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Recensione 'La buona educazione' di Alice Bignardi - Edizioni e/o

 

LA BUONA EDUCAZIONE || Alice Bignardi || Edizioni e/o || 9 febbraio 2022 || 123 pagine

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“Quanto può cambiare una persona da una stanza all’altra della casa?”, si chiede la ragazza protagonista di questo romanzo, osservando incredula i cambiamenti continui di sua madre. Sua madre era una persona dalla faccia strana ma bella ed era una madre diversa con sua sorella, un’altra ancora con suo fratello e decisamente una moglie diversissima con suo padre. Una buona educazione è quella che Antonella ha sempre cercato di trasmettere a sua figlia Lisa. La meticolosità, la precisione e l’approfondimento di quelle lezioni è cosa indescrivibile. Così, da quando Lisa ha più o meno sei anni è costretta a trasformarsi in una spugna per assorbire la cascata di insegnamenti con cui la madre la travolge e la soffoca ogni giorno. La loro relazione non si evolve mai, finché Antonella non si ammala. Di lei e sua madre insieme Lisa ricorda vividamente soltanto il momento più triste della sua vita, vagamente tutto il resto. Un garbuglio di ciò che è accaduto e avrebbe voluto accadesse. Questa, infatti, è la storia della malattia di sua madre, non com’è avvenuta realmente, ma come la ricorda sua figlia. Sono due cose completamente diverse.


Questa è la storia della malattia di sua madre, non com'è avvenuta realmente, ma come la ricorda sua figlia. Sono due cose completamente diverse.
Cosa mi aspettavo? La storia di una madre, di una figlia e del loro rapporto disfunzionale.
Cosa ho trovato? Me lo sto ancora chiedendo!

C'è un momento, nella vita di ogni persona, in cui ci si trova a fare i conti con i propri genitori;  si passa da quel tenero rapporto fatto di coccole e affetto, a uno scontro quotidiano nel quale ogni cosa è colpa di mamma o papà.
È così che si cresce, che si impara a camminare sulle proprie gambe, a capire che non sempre i nostri genitori potranno aiutarci ed essere al nostro fianco.
Sono cose che capiremo da adulti e che, in un circolo senza fine, rivivremo se, a nostra volta, diverremo genitori.

Io sono stata figlia e sono madre di un Coso alto, barbuto, mugugnante e che, solo di recente, ha scoperto che fare la doccia tutti i giorni non causa scompensi cardiaci o malattie virali.
Sono stata una figlia arrabbiata (con mia madre), silenziosa (con mia madre), intollerante (sempre con lei). E oggi mi chiedo se la mia fosse solo una fase o non ci fossero delle mancanze nella mia genitrice.
Oggi che anche io sono madre, lungi dall'essere la madre dell'anno, mi rendo conto che, se nessun genitore è perfetto, la mia, di madre, è decisamente lontana, ancora adesso, dall'essere quantomeno accettabile.

Forse è per questo motivo che leggere il racconto (sì, racconto; mi rifiuto di definire romanzo queste 120 pagine) di Lisa mi ha fatto storcere il naso più volte.
Partiamo dal fatto che La buona educazione sia un soliloquio in terza persona (un po' pretenziosa come scelta, per un esordio), nel quale ascolteremo Lisa raccontare il suo rapporto con questa madre "difettosa".
Quali sono le colpe imputate alla genitrice? Me lo sono chiesta più volte durante la veloce (sempre 120 pagine, per altro stampate in corpo 50!) lettura di questa storia.
Antonella è una madre rigida? Sì. Antonella si aspetta che la figlia abbia una buona educazione, che sappia come comportarsi quando è in mezzo alla gente? Sì. Antonella ha dei modi bruschi? Sì. E questa è, forse, l'unica cosa che ho pensato di poterle rimproverare: Antonella è una donna che non ha filtri e non usa mezzi termini.

In un'epoca e in una società nella quale le madri si mettono al servizio dei figli, li tutelano, difendono, proteggono nei fatti e a parole, Antonella risulta un personaggio scomodo, fastidioso, sbagliato. Ma Antonella non è nulla più che un madre e una donna e come tale si comporta.

A me questa storia è parsa sbagliata, mal scritta, vanesia. Totalmente incentrata sulla figura di una figlia-vittima che non consente alcuna replica alla madre, lasciando sul lettore l'impronta di un'incompiuta.
Non si riesce, una volta riemersi da questa storia, a prendere una posizione, a capire le ragioni dell'una o dell'altra: la prima, Lisa, la figlia, perché appare alla stregua di un'egoriferita che non lascia spazio a null'altro che sé; la seconda, Antonella, la madre, perché, in fondo, oltre a non avere una voce, non risulta neanche così sbagliata.

Non si salva neanche la scrittura di Bignardi che, nella sua brevità, risulta basica, quasi elementare, forse più adatta a un social che non alle pagine di un libro.
Bignardi appare distaccata dalle parole e dal racconto che riversa tra queste pagine, lasciando al lettore il dubbio di aver letto uno sfogo imbastito male, ma precludendo la voglia di leggere un suo eventuale nuovo scritto.



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