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Recensione 'Tutto questo ti darò' di Dolores Redondo - Dea Planeta



Titolo: Tutto questo ti darò || Autore: Dolores Redondo || Editore: Dea Planeta 
Data di pubblicazione: 17 ottobre 2017 || Pagine: 578

Quando una coppia in divisa bussa alla sua porta, Manuel, scrittore di successo ossessivamente dedito alla stesura del prossimo bestseller, intuisce all’istante che dev’essere accaduto qualcosa di grave ad Alvaro, l’uomo che ama e al quale è sposato da anni. E infatti il corpo senza vita del marito è stato ritrovato al volante della sua auto, inspiegabilmente uscita di strada tra le vigne e i paesaggi scoscesi della Galizia, a chilometri di distanza dal luogo in cui Alvaro avrebbe dovuto trovarsi al momento dell’incidente. Sconvolto, Manuel parte per identificare la salma. Ma giunto a destinazione si ritrova invischiato in un intrico di menzogne, segreti e omissioni che ha al centro la ricca e arrogante famiglia d’origine del marito. Con l’aiuto di Nogueira, poliziotto in pensione dal carattere ruvido, e di Padre Lucas, il prete locale amico d’infanzia di Alvaro, Manuel indaga sulle molte ombre nel passato dei Muñiz Dávila e sulla vita segreta dell’uomo che si era illuso di conoscere quanto sé stesso. Serrato, sorprendente e ricco di atmosfera, Maledetto sia il nome è un thriller psicologico dalla sensibilità finissima, capace di indagare con la stessa onestà le dinamiche del cuore e quelle – troppo spesso malate – della nostra società.

Trama: 2 || Personaggi: 2 || Stile: 4




Ci sono storie che in meno di 300 pagine riescono ad entrarci dentro e mettere sottosopra la nostra anima e altre che, invece, benché spalmate su un numero ben più consistente di parole, non riescono a far breccia nel nostro cuore.

Non mi sono mai lasciata intimorire dal volume di un romanzo, ma ciò che mi aspetto è che ad un certo numero di pagine corrisponda una storia per raccontare la quale siano tutte necessarie.
Spesso avete sentito dire da me e dalle mie colleghe che una cinquantina di pagine in meno avrebbero salvato un romanzo.
In questo caso specifico, mi spiace dirlo, ma le pagine superflue sono state ben più di una cinquantina.

Tutto questo ti darò parte molto bene: l'autrice ci catapulta immediatamente nella vita dei due protagonisti. Manuel, scrittore di notevole fama, e suo marito Álvaro. Senza alcun preambolo, dopo poche righe noi lettori veniamo messi a conoscenza della morte di Álvaro. Morte che pare essere assolutamente accidentale.

La notizia che, però, sconvolgerà Manuel, ben più della morte del marito, sarà lo scoprire che Álvaro non si trovava nel luogo in cui lui credeva che fosse. Come in un castello di carte, tutte le certezze di Manuel crolleranno in un solo momento: chi era davvero Álvaro? Cosa gli nascondeva?

Nelle prime 150 pagine del romanzo, la Redondo ci accompagnerà alla scoperta della vita di Álvaro e della sua famiglia di origine. Usando Manuel come novello Cicerone, percorreremo le strade galiziane sino ad As Grileira, la tenuta in cui Álvaro era nato e cresciuto.
             

Le premesse per andare avanti, e anche piacevolmente, con la lettura, ci sono tutte. Peccato che, improvvisamente, l'autrice decida di iniziare ad allungare un brodo che, di per sé, non aveva alcun bisogno di ritocchi.
Tutto d'un tratto la storia scade in una sorta di apatia ed inutilità descrittiva che passa attraverso i dettagli della vendemmia, i cavalli da corsa, un cane maltrattato e le pene sentimentali di un tenente in pensione.

Le 300 pagine che compongono la parte centrale di questo romanzo risultano superflue e noiose come poche.
A meno di 200 pagine dalla fine, però, pare che l'autrice si ridesti improvvisamente e si renda conto che sia giunto il momento di concludere la storia. Ma, invece di farlo una volta per tutte e con un finale degno di nota, che avrebbe aiutato non poco a risollevare le sorti, ormai compromesse, di un romanzo che si fatica non poco a portare a termine, la Redondo decide di infarcire il finale con tutto ciò che non ci ha raccontato nelle parti precedenti: e allora giù con abusi sessuali risalenti al trentennio precedente, spacciatori di droga e chi più ne ha più ne metta.
Per arrivare a cosa? Ad un finale che è quanto di più banale si potesse tirare fuori.

La sensazione che mi rimane, alla fine di questa lettura, è quella di aver perso tanto tempo. E, una volta di più, mi tornano in mente le parole della mia professoressa di Lettere del liceo, che ci ripeteva sempre quanto fosse più difficile scrivere un buon testo in poche righe rispetto al propinare fuffa alla gente in tante e tante pagine!
Il dono della sintesi, questo sconosciuto!


Commenti

  1. O mamma, lo sto leggendo proprio in questi giorni e sono a pagina 100! Non mi dire così :(

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  2. Maledetto sia il nome era il titolo originale?

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  3. Grazie per aver fatto da cavia! Eliminato dalla mia mente! Ahahah

    RispondiElimina
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    1. Figurati, è sempre un piacere! Soprattutto quando si tratta di romanzi così esili!

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  4. A me ispirava tantissimo, ma se è così mi sa proprio che eviterò di perdere tempo inutilmente!!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E mi ricordo che tu eri interessata! Lascia perdere, è troppo lungo per sprecare tempo.

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