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Recensione 'Vicinanza distante' di Catherine Chidgey - Edizioni e/o


VICINANZA DISTANTE || Catherine Chidgey || Edizioni e/o || 25 agosto 2021 || 586 pagine

Lasciare l'adorato appartamento a Monaco non è l'esperienza straziante che Frau Greta Hahn si era prefigurata. La nuova casa è ancora più accogliente e basta varcarne la soglia per incontrare alcuni degli artigiani più abili d'Europa. Frau Hahn e le mogli degli altri ufficiali che vivono in questa piccola comunità possono ordinare tutto ciò che desiderano, che si tratti di nuovi tendaggi realizzati con le più pregiate stoffe francesi, o di pezzi di mobilio progettati per le esigenze più particolari. La vita qui a Buchenwald sembrerebbe un paradiso. Acquattata proprio nella foresta che li circonda – così vicina eppure così distante – c'è la presenza incombente di un campo di lavoro forzato. Il marito di Frau Hahn, SS Sturmbannführer Dietrich Hahn, ricoprirà la nuova e potente posizione di responsabile del campo. E con l'aumentare dei prigionieri, il lavoro si fa ancora più intenso. La corruzione dilaga, le scorte sono insufficienti, e il sistema fognario sempre più sotto pressione. Quando Frau Hahn si ritrova incastrata in una collaborazione improbabile e commovente con uno dei prigionieri di Buchenwald, il Doktor Lenard Weber, non potrà più continuare a ignorare ingenuamente ciò che sta succedendo. Dieci anni prima, il Doktor Weber aveva inventato un macchinario, il Vitalizzatore Simpatetico, con cui all'epoca credeva di poter curare il cancro. Ma funziona davvero? Qualunque sia la risposta, il macchinario potrebbe comunque salvare una vita.


Quando si tratta di romanzi che riguardano gli ebrei e il Nazismo, credo di avervelo detto non molto tempo fa, sono diventata molto selettiva: niente diari, biografie, racconti dal campo, perché ormai sono spesso operazioni commerciali che appaiono sugli scaffali delle nostre librerie a ridosso della Giornata della Memoria, per sparirne il giorno immediatamente successivo.
Quindi, sono diventata molto attenta, voglio punti di vista diversi, anche se non si tratta di romanzi-verità.

Vicinanza distante di punti di vista me ne ha regalati addirittura tre, sapientemente spalmati su quasi 600 pagine. Tre punti di vista che più diversi non avrebbero potuto essere: quello di un ufficiale nazista, quello di un prigioniero di Buchenwald e quello, più freddo, dei cittadini di Weimar, un piccolo posto a pochissimi chilometri dal campo di concentramento.

Lenard Weber è colui che ci introduce a questa narrazione e lo fa attraverso delle lettere indirizzate alla piccola Lotte, la figlia dalla quale si è dovuto separare molto presto per evitare che la sua carriera di medico venisse compromessa.
Lenard incontra Anna quando è molto giovane, tra i due è amore immediato, si sposano e la loro vita scorre tranquilla: lui sperimenta una macchina, il Vitalizzatore Simpatetico, che dovrebbe essere in grado di distruggere le cellule tumorali e salvare, così, i pazienti malati di cancro; lei lo incoraggia a proseguire nelle sperimentazioni e, intanto, si occupa della casa e della piccola Lotte.
Ma la Guerra incombe, Hitler prende il sopravvento e Lenard e Anna saranno costretti a divorziare: Anna, infatti, è ebrea e lui rischia di venire licenziato se non risolverà al più presto il suo problema.

Intanto, a ridosso del campo di concentramento di Buchenwald, si trovano delle ville in cui andranno ad alloggiare gli ufficiali nazisti e le loro famiglie. Una di queste famiglie è quella di Dietrich e Greta Hahn. Lui è un uomo tutto d'un pezzo, lei una moglie giovane e allegra. I due hanno un figlio e vorrebbero allargare la famiglia, ma proprio quando Greta pensa di essere nuovamente incinta, viene fuori una dolorosa verità: Greta è affetta da un tumore alle ovaie.
Dietrich sembra quasi non accettare questa "sconfitta" e decide di tentare il tutto per tutto quando scopre l'esistenza del Vitalizzatore Simpatetico.

Vicinanza distante è un romanzo carico di dolore, ma che ci porta a guardare il nazismo e le sue conseguenze da un punto di vista diverso. 
Nessuno, in questa storia, potrà essere reputato completamente innocente o totalmente colpevole. Non lo sarà quell'ufficiale che, mentre giocherà d'azzardo per dimenticare, farà anche l'impossibile per cercare di salvare la sua amata moglie.
Non lo sarà neanche quel medico che, da prigioniero, vedrà l'opportunità di salvare sé stesso e i suoi cari.
Meno di tutti lo saranno i cittadini di Weimar, che chiuderanno gli occhi davanti alla cruda realtà e che, sino alla fine, negheranno ciò che, invece, era chiaro sin dall'inizio.

Proprio queste parti, relative ai racconti dei cittadini, sono state quelle più difficili da leggere: risultano, purtroppo, spesso superflue ed eccessivamente sterili.

Arrivata a due terzi del romanzo, inoltre, ho avuto sempre più la sensazione che la storia iniziasse a essere eccessivamente ripetitiva, come se l'autrice avesse sentito la necessità di allungare un brodo che, invece, avrebbe potuto essere decisamente più gustoso se fosse stato un po' ristretto!

È un romanzo che si legge bene, che tocca il cuore, ma che avrebbe davvero potuto essere una bellissima storia se avesse avuto un centinaio di pagine in meno.
Centinaio di pagine che ci accompagnano verso un finale che dovrebbe commuovere, ma non lo fa, perché vi si arriva con addosso un senso di stanchezza tale da portarci a gioire più per la fine della storia che non per il suo epilogo.




Ringrazio la Casa Editrice per avermi fornito una copia del romanzo

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