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Recensione 'L'incantatrice dei numeri' di Jennifer Chiaverini - Neri Pozza


L'INCANTATRICE DEI NUMERI || Jennifer Chiaverini || Neri Pozza || 25 luglio 2019 || 527 pagine

Londra, 1815. È una fredda alba invernale, quando Lady Annabella Noel Milbanke, moglie di George Gordon, sesto barone di Byron, il poeta idolatrato da molti e detestato da altri quale «sinistro rappresentante della corrotta società londinese», si reca nella nursery dove dorme Ada, la figlia nata soltanto da sette mesi. In silenzio, afferra la piccola, la imbacucca contro il freddo e la stringe a sé, per raggiungere insieme la carrozza che le attende in giardino. A tarda sera, madre e figlia sono a Kirkby Mallory, nel Leicestershire, nella tenuta ereditata dai Noel Milbanke, lontano dall’elegante dimora di Piccadilly Terrace, dove la giovane nobildonna ha vissuto accanto a un uomo tanto geniale quanto sadico e crudele. Lady e Lord Noel Milbanke, i genitori di Annabella, si industriano subito per una tacita separazione legale della figlia dall’illustre poeta. La pubblicazione, però, da parte di Byron, di due poesie sulla separazione, Addio del poeta a sua moglie e Saggio satirico, rende la vicenda pubblica suscitando grande scandalo nella società londinese. Determinata a tenere lontana dalla figura e dal mondo del padre la piccola Ada, Annabella bandisce fiabe e fantasia dall’infanzia della figlia, e le offre un’educazione rigorosa fondata sulla matematica e la scienza. Qualsiasi stimolante scintilla di immaginazione – o peggio ancora, passione o poesia – viene prontamente estinta. Ada cresce, perciò, mostrando una sorprendente attitudine per la matematica e lo studio di tutto ciò che è meccanico. Un talento che, nel 1833, durante un ricevimento a casa di Richard Copley, la porta a fare la conoscenza di Charles Babbage, inventore della macchina differenziale. Ada rimane affascinata dall’universalità delle idee dell’uomo. Anche Babbage resta, tuttavia, colpito dall’intelligenza di Adae dalle sue abilità matematiche. La chiama «l’Incantatrice dei numeri» e la introduce in un mondo dove il genio viene celebrato e l’immaginazione incoraggiata, e non guardata con paura, come un incendio da spegnere prima che distrugga l’intero villaggio. Jennifer Chiaverini rende un sentito omaggio a una delle pioniere dell’informatica, una donna visionaria che ha lottato per la propria indipendenza e il riconoscimento delle proprie idee.




Augusta Ada Byron, nota come Lady Lovelace, era figlia del poeta Lord Byron e della moglie, Annabella Milbanke.
Ada viene ricordata per le sue doti di matematica e per il contributo dato alla creazione della macchina analitica, primo prototipo di un computer meccanico, ideata da Charles Babbage.

Il romanzo di Jennifer Chiaverini racconta la vita di Ada partendo dall'incontro e dal fallimentare matrimonio tra i suoi genitori e inoltrandosi, poi, nei dettagli della vita della stessa Ada, che seguiremo dalla nascita, avvenuta nel dicembre del 1815, sino alla fine del 1850.

Questo romanzo ha in sé il grande pregio di farci conoscere Lady Lovelace in maniera approfondita e di darci un quadro completo ed esaustivo di quella che fu la non facile vita della figlia di Lord Byron.
I genitori di Ada si separano quando lei aveva appena sette settimane. Nonostante gli sforzi compiuti dalla madre per tollerare gli scatti d'ira e le continue umiliazioni alle quali Byron la sottoponeva, poche settimane dopo il parto, Lady Milbanke decise di lasciare il marito e tornare a casa dei propri genitori, dando vita a quella che, nel Regno Unito dell'epoca, venne chiamata "la Separazione".

Ada non rivide mai più il padre, morto pochi anni dopo, e venne cresciuta, inizialmente, dai nonni e, alla morte di questi, fu affidata a varie tate e istitutori.

Quello che salta all'occhio del lettore è, sicuramente, il rapporto conflittuale tra Ada e la madre, dove quest'ultima appare, nei confronti della figlia, come una donna rigida e poco incline a slanci di affetto nei confronti della figlia; al contrario, la donna risulta gioviale e generosa oltre ogni limite nei riguardi di amici e parenti di vario grado.

L'infanzia di Ada sarà contraddistinta, inoltre, dai tentativi della madre di tenerla lontana dal padre non solo come figura reale, ma anche come ideologia, bandendo, quindi, le fiabe e la fantasia dalla vita della figlia e impartendole un'educazione rigida e rigorosa, fondata sullo studio della matematica e della scienza.
Viene perciò da chiedersi, benché sia appurata la grande capacità di Ada in queste materie, quanto, effettivamente, le sue scelte non siano, almeno inizialmente, dipese dalla mano materna.

Stride, nella prima parte del romanzo, il modo in cui l'autrice ci racconta Ada bambina; per quanto più volte, nel prosieguo della narrazione ci venga dato modo di percepire la precocità e la spiccata intelligenza di Ada, alcuni episodi mi sono parsi davvero inverosimili, come, ad esempio, il trovare un'Ada di appena un anno nascosta dietro una porta per origliare i discorsi tra la madre e i nonni e poi correre via quando gli adulti stanno per uscire dalla stanza.

Proseguendo nella lettura, ci si impantana in una dettagliatissima narrazione dell'infanzia e dell'adolescenza della protagonista: dall'istruzione ai viaggi, dagli abiti ai pensieri, Chiaverini non tralascia il benché minimo dettaglio riguardante Ada, rendendo la storia prolissa e lenta.

A discapito di questa scelta, abbiamo un finale nel quale ci si ferma al 1850, due anni prima la morte di Ada; morte della quale l'autrice ci darà lumi nelle sue note.
Una scelta, questa, che mi ha lasciato più di qualche perplessità: avrei preferito una maggiore sintesi, omettendo particolari decisamente superflui nella prima parte del romanzo, in favore di un'opera che includesse anche gli ultimi anni di vita della protagonista.

La scrittura della Chiaverini è sicuramente piacevole, ma, esattamente come accadde ne La sarta di Mary Lincoln, l'autrice ha la tendenza a perdersi in dettagli inutili ai fini della storia.



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