Recensione 'L'avversione di Tonino per i ceci e i polacchi' di Giovanni Di Marco - Baldini+Castoldi

L'AVVERSIONE DI TONINO PER I CECI E I POLACCHI ・Giovanni Di Marco・Baldini+Castoldi・26 agosto 2022・432 pagine

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Il giorno in cui si celebra il funerale della madre di Tonino, la gente non parla d’altro che dell’attentato a Karol Wojtyla. Siamo in un paesino dell’entroterra siciliano: Tonino è un bambino di sette anni, curioso, intelligente e vitale, con una passione smodata per la Juventus. Ma la confusione e la rabbia che prova quel giorno, scavano nel suo animo, lasciando cicatrici profonde. Tonino pare destinato al ruolo di vittima: non solo in quanto orfano, ma anche perché da lì a breve riceverà le attenzioni morbose di Padre Alfio. In risposta agli abusi, e quasi obbedendo a un impulso autodistruttivo, Tonino rischia di diventare il carnefice di se stesso. Mentre nel mondo di fuori si ragiona di guerra fredda e si festeggia il Mondiale dell’82, dentro di lui tutto sembra andare lentamente in frantumi: le amicizie, la bellezza dell’amore, la possibilità di un futuro, il rapporto con la famiglia. Del bambino che era non rimane che un’eco lontana, che Tonino crescendo faticherà ad ascoltare, perseguitato dal senso di colpa. La sua speranza di salvezza è Tania, la giovane vicina di casa che gli farà da seconda madre, una ragazza con uno spirito indomito e un passato burrascoso, nonché l’unica persona disposta a lottare perché Tonino ottenga giustizia. Prendendo come filo conduttore l’esperienza del protagonista, questa storia riesce a far luce sul dramma, reale, delle vittime di abusi da parte di membri del clero e sull’ostinato quanto ingiustificabile silenzio che per anni ha protetto i carnefici abbandonando le vittime al proprio destino. Un romanzo d’esordio potente e coraggioso, capace di raccontare con ironia e leggerezza la perdita dell’innocenza, la ribellione e i tentativi di riscatto di un bambino diventato adulto troppo in fretta.

Quello della Chiesa è un modo di procedere sistematico. Se scoprono un prete pedofilo, lo tolgono da qua e lo mettono là. Come se nulla fosse, come se non ne sapessero niente.
Non sono mai stata un'assidua frequentatrice della chiesa: al catechismo, preferivo di gran lunga la biblioteca, all'oratorio, i miei pomeriggi di lettura rintanata in cameretta.
I sacramenti che ho preso, sono stati tutti "merito" di mia madre e di una benevola e affettuosa catechista che, pur di tenermi sulla retta via, segnava la mia presenza a messa tutte le domeniche... sì, le stesse domeniche che io, invece, trascorrevo a casa a leggere!
Una volta adulta, chiesa, sacerdoti, suore e tutto il contorno, sono diventati quanto di più lontano da me possa esistere (e devo ammettere che i cinque anni di liceo in una scuola di salesiane, hanno incentivato il mio allontanamento!).

Perché faccio questa premessa? Perché questo primo romanzo di Giovanni Di Marco racconta una storia di pedofilia, una storia nella quale i protagonisti sono Tonino, un bambino di otto anni, e il prete del piccolo paese nel quale vive, Castelverde.
Sicuramente, approcciarsi a questa storia da credenti, potrebbe avere un impatto diverso e causare reazioni diverse nei lettori.

Tonino è il protagonista incontrastato di questo romanzo: attorno a lui ruotano avvenimenti e personaggi, mantenendo il suo sguardo come punto focale di una storia che emana dolore dalla prima all'ultima pagina.
Per un bambino della mia età, l'allegria avrebbe dovuto essere una condizione naturale, per me invece era parente stretta di una conquista.
A otto anni, Tonino perde la madre, morta di parto; durante il funerale, arriva la notizia dell'attentato a Papa Wojtyla: il prete interrompe il funerale e Tonino si chiede perché un Papa sia più importante di sua madre.
Da quel giorno, Tonino andrà a vivere a casa della zia, dove l'unica gioia sarà Tania, la giovane vicina di casa che, in qualche modo, andrà a riempire il vuoto lasciato dalla madre.

Quella che Di Marco ci racconta è una storia forte, nella quale la pedofilia è solo lo spunto di partenza, la scintilla che trasforma un bambino dolce e gentile in un ragazzo problematico.
Tonino rimane orfano, poi è vittima degli abusi di un prete, ma seguiranno, negli anni a venire, tutta una serie di eventi, subiti o causati da Tonino stesso, che condurranno verso un finale che l'autore ha la bravura di rendere tanto doloroso quanto carico di speranza!
La violenza e gli abusi subiti - adesso lo capisco - sono ferite sempre aperte, che generano altri abusi e altra violenza, come testimonia la mia stessa esistenza.
Il romanzo è equamente diviso in due parti e se nella prima ci concentriamo sul dolore di Tonino, sulla perdita della madre e sugli abusi subiti, sezionando assieme a lui e a Tania la sofferenza che lo colpisce, nella seconda parte ci troveremo faccia a faccia col cambiamento del protagonista.
Tonino diventa scontroso, arrogante, strafottente, a tratti insopportabile. I dolori che lo hanno colpito, ma anche l'adolescenza che si fa strada, lo trasformano.

Allo stesso modo, la divisione che contraddistingue la vita di Tonino, si ripercuote sul romanzo: se nella prima parte, Di Marco usa tutto il tatto e la delicatezza possibili per narrarci qualcosa di terribile, facendo sempre intuire ma non addentrandosi mai in particolari scabrosi, ciò che accade a Tonino, nella seconda parte ci troviamo davanti a un netto cambio di registro.
La trasformazione di Tonino diventa anche la trasformazione della storia e del suo stile narrativo: l'autore si lascia andare, esattamente come fa il suo protagonista; diventa a tratti eccessivo, il linguaggio si inasprisce, spesso scade in una sorta di "volgarità" assolutamente voluta che caratterizza perfettamente il contesto sociale, l'ambiente nel quale Tonino cresce e le persone che frequenta.

Se da una parte questa scelta mi è parsa comprensibile, utile a caratterizzare il cambiamento di Tonino, dall'altra mi è parsa "un po' troppo": troppe sono le disgrazie che capitano a Tonino, ma troppo diventa anche il suo modo di reagire, di rapportarsi con gli altri e di parlare.
Ammetto che a un certo punto ho trovato stancante proseguire con la lettura, necessitando di una pausa che mi allontanasse da tutto quel dolore e da un Tonino che inizialmente ho amato profondamente e che mi risultava, invece, irriconoscibile.

Come detto, si arriva a un finale che rappacifica e dona speranza, il tutto condito da una scrittura che rende vivida e reale ogni descrizione, ogni situazione e ogni personaggio. 
Il romanzo si legge in fretta nonostante la sua mole, ma sicuramente non se ne esce indenni.



Ringrazio l'autore e la Casa Editrice e l'autore per l'invio della copia



2 comments:

  1. Un esordio decisamente particolare e sicuramente non proprio leggero. Mi è piaciuta molto la tua introduzione con il tuo rapporto con la chiesa e da atea mi rivedo in alcuni aspetti e concordo con te che probabilmente se letto da un credente questo libro avrebbe un'effetto diverso. Non so se lo leggerò perché non sono sicura di sentirmelo ma la tua recensione mi ha colpita molto. Continuerò a seguirti con piacere ❤️

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    Risposte
    1. Ciao Enrica, innanzitutto scusami se non ti ho risposto prima, ma devi sapere che Blogger e Safari non si amano, quindi finché non ho un computer tra le mani, non riesco a rispondere ai commenti. Ma sappi che ti leggo sempre, quindi grazie per i pensieri che lasci qui!
      Per quanto riguarda questo libro, concordo con te: se si è credenti, sicuramente l'approccio è diverso. La storia è molto forte, ma incredibilmente vera, quindi, se un giorno dovessi avere voglia di una lettura dolorosa, potrebbe essere il libro giusto!

      Elimina

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