Recensione 'Ovunque io sia' di Romana Petri - Beat

 

OVUNQUE IO SIA 

Romana Petri ・Beat ・29 ottobre 2015 ・622 pagine

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Ofelia, Margarida e Maria do Ceu sono le tre donne di una travolgente saga familiare che parte negli anni Quaranta e finisce ai giorni nostri. Sullo sfondo di una Lisbona dalla bellezza magica, ma anche oppressa da una dittatura che finirà solo con la rivoluzione del 1974, i loro tragici destini si incroceranno per sempre. Manuel, Carlos e Tiago sono gli uomini che, dopo le false promesse, le porteranno verso il dolore, il sacrificio e l'annientamento. Romanzo di amori mancati e sbagliati, "Ovunque io sia" è anche la storia della forza di una maternità senza confini, la frase lascito che ogni madre, prima di morire, affida ai figli nel desiderio di non abbandonarli del tutto. Romana Petri dipinge l'affascinante affresco di un Portogallo chiuso, dolente e tragicamente arretrato. Il lungo cammino umano di un popolo che, dopo il forzato silenzio, troverà il coraggio di essere moderno scegliendo la libertà.
L'avesse almeno uccisa la morte, Lucia. E invece l'ha uccisa la vita.
Ho terminato la lettura di questo romanzo con una sorta di pesantezza addosso; mi sono sentita quasi soffocare da tutto il dolore che permea queste pagine e la vita dei personaggi di questa storia. Ne sono riemersa con una contrapposizione tra soddisfazione e dubbio.

Romana Petri ci porta nella Lisbona del secondo dopo-guerra e ci racconta la vita di tre donne, Ofelia, Margarida e Maria do Ceu; tre donne diverse tra loro, il cui legame più grande è la sofferenza che gli uomini porteranno nelle loro vite.

Ognuna di queste tre donne, a modo loro, sacrificherà la propria vita a quell'amore tanto bramato quanto doloroso.
La prima sarà Ofelia che, ormai trentenne, incontrerà il giovane Manuel Ramalhete, di otto anni più giovane di lei, che inizierà a farle una corte tanto serrata quanto galante. Ofelia non ha mai pensato al matrimonio, ma cederà velocemente alle lusinghe di quel ragazzo giovane e ambizioso, spinta anche da una madre che ha sempre sognato, per lei, un futuro radioso.
Tutt'altro che radiosa, però, sarà la vita di Ofelia, che, sin dal primo giorno di nozze, si renderà conto che Manuel è molto diverso dal ragazzo che la riempiva di attenzioni e delicatezze durante il fidanzamento.

Margarida è una povera orfana che negli occhi di Carlos pensa di trovare quella felicità che le è sempre stata negata; la stessa felicità che, una volta rimasta sola, cercherà di insegnare a Maria do Ceu, unico ricordo rimastole di un amore perduto; una figlia tanto bella quanto dura nell'affrontare la vita.

Il fulcro di questo romanzo risiede sicuramente nelle contrapposizioni: quella tra uomo e donna, ma anche tra le stesse donne protagoniste di questa storia.
Ofelia sacrificherà la sua intera esistenza in nome di quel matrimonio che lei, cattolica al limite dell'estremismo, considererà sacro e indissolubile nonostante tutte le sofferenze e i tradimenti che Manuel perpetrerà per l'intera sua vita.
Una donna che farà del sacrificio e del martirio la sua ragione di vita, chiudendosi in sé stessa oltre che dentro casa, abbruttendosi, diventando quasi l'ombra di un essere umano, come se questo suo sacrificio potesse in qualche modo far leva sul senso di colpa di quel marito che, invece, vedrà in quella moglie così sacrificata e muta la perfetta donna da avere accanto a sé. 

Margarida è una donna col sorriso sempre sulle labbra, nonostante la vita, con lei, di sorrisi ne abbia elargiti ben pochi.
Orfana, povera, abbandonata da quello che rimarrà l'unico amore della sua vita, non perderà mai la speranza e la gioia di vivere; gioia che cercherà in tutti i modi di trasmettere alla figlia, Maria do Ceu, due occhi come un cielo stellato e il disincanto che le si poggerà sul viso sin dalla nascita.

Maria do Ceu sembra, almeno in parte, l'unica delle tre donne che ci vengono raccontate in questo romanzo, a non piegarsi mai al volere degli uomini: non lo farà col marito traditore né col padre assente. Ma, nonostante ciò, la sua vita sarà comunque lo specchio di quella della madre e della matrigna, uno specchio che rifletterà solo dolori.

Come detto, ciò che spicca in questo romanzo è la contrapposizione: le donne ci vengono descritte come delle eterne infelici, insoddisfatte, ognuna a modo loro, della vita che conducono, dei mariti, degli amori perduti e mai ritrovati, dei figli, nati e non nati.
Di contro, gli uomini di questo romanzo ci vengono descritti come deboli, bugiardi, traditori, ma, allo stesso tempo, incapaci di fare a meno di queste donne.
Donne diverse tra loro che, in qualche modo, sceglieranno lo stesso tipo di uomo.

Una riflessione scaturisce dalla lettura di questo romanzo: quanta infelicità si può raccontare in un solo libro? E quanta il lettore è disposto a sopportarne?
Questa è stata la prima perplessità suscitata in me dalla lettura di Ovunque io sia. Un romanzo che racchiude in sé delle storie forti, ma estremamente cupe; un romanzo che, giunta alla fine, mi ha lasciato addosso un senso di soffocamento e angoscia.
Mai un barlume di speranza, mai un sorriso, una prospettiva lieta per il futuro, neanche in quell'accenno finale ai tre figli di Maria do Ceu.

I personaggi sono perfettamente riconoscibili, ma quasi respingenti; e, per assurdo, a risultarlo di più sono proprio le tre protagoniste, verso le quali sorge spesso la voglia di scuoterle da quel torpore di dolore che le avvolge dalla prima all'ultima pagina.

Ciò che manca, in questo romanzo, è una scrittura fluida: quella di Petri risulta eccessivamente stilistica, quasi l'autrice volesse far sfoggio del suo sapere e dell'abilità della sua penna. 
Spesso si perde tra l'utilizzo di forme verbali decisamente arcaiche (aperse!!) e descrizioni eccessive e inutili, che, alla lunga, stancano il lettore e lo portano a giungere alla fine del romanzo quasi a fatica.
Ma davanti a tante, inutili, descrizioni, manca poi quella che è la parte fondamentale in uno scritto di questo tipo: la storia dell'epoca. 
Il libro è ambientato a Lisbona, inizia a metà degli anni Quaranta e attraversa quella che viene ricordata come la Rivoluzione dei Garofani, il colpo di Stato col quale il Portogallo mise fine al regime dittatoriale di Salazar.
Nel romanzo questa situazione viene ridotta a un accenno di poche pagine, eppure è qualcosa che, sicuramente, avrà inciso sulla vita dei protagonisti.

Le date sono approssimative; spesso tra un capitolo e l'altro si assiste a un salto temporale che il lettore si trova a dedurre solo per il cambio di situazioni e, soprattutto, di età dei protagonisti. 

Ciò che stupisce di questo libro, però, è il modo in cui lo si legge, quasi con bramosia, come se si rimanesse ammaliati da qualcosa che è impossibile spiegare a parole.
Il finale chiude tutti i cerchi, il che mi porta a pensare che sia nato come romanzo auto-conclusivo, al quale l'autrice ha poi deciso di dare ulteriore seguito.
Sono curiosa di leggere il secondo volume? Sì, ma allo stesso tempo temo anche una delusione.




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