino. Per anni il loro ménage familiare scorre sereno e tranquillo, e vano risulta qualsiasi tentativo da parte di amici e conoscenti di spingere Ambrose verso le gioie domestiche del matrimonio. Grande è, perciò, lo stupore di Philip nel ricevere una lettera da Firenze, dove da qualche anno Ambrose si reca a svernare per motivi di salute, in cui il cugino gli comunica di aver sposato una lontana parente, la cugina Rachele, vedova di un nobile italiano che è stato ucciso in un duello, lasciandola con un mucchio di debiti e una grande villa vuota. Quando le lettere di Ambrose dall’Italia assumono i toni sempre più confusi e drammatici di un uomo spaventato, lo sconcerto di Philip si trasforma in un’apprensione tale da spingerlo a raggiungere al più presto la città toscana. A Firenze, però, lo aspetta un’amara realtà: Ambrose è deceduto in seguito a un male che lo ha consumato in breve tempo, e Rachele è partita subito dopo il funerale, chiudendo la villa e portando via con sé tutti gli effetti personali del defunto. Rientrato in Cornovaglia, Philip si macera nell’odio nei confronti della donna, che si figura come una creatura grottesca e mostruosa. Ogni certezza, però, vacilla quando Rachele giunge all’improvviso in Cornovaglia per restituire a Philip gli averi di Ambrose. Il giovane si ritrova dinanzi a una donna molto diversa da quella che ha agitato le sue veglie e i suoi sogni per mesi. Una donna bella e affascinante che non ha nulla dell’assassina a caccia di denaro. Ma il bell’aspetto della cugina Rachele corrisponde davvero alla sua natura?



Si può scrivere un bel romanzo con un protagonista poco piacevole? Assolutamente sì! Per me l'esempio principe rimane la saga de L'amica geniale, nella quale entrambe le protagoniste spiccano proprio per i loro caratteri affatto amabili.
E si può scrivere un bel romanzo con un brutto finale? Questo è decisamente più difficile se non addirittura impossibile!

Mia cugina Rachele avrebbe potuto essere un bel romanzo con un pessimo protagonista, se non fosse crollato miseramente sul finale.
Daphne du Maurier, sicuramente più conosciuta per Rebecca, la prima moglie, intesse una storia che, pur senza grandi colpi di scena, riesce a tenere il lettore sulle spine e a suscitare quella curiosità necessaria al proseguio della lettura.

Il tanto vituperato protagonista di questo romanzo è Philip Ashley, giovane rampollo della Cornovaglia, che, rimasto orfano in tenera età, viene cresciuto dal cugino Ambrose, molto più grande di lui, scapolo impenitente e, a tratti, anche misogino.
È abitudine di Ambrose trascorrere gli inverni in località più calde e consone ai suoi problemi di salute.
Dopo anni di vita da scapolo, sarà grande lo stupore di Philip nel ricevere una lettera nella quale il cugino gli comunica le avvenute nozze con Rachele, una loro lontana parente, incontrata in quel di Firenze, dove la donna vive in una villa solitaria, ereditata dal precedente marito.

La reazione di Philip sarà un misto tra i capricci di un bambino al quale hanno sottratto il gioco preferito e una donnicciola viziata e fastidiosa.
Reazione che peggiorerà ulteriormente quando, dopo l'improvvisa e inaspettata morte di Ambrose, Rachele giungerà in Cornovaglia.

È stato quasi esilarante assistere alla repentina trasformazione che porterà Philip a trasformarsi da bimbetto geloso ad adolescente innamorato!
Il romanzo verte, infatti, sulle turbe sentimentali di questo ventiquattrenne che, nel bel mezzo dell'Ottocento, si troverà infatuato della vedova del cugino e, al tempo stesso, continuerà a sospettare della sua natura.
... nessuno saprà che ogni giorno, ancora tormentato dal dubbio, mi pongo una domanda alla quale non so dare risposta. Rachele era innocente o colpevole?
La storia scorre velocemente, non risentendo degli oltre settant'anni trascorsi dalla sua prima pubblicazione. du Maurier ha uno stile altamente descrittivo e, a tratti, prolisso, ma riesce comunque a creare una trama nella quale la tensione rimane alta.

Un vero peccato quel finale un po' così, che più che chiudere le fila della trama, lascia il lettore con una serie di domande che mai avranno risposta.




Commenti

  1. Per me, invece, il finale ha dato senso al testo, pur non rispondendo a nessuna domanda. Forse vuol far capire che è difficile, se non impossibile, conoscere la verità ed entrare nell’interiorità di un altro.
    Ovviamente, come sempre nei libri, ognuno trova un aspetto diverso.

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