Recensione 'Vicolo Sant'Andrea 9'
di Manuela Faccon - Feltrinelli


VICOLO SANT'ANDREA 9 || Manuela Faccon || Feltrinelli || 28 febbraio 2023 || 285 pagine



Padova, anni cinquanta. Teresa lavora come portinaia in un palazzo del centro. Dietro un aspetto dimesso e in apparenza insignificante, nasconde un bruciante segreto. Nel dicembre del 1943, quando aveva sedici anni, di ritorno da un incontro sotto i portici di piazza delle Erbe con il garzone di cui è innamorata, assiste all’arresto della famiglia ebrea per cui lavora e da cui è stata istruita e educata alla lettura. Un attimo prima di essere portata via dai soldati, la padrona le affida il suo ultimo nato: Amos, due enormi occhi scuri e una voglia di fragola sulla nuca. Qualcuno però fa la spia, Teresa viene separata a forza dal bambino e per punizione rinchiusa in manicomio. Anni dopo, continua a pensare a quel bambino. Sarà ancora vivo? Che tipo di persona sarà diventato? E fino a che punto dovrà arrivare, lei, per tener fede alla parola data? Presta servizio in casa delle ricche signorine Pozzo, così diverse dall’amorevole signora Levi o dalla famiglia numerosa in cui è cresciuta in campagna, e intanto cerca Amos. Finché un nuovo colpo del destino le offre l’occasione tanto attesa: c’è un impegno da onorare, una verità da consegnare prima che il portoncino di vicolo Sant’Andrea 9 si spalanchi per l’ultima volta e lei sia finalmente libera di ricominciare. Prendendo spunto da vicende storiche e da ricordi d’infanzia, Manuela Faccon costruisce il ritratto di una donna unica e, al tempo stesso, come tante, fragile dentro, ma forte fuori, per gli altri. Un romanzo intimo e intenso sulla dignità al femminile, sui sacrifici che comporta la lealtà, verso il prossimo e verso se stessi. Una voce potente, nuova, ma con una musicalità antica. Anni cinquanta. La portinaia di vicolo Sant’Andrea 9 nasconde un segreto. Ora, finalmente, è arrivato il momento di parlare. 

Tra sbuffi, occhi alzati al cielo, vari "e sticazzi" e molti "e che palle" sono finalmente giunta alla conclusione di questa dettagliata mappa della città di Padova!

Questo è uno di quei libri che definirei strano, perché ha la capacità di farsi leggere e racchiude in sé una storia interessante, ma, allo stesso tempo, è un continuo profluvio di dettagli inutili e, cosa ancora peggiore, di "orrori" storici che fanno rabbrividire.

Teresa è una giovanissima ragazza quando, nel 1943 (chissà perché l'autrice si ostina a scrivere tutte le date in lettere... mah!), lavora come donna di servizio in casa della famiglia Levi.
Sembra una mattina come tante quel 9 dicembre del '43: Teresa è andata al mercato, ha persino dato il suo primo bacio a Gianni, il ragazzo che da qualche tempo le fa battere il cuore (e che poi ritroveremo nelle ultime pagine, per il classico happy-ending che non deve mai mancare!); arrivata sotto casa dei Levi, però, Teresa capisce che c'è qualcosa che non va: camionette militari e soldati che urlano e il signor Levi che esce di casa impaurito.
Sarà in quel momento che la vita di Teresa cambierà per sempre: la signora Levi le affiderà il piccolo Amos, nato appena sette settimane prima, chiedendole di prendersi cura di lui, di salvargli la vita.

Teresa porterà con sé il neonato e, una volta giunta a casa, se ne prenderà cura, inizialmente grazie all'aiuto della sorella Adele, poi affidandolo a una vicina senza figli.
Ma evidentemente il destino le è avverso, perché a causa di una soffiata, il maresciallo Attilio Pozzo, scoprirà il segreto di Teresa e, dopo averla arrestata e aver cercato di abusare di lei, la farà rinchiudere in manicomio, dove la ragazza rimarrà per quattro anni.

Come detto inizialmente, questa storia ha tutti gli elementi per interessare il lettore, a partire da quell'atmosfera da grande famiglia che si respira nel casolare che ospita Teresa e i suoi parenti.
Allo stesso tempo, ciò che accade alla protagonista incuriosisce e affascina il lettore.

A fronte di tutto ciò, però, questo romanzo racchiude in sé varie falle. Dal punto di vista storico abbondano le inesattezze che, se ai più potrebbero apparire come piccoli dettagli insignificanti, per chi è, invece, avvezzo al genere, stridono come unghie su una lavagna; Teresa che indossa le calze di nylon, l'abbondanza di carne in vendita, una Padova perfettamente ricostruita ad appena tre anni dalla fine della guerra, la famiglia Levi (palesemente ebrea!) che possiede la tessera del partito fascista sono solo alcuni degli strafalcioni di cui ho preso nota durante la lettura.

Allo stesso tempo, la storia procede a balzelli, in un continuo susseguirsi di accelerate e frenate da parte dell'autrice che a volte spesso si perde in una sequela di descrizioni inutili; l'ultima parte è talmente piena di dettagli sulla città di Padova che, pur non avendola mai visitata, sarei in grado di descrivervela via per via.
Poi arrivano, improvvise, le accelerate: interi anni saltati nell'arco di tre o quattro pagine, avvenimenti su avvenimenti racchiusi in poche righe che spiazzano il lettore, portandolo a perdere il filo della narrazione o, cosa peggiore, a chiedersi chi siano o quale scopo abbiano alcuni personaggi lanciati qua e là tra le pagine... da giorni io e Lallina (qui il suo pensiero) ci chiediamo il senso della presenza di Rosa!

In pratica, ci troviamo davanti a una di quelle occasioni che appaiono sprecate: poter raccontare una storia interessante e, invece, gettare tutto in un limbo di inutilità che porta il lettore a sbuffare, arrabbiarsi, annoiarsi e giungere all'ultima pagina chiedendosi cosa sia passato per la testa dell'autrice e perché nessuno sia intervenuto a mettere una pezza!








Ringrazio la Casa Editrice per avermi inviato una copia del romanzo

La Libridinosa

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1 commento:

  1. Gli errori storici che elenchi sono piuttosti evidenti, si sarebbero facilmente potuti evitare!

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