Recensione 'Le lettere di Esther' di Cécile Pivot - Rizzoli

 

LE LETTERE DI ESTHER || Cécile Pivot || Rizzoli || 11 gennaio 2022 || 288 pagine

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“Le lettere mi mancavano. Ormai non ne scriviamo più, le consideriamo una perdita di tempo che ci priva di immagini e suoni.” È per colmare la nostalgia che Esther, libraia di Lille, decide di organizzare un laboratorio di scrittura epistolare. Per lei, che con il padre ha intrattenuto una corrispondenza durata vent’anni, è come riportare in vita un rituale antico: accantonare per un po’ l’immediatezza delle mail e l’infinita catena di messaggi WhatsApp che ogni giorno ci scambiamo, per sedersi a un tavolo, prendere carta e penna, darsi tempo, nel silenzio di una stanza tutta per noi, e raccontarsi. Trovare le parole giuste per qualcuno che ci leggerà, non ora e nemmeno domani. E riassaporare il gusto perduto di una comunicazione più ricca, più sensata. “Da che cosa ti difendi?” è la prima, spiazzante domanda di Esther per i cinque sconosciuti che, rispondendo al suo annuncio, hanno scelto di mettersi in gioco. Attraverso piccoli quadri della loro vita quotidiana e l’intenso scambio epistolare si delineerà poco per volta il ritratto di una classe eterogenea e sorprendente: Samuel, il più giovane, che non riesce a piangere per la morte del fratello; Jeanne, ex insegnante di pianoforte, vedova, che si difende dalla solitudine accudendo animali maltrattati; Jean, un uomo d’affari disilluso che vive per il lavoro e ha perso contatto con le gioie più autentiche; Nicolas e Juliette, una coppia in crisi sulla quale il passato getta ombre soffocanti. Esponendo dubbi e debolezze all’ascolto e alle domande, la scrittura sarà, per loro, lo strumento per rivelarsi l’uno all’altro con sincerità, alleggerendo il cuore. Intriso di tenerezza e umanità, Le lettere di Esther è un elogio alla lentezza, una celebrazione della forza delle parole, un resoconto travolgente delle fragilità umane.


Quanti di voi hanno avuto un amico di penna? Se avete la mia età o giù di lì, sarete probabilmente passati attraverso questa esperienza.
Io ne ho avuto più di uno, ma quella che ricordo meglio è una mia coetanea conosciuta nell'albergo dove , da bambina, trascorrevo i canonici 15 giorni di vacanze assieme ai miei genitori.
Si chiamava Tanya e viveva a Brescia e in comune avevamo la passione per il disegno. Durante l'inverno, quindi, ci scambiavamo lunghe lettere nelle quali, oltre a raccontarci le nostre giornate, aggiungevamo le opere di "alta moda" che creavamo. Eh sì, perché noi eravamo le antesignane della famiglia Forrester!
Per un paio di estati ci siamo riviste in albergo: lei sempre in compagnia della sua biondissima mamma, io con i miei genitori.
Mi è capitato, a volte, in questi anni, di chiedermi che fine abbia fatto o perché abbiamo smesso di scriverci: è stata colpa mia? Sua? O sono state le famigerate poste italiane a metterci lo zampino?
Di sicuro c'è che l'emozione di trovare una lettera nella cassetta della posta, quando rientravo da scuola, non aveva eguali! Perché se è vero che oggi è tutto veloce e immediato, l'attesa (che spesso durava giorni se non settimane!) per poter scoprire cosa l'altra persona avesse da raccontarci, non è paragonabile a nessuna mail o messaggio che arriva a noi in pochi secondi.

Le lettere di Esther è uno di quei romanzi che ha catturato il mio sguardo più volte, ma è servito un po' prima che mi decidessi a concedergli una possibilità. E posso dire "per fortuna gliel'ho data", altrimenti mi sarei persa una gran bella storia!

Esther è una libraia francese che, per colmare la nostalgia per la perdita del padre, col quale, nonostante la vicinanza, intratteneva una fitta corrispondenza, decide di organizzare un laboratorio di scrittura epistolare.
Pubblica un annuncio su alcuni quotidiani e riceve risposta da 5 persone assolutamente diverse tra loro.
I partecipanti si incontreranno una sola volta, a Parigi; da quel momento, ognuno di loro dovrà scrivere ad almeno due compagni.

Si dice sempre che raccontarsi a uno sconosciuto sia molto più semplice; lo è ancora di più se lo si fa per lettera, dove l'altro non può reagire immediatamente, interromperci o contraddirci. Questo libro è la conferma di quanto tutto ciò sia vero!
I partecipanti al laboratorio di Esther hanno età e vissuti diversi, eppure, grazie al potere magico che solo carta e penna sanno sprigionare, riescono a creare un legame univoco e, ognuno a modo loro, a far sì che quelle lettere diventino anche un modo per guardare dentro sé e mettersi in discussione.

Sarà così che anche a noi lettori verrà concesso il privilegio di conoscere questi personaggi, amarne qualcuno e qualche altro meno.
Juliette e Nicolas sono una coppia di quasi quarantenni che, dopo 17 anni di amore folle, si trova ad affrontare una genitorialità disastrosa, che li manda a gambe all'aria. Juliette è una panettiera, Nicolas uno chef stellato; quando lei scoprirà di essere incinta, dovrà fare i conti con un passato che credeva sepolto: Juliette è stata abbandonata appena nata e, nonostante sia cresciuta con due genitori adottivi che l'hanno amata immensamente, la gravidanza prima e il parto poi, romperanno qualcosa dentro di lei che era rimasto sepolto per troppo tempo.
Nicolas non capisce: perché sua moglie non riesce a essere felice quanto lui? Perché ha avuto bisogno di allontanarsi dalla loro casa e dalla loro bambina? Sarà proprio la psicoterapeuta di Juliette a "costringerli" a partecipare al laboratorio di Esther, convinta che "parlarsi" attraverso delle lettere possa aiutarli a capirsi di nuovo.

Assieme a loro troveremo Jeanne, un'anziana signora che combatte la solitudine circondandosi di animali  e piante; vegetariana, ecologista, lotta contro la lottizzazione selvaggia del paesino in cui vive e cerca di salvare i piccoli negozi del centro dall'avvento dei grandi centri commerciali.
Samuel Dijon è un diciottenne che ha da poco perso il fratello maggiore, malato di cancro; quello che è accaduto parere aver innalzato un muro tra lui e la sua famiglia.
Infine, Jean Beaumont, uomo d'affari, sempre in viaggio, cinico, solitario e disilluso dalla vita.
Un variegato gruppo di persone che, partendo da una domanda, da cosa ti difendi?, iniziare a raccontarsi. Non sarà sempre facile, non andranno sempre d'accordo, ma, ognuno a modo loro, rappresenterà un'ancora di salvezza per gli altri.

Se getto uno sguardo d'insieme a tutti loro, posso dire di averli amati singolarmente; se Esther mi avesse chiesto di scrivere solo a due persone, però, avrei scelto Samuel, per dirgli che, a volte, noi genitori abbiamo bisogno che siano i figli a fare il primo passo, perché siamo fragili anche se cerchiamo di nasconderlo.
E pi avrei scritto a Jeanne, perché anche se io la carne la mangio e la spesa la faccio al supermercato, avrei tanto voluto avere una persona come lei nella mia vita.
A Esther, invece, avrei chiesto scusa, perché so che mi avrebbe bacchettata per gli avverbi, ma a me piacciono tanto!

Le lettere di Esther è quello che si può definire un romanzo epistolare. Spesso mi è capitato di sentire di lettori che rifuggono da questo genere; io rimango neutrale: non li evito e non li cerco, ma se me ne capita uno tra le mani non mi faccio problemi a leggerlo.
In questo caso, ci troviamo davanti a un epistolare un po' particolare, nel quale le voci sono tante e, se si fatica un po' a raccapezzarsi coi nomi, soprattutto per l'assonanza tra alcuni di questi (piccolo consiglio: appuntateveli in prima pagina!), non accade, invece, per le storie personali.
L'insieme risulta ben equilibrato, un po' come quei dolci che sono belli da vedere e altrettanto buoni da mangiare!

Temevo un po' il modo in cui Pivot avrebbe chiuso questo romanzo, spaventata all'idea che, conclusosi il laboratorio di scrittura, cessato l'invio delle lettere, a noi lettori non fosse dato sapere più nulla di queste persone. Invece, l'autrice mi ha sorpresa: senza dilungarsi, riesce a chiudere ogni cerchio e ogni storia e a strappare più di una lacrima!

Di questa storia rimangono addosso le emozioni e tanta nostalgia, per un passato che era fatto di parole e attesa e che, forse, dovremmo imparare a riprendere in mano.

Ringrazio la Casa Editrice per avermi inviato una copia del romanzo

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