martedì 11 maggio 2021

Recensione 'Questo giorno che incombe' di Antonella Lattanzi - Harper Collins

 


QUESTO GIORNO CHE INCOMBE || Antonella Lattanzi || Harper Collins || 
456 pagine || 14 gennaio 2021


Qui saremo felici. Francesca lo pensa mentre sta per varcare il cancello rosso fuoco della sua nuova casa. Accanto a lei c’è Massimo, suo marito, e le loro figlie, ancora piccole. Si sono appena trasferiti da Milano a Giardino di Roma, un quartiere a metà strada tra la metropoli e il mare. Hanno comprato casa in un condominio moderno e accogliente, con un portiere impeccabile e sempre disponibile, vicini gentili che li accolgono con visite e doni, un appartamento pieno di luce che brilla in tutte le stanze. Il posto perfetto per iniziare una nuova vita. Perché Francesca è giovane, è bella, è felice. E, lo sa, qui a Giardino di Roma sarà libera. Eppure qualcosa non va.
Dei dettagli cominciano a turbare la gioia dell’arrivo. Piccoli incidenti, ombre, che hanno qualcosa di sinistro. Ma sono reali o Francesca li sta solo immaginando? Appena messo piede nella nuova casa Massimo diventa distante, Francesca passa tutto il tempo sola in casa con le bambine e non riesce più a lavorare né a pensare. Le visite dei vicini iniziano a diventare inquietanti, sembra impossibile sfuggire al loro sguardo onnipresente. A poco a poco il cancello rosso che difende il condominio si trasforma nella porta di una prigione. E così, intrappolata nella casa, Francesca comincia a soffrire di paranoia e vuoti di memoria. 
Sempre più sola e piena di angosce, ha l’impressione che la casa le parli, che le dia consigli, forse ordini. Le amnesie si fanno sempre più lunghe e frequenti. Finché un giorno, dal cortile, arriva un grido. È scomparsa una bambina. Può essere sua figlia? E perché Francesca, ancora una volta, non sa cosa ha fatto nelle ultime ore? 
Liberamente ispirato a un episodio di cronaca avvenuto a Bari nel palazzo dove l’autrice è cresciuta, Questo giorno che incombe è un romanzo unico, bellissimo e prismatico, capace di accogliere suggestioni che vanno da Kafka a King, da Polanski a Dostoevskij, di attraversare più generi, dal thriller alla storia d’amore, di riflettere sulla maternità e le sue angosce, di parlare del male e del dubbio, e capace di riscrivere, tra realtà e finzione, una storia vera. 
Antonella Lattanzi ha già indagato gli abissi e le pieghe dell’animo umano in Devozione e Una storia nera, e adesso torna a farlo con il suo libro più importante. Con una lingua meravigliosa, appassionata e incalzante, Questo giorno che incombe racconta il sospetto, la speranza, il dolore, la passione, confermando lo straordinario talento dell’autrice e lasciando il lettore senza fiato, in un crescendo continuo dall’arrivo nella casa nuova fino alle indimenticabili pagine finali.



Leggere questo romanzo è stato come fare un giro sulle montagne russe: veloce, angosciante, destabilizzante. 
Una volta scesa, però, le sensazioni sono state contrastanti.

Entrare nella vita di Massimo e Francesca, attraversare assieme a loro quel cancello rosso che conduce alla loro nuova casa, trasmette immediatamente una sensazione di angoscia.
Sei condomini, un cortile pieno di bambini, un vicinato affiatato, compatto, unito; un appartamento pieno di sole e loro, Massimo e Francesca, con le loro bambine per mano, che si affacciano a una nuova vita.

I due coniugi hanno lasciato Milano per trasferirsi a Giardino di Roma, un quartiere a poca distanza dalla capitale.
Un nuovo lavoro per Massimo, un nuovo inizio, una nuova vita, una nuova felicità.

Ma sin da subito Francesca capirà che l'idillio avrà vita breve: Massimo sarà sempre troppo preso dal lavoro e sempre più distante; Francesca sarà sempre più sola, persa tra le bambine da accudire un vicinato che pare non perderla d'occhio nemmeno per un istante.
E poi c'è la casa: la casa che le parla, la casa che la controlla, la casa che incombe.

Le prime 100 pagine di questo romanzo catapultano il lettore dento la trama, instillando ansia e angoscia di parola in parola.
Poi la storia comincia a essere delirante, dispersiva, sproloquiante.
La casa parla, la casa dice, la casa comanda. E più la casa è presente, più io mi allontano. Lei prende il sopravvento e io mi distacco, infastidita da questa esagerazione del surreale che non regge.

Tutto diventa improvvisamente troppo: troppa casa, troppa Francesca, troppi avvenimenti inutili quando, già a metà storia, ogni cosa cosa è chiara, ogni tassello ha un suo posto.
Francesca è incomprensibile: una donna in balìa degli eventi, dei sentimenti e degli ormoni.

Ogni situazione pare creare nuove diramazioni, ogni storia pare intrecciarsi su se stessa, aggrovigliarsi, confondersi.
C'è un momento in cui manca l'aria, si ha bisogno di appoggiare il libro, allontanarsi da lui, quasi bruciasse.
È tutto troppo.

Il finale mi ha spiazzata forse più del romanzo nella sua interezza. Un colpo al cuore mentre lo leggevo; un colpo leggero, prevedibile, non inaspettato, ma... tragico, esagerato, melodrammatico, degno di una tragedia shakespeariana .

Troppo. Questo libro è un troppo nell'accezione negativa del termine.

Si legge bene, velocemente, ma se ne esce esausti, vuoti, infastiditi. Troppe pagine in più, inutili divagazioni, troppe situazioni senza alcun senso.

Nessun congiuntivo salvato, neanche uno. Una strage.


2 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  2. Ciao, grazie per la recensione, anche io ho avuto la stessa impressione di "troppo". La seconda metà del libro mi ha invece un po' deluso perchè mi è sembrato che il centro venisse spostato fuori dalla protagonista, quasi come a dire "il male non è dentro di lei, è solo là fuori" che mi sembra una banalizzazione di tutte le sfaccettature che erano invece emerse durante la costruzione del personaggio: il dolore dell'essere madre, la follia della solitudine, la paranoia, forse la pazzia. Tu cosa ne pensi?
    Anna

    RispondiElimina

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