martedì 8 giugno 2021

Recensione 'La figlia del Reich' di Louise Fein - Sonzogno

 


LA FIGLIA DEL REICH || Louise Fein || Sonzogno || 27 maggio 2021 || 480 pagine

Lipsia, anni Trenta. Hetty è una ragazza impetuosa e piena di entusiasmo, cresciuta nei luminosi valori di rinascita predicati dal Führer. Crede ciecamente in lui e nella sua visione di una grande Germania, come crede nell'affetto della sua famiglia, nella solidità del padre – un importante ufficiale delle SS – e nella sacra ambizione dell'adorato fratello Karl, che si è appena arruolato nella Luftwaffe. Le certezze di questo mondo perfetto cominciano a incrinarsi quando rivede Walter, che era stato il migliore amico del fratello ed è ormai bandito dalla loro casa. Perché Walter è ebreo. Ma agli occhi di Hetty resta il ragazzo gentile e affascinante che tanti anni prima l'aveva salvata dalle acque del lago, il solo che ancora adesso riesca a strapparle un sorriso e sembri interessarsi ai suoi sogni. Come può una persona così generosa essere perseguitata? Giorno dopo giorno, durante incontri segreti e fugaci, lui le svela gli aspetti oscuri del Reich, gliene fa conoscere il lato feroce e violento, la porta a interrogarsi sul vero significato dei principi a cui è stata educata. Hetty è confusa, diffidente, lacerata, ma quei loro appuntamenti diventano sempre più indispensabili. Per capire, per sfuggire all'atmosfera oppressiva che respira a casa e, forse, per innamorarsi per la prima volta.



Negli ultimi anni mi sono tenuta lontana da romanzi incentrati sulla Shoah, sul nazismo e, più in generale, che avessero per protagonisti gli ebrei.
Il motivo, più semplice di quel che si creda, è che avevo la sensazione che quei libri fossero diventati uno strumento commerciale più che un modo per far sì che nessuno di noi dimentichi quanto di atroce è accaduto.
Da qualche mese a questa parte, mi sono riavvicinata a questo genere di storie, facendo molta attenzione nel selezionarli ed evitando di concentrarmi su quelli che vengono spacciati per diari rinvenuti in qualche polverosa soffitta.

La figlia del Reich mi ha colpita per la sua trama, che promette di farci conoscere una ragazza totalmente dedita all'ideologia nazista.
Tra queste pagine, però, si annida molto di più: una storia forte, che fa leva su sentimenti quali l'amicizia, l'amore e l'odio; dei personaggi talmente ben costruiti da sembrare reali e, infine, la scrittura di Louise Fein, che rende tutto vivido e tremendamente doloroso.

Herta è la figlia adolescente di un alto funzionario delle SS; cresciuta ed educata da perfetta ariana convinta della superiorità e della purezza della sua razza, Herta, all'inizio del romanzo, venera Hitler come fosso un Dio in carne e ossa, un essere giusto e superiore, il cui unico scopo è il bene del suo popolo.

Saranno i ricci biondi e i profondi occhi azzurri di Walter a portarla a porsi delle domande e, nel tempo, a mettere in discussione tutto ciò in cui ha sempre creduto.
Walter è quel ragazzo sempre allegro che, quando lei era appena una bambina, l'aveva salvata dall'annegamento; Walter, il miglior amico di suo fratello, che, da un giorno all'altro, lo ha allontanato come fosse un appestato.
Quando Herta lo rincontrerà, dovrà fare i conti con ciò che le è stato inculcato e ciò che, invece, il cuore le suggerirà di fare.
Non dovrei parlare con un ebreo. Ma questo è Walter.
Nella prima parte del romanzo assisteremo alla nascita dell'amore tra i due ragazzi; un amore sbagliato per le leggi dell'epoca e che li porterà a dividersi tra la paura, il desiderio di stare assieme e la consapevolezza del rischio che questo comporta per entrambi.
Allo stesso modo, accompagneremo Herta nel suo percorso verso il cambiamento e l'acquisizione di quella consapevolezza che le farà capire che ciò che le è stato insegnato non è giusto e che Hitler non è quel padre amorevole che pensa al bene del popolo tedesco, bensì un dittatore assetato di potere.
Fino a oggi avevo sentito sempre e solo una campana, ed è così strano ascoltare la tua versione, quando racconti della vostra storia di sofferenze e privazioni.
La figlia del Reich ci racconta sei anni di vita di Herta e Walter, spaziando in maniera sublime ed equilibrata tra narrazione e alcune pagine del diario della protagonista stessa.
Nulla è lasciato al caso e nessun personaggio di questa storia rimane mai ai margini della trama, ognuno racchiuso nel ruolo perfetto e funzionale che l'autrice ha disegnato per loro.
Questa non è una storia incentrata solo sull'amore impossibile tra i due protagonisti; tra queste pagine troveremo anche amicizia e rapporti familiari fatti di segreti e ricatti.
In un'epoca in cui era quasi impensabile potersi fidare di qualcuno, Herta capirà, spesso a sue spese, che l'apparenza inganna e che le persone che più dovrebbero amarla, diverranno i suoi principali nemici.

Ho amato questo romanzo sin dalle prime righe, conquistata dalla scrittura fluida dell'autrice. Ho sentito le pagine scivolare alacremente tra le mie dita, mentre le parole scorrevano veloci davanti ai miei occhi e io facevo uno sforzo, inutile, per rallentare la lettura.
Herta è stata la mia compagna in questi primi pomeriggi che sanno d'estate: l'ho criticata, ma poi mi sono sforzata di capirla, ripetendo a me stessa che ogni bambino è un foglio bianco e che su quel foglio siamo noi adulti a scrivere.
L'ho vista crescere e capire e, assieme a lei, sono giunta alla fine di questo romanzo, con le lacrime che scorrevano copiose sul mio volto e il cuore a pezzi.

Nella nota finale, Louise Fein ci racconta una parte della sua storia familiare e di come questo romanzo serva a farci vedere i parallelismi tra la Germani della anni Trenta e i giorni nostri.
L'autrice è figlia di un ebreo che riuscì a lasciare al Germania e trasferirsi in Inghilterra grazie a un permesso temporaneo.
Quest'uomo, negli anni a venire, si è sempre rifiutato di parlare della sua vita in Germania, tanto che anche Louise ha impiegato anni per confessare le origini ebraiche del padre.

In questo romanzo c'è una stilla del dolore del padre di Louise. Un dolore che, probabilmente, Louise porta dentro quasi inconsapevolmente, ma che le è servito per far arrivare a noi la sofferenza di un intero popolo.
Loro, noi, siamo soltanto persone.



Ringrazio la Casa Editrice per avermi fornito una copia del romanzo




1 commento:

  1. Questo è un genere da cui di solito mi tengo lontana, per il tuo stesso motivo: alla fine, mi sembrava una vera e propria pornografia, lucrare sulla tragedia più drammatica del secolo più tragico della storia. Preferisco rileggere i grandi classici, visto che ogni volta scopro sfumature che mi erano sfuggite o spunti di riflessione su cui non mi ero soffermata prima. Però ormai di te mi fido, per cui darò una chance a questo romanzo: appena esco dal tourbillon di questo periodo, meglio :)

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