martedì 17 novembre 2020

Recensione 'Gli ultimi giorni di quiete' di Antonio Manzini - Sellerio

 

GLI ULTIMI GIORNI DI QUIETE || Antonio Manzini || Sellerio || 22 ottobre 2020 || 240 pagine

Una mattina qualunque, per caso, Nora riconosce un volto in treno. È la persona che le ha distrutto la vita. Lei e il marito Pasquale sono i proprietari a Pescara di una avviata tabaccheria. E proprio in questa sei anni prima nel corso di una rapina un ladro ha ucciso il loro unico figlio Corrado. Nora non può credere che il carnefice di un ragazzo innocente – del loro ragazzo innocente! – possa essere libero dopo così poco tempo. Non può credere che la vita di suo figlio valga tanto poco. Ma è così, tra la condanna per un omicidio preterintenzionale e i benefici carcerari. Da questo momento Nora e Pasquale non riescono a continuare a vivere senza ottenere una loro giustizia riparatrice. Il marito cerca la via più breve e immediata. Nora, invece, dopo una difficile ricerca per stanare l’uomo, elabora un piano più raffinato. Paolo Dainese, però, l’omicida, si è sforzato per rifarsi una vita e, annaspando, sta riuscendo a rimettersi a galla.
Da anni Antonio Manzini aveva in mente questa storia, tratta da un fatto vero. E ha voluto scrivere non un romanzo a tesi, ma un romanzo psicologico su tre anime e su come esse reagiscono di fronte a un’alternativa morale priva di una risposta sicura. E leggendo queste pagine si resta disorientati, non solo perché l’autore ha scritto una storia diversa dalle sue trame che ci sono più famigliari, ma soprattutto perché è riuscito a raccontare, dentro gli intrecci propri di chi è maestro di storie, l’impossibilità di farsi un giudizio netto. Impossibilità di chi legge, e di chi scrive; ma anche dei personaggi che vivono la vicenda. Questi possono scegliere (e le loro scelte sono diverse) ma perché costretti a farlo, così come la vita costringe. Questa specie di cortocircuito, tra ragione e vita, è il dubbio etico che Manzini esplora in tutto il suo spazio.


Ho avuto paura di questo libro, perché l'ultima romanzo di Antonio Manzini, l'ultimo incontro con Rocco Schiavone, mi aveva lasciato un po' di amaro in bocca.
Ho avuto paura. Ero restia ad acquistarlo e, una volta che l'ho avuto tra le mani, l'ho appoggiato lì, tra i libri che prima o poi avrei letto.
Mi è servita una spinta, la solita, quella della Bacci, per gettarmi in questo fiume di parole e dolore.

Ho iniziato a camminare, a passi lenti, tra i silenzi e gli sguardi perduti di Nora e Pasquale.
Ho imparato ad ascoltare quei silenzi, a carpire i piccoli gesti e ho scoperto il dolore: soffocante, ammorbante, straziante, lacerante.
Portare i fiori sulla tomba di un figlio è contro natura. Piangere sulla tomba di un figlio è contro natura. Vivere al posto di tuo figlio è anche peggio. 
Nora è seduta tranquilla sul treno che sta per riportarla a casa, quando si accorge che, qualche posto più in là, incartocciato in un giubbotto di pelle marrone, siede l'uomo che ha cambiato per sempre il corso della sua vita: Paolo Dainese, l'uomo che sei anni prima ha ucciso Corrado, il suo unico figlio.

Ho dovuto prendere fiato prima di riuscire a continuare la lettura; ho dovuto fermare le mani tremanti, respirare piano per calmare il cuore impazzito.
Ho pensato, per un attimo, di essere Nora e avrei voluto avere la gola di quell'uomo tra le mie mani; avrei voluto guardarlo negli occhi mentre le mani stringevano sempre di più. Avrei voluto privarlo della vita, esattamente come lui aveva fatto con mio figlio.

Sono scesa di fretta da quel treno, correndo appresso a Nora, inseguendo quell'uomo, cercando risposte a domande che risposte non potranno mai avere. Perché? Perché l'hai fatto? Perché mio figlio? Perché tu vivi, sorridi, respiri? Perché?

Sono tornata in quella casa fatta ormai solo di pareti e vuoti immensi e ho scaricato il mio fiume di dolore addosso a mio marito, quasi fossi l'unica a cui è concesso soffrire; come se il mio grembo, che una volta proteggeva mio figlio, adesso proteggesse il dolore, come se le mie braccia, che una volta cullavano Corrado, adesso cullassero lacrime.

Sono diventata un padre, tra le righe di questo romanzo. E ho imparato che non serve aver portato in grembo un figlio perché il dolore ci laceri.
Ho imparato che padre lo si diventa pian piano: afferrando quel bambino che sta per cadere, coprendo con un cerotto la sbucciatura sul ginocchio, capendo qual è il momento giusto per mollare il sellino della bici e lasciar andare quel bambino, libero, nel grande gioco che è la vita.

Ho capito che il dolore può essere urlato o soffocato, pubblico o segreto, ma di certo è privo di parole.

Sono diventata un assassino. Ho visto gli errori, gli anni perduti, ho cercato di ricominciare, di ripartire dal sorriso di una ragazza dal viso buffo, da mani sporche di grasso e di olio, da una villetta in periferia che, ogni sera, profuma di cibo. Ci ho provato. Mi è stato impedito.

Questo nuovo romanzo di Antonio Manzini è una sonata in crescendo: parte lieve e squarcia l'anima.
L'autore ci porta ad immedesimarci in ognuno dei protagonisti di questa storia e sconvolge il modo in cui ognuno di loro riesca a raccontare la propria storia.

Gli ultimi giorni di quiete è una storia in cui tutti vengono sconfitti: è sconfitta quella madre che è riuscita a farsi detestare dal lettore; è sconfitto quel padre che cerca solo una ragione per andare avanti, è sconfitto colui che ha ucciso e non ha capito.
È sconfitto il lettore, reso giudice inconsapevole, che abbandona la razionalità e si lascia trascinare nel mare di emozioni che Manzini riesce a trasmettere.
Perde tutto il lettore: la ragione, il sonno, il respiro e la lucidità. Riemerge da questa storia con le ossa rotte e il cuore a pezzi.

Vince Manzini, che dimostra di saper andare oltre la sicurezza concessagli da Rocco Schiavone.
Vince, consegnando al lettore una storia dura, cruda, dolorosamente reale.
Vince, lasciando noi in mille pezzi.



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