lunedì 14 giugno 2021

Recensione 'Figlia della cenere' di Ilaria Tuti - Longanesi



FIGLIA DELLA CENERE || Ilaria Tuti || Longanesi || 3 giugno 2021 || 368 pagine

«La mia è una storia antica, scritta nelle ossa. Sono antiche le ceneri di cui sono figlia, ceneri da cui, troppe volte, sono rinata. E a tratti è un sollievo sapere che prima o poi la mia mente mi tradirà, che i ricordi sembreranno illusioni, racconti appartenenti a qualcun altro e non a me. È quasi un sollievo sapere che è giunto il momento di darmi una risposta, e darla soprattutto a chi ne ha più bisogno. Perché i miei giorni da commissario stanno per terminare. Eppure, nessun sollievo mi è concesso. Oggi il presente torna a scivolare verso il passato, come un piano inclinato che mi costringe a rotolare dentro un buco nero. Oggi capirò di dovere a me stessa, alla mia squadra, un ultimo atto, un ultimo scontro con la ferocia della verità. Perché oggi ascolterò un assassino, e l’assassino parlerà di me.» Dopo "Fiori sopra l’inferno" e "Ninfa Dormiente", torna il commissario Teresa Battaglia in una storia intrisa di spietatezza e compassione, di crudeltà e lealtà, di menzogna e gentilezza. L’indagine più pericolosa per Teresa, il caso che segna la fine di un’epoca.


Ho iniziato a leggere questo terzo (sì, terzo; per sequenza storica è il terzo) cercando di avere la mente libera da pregiudizi.
Teresa Battaglia e Massimo Marini mi erano mancati e Luce della notte è stato solo una presa in giro, un inutile contentino dato in pasto ai lettori, il cui unico risultato è stato quello di far montare la nostra rabbia.
Vi dico una cosa: nella quarta di copertina di questo romanzo Luce della notte non viene neanche nominato.
Resta il fatto che dopo le numerose proteste da parte di blogger e lettori, mi sarei aspettata una presa di posizione da parte dell'autrice, oltre che una maggior trasparenza da parte della Casa Editrice. Ma nulla di tutto ciò è accaduto, lasciando intatta l'idea che i lettori possano essere trattati come polli da spennare.

Ho, però, voluto mettere da parte la delusione e, confidando nella penna di Ilaria Tuti, che nei due romanzi precedenti era stata in grado di conquistarmi, mi sono gettata a capofitto tra queste pagine.

Figlia della cenere lavora su due piani temporali, quello odierno, nel quale ritroviamo Teresa e Massimo, e quello relativo al passato di Teresa.
Saranno questi capitoli, una storia che torna indietro di 27 anni, a far luce, finalmente, su chi era Teresa Battaglia e su cosa le accadde prima di diventare la donna che abbiamo conosciuto in Fiori sopra l'inferno.

Le buone intenzioni che avevo si sono scontrate, dopo poche pagine, con una serie di falle che fanno di questo il peggiore dei tre romanzi della trilogia e che segna il mio addio a Teresa Battaglia.
Parto col dire che la narrazione è lenta, piatta, monotona, assolutamente priva di quei colpi di scena e del pathos che un thriller imporrebbero.
Questa esasperante lentezza si amplifica ulteriormente nei capitoli ambientati nel passato. Arrivata a un terzo del romanzo, ogni qualvolta incappavo in un capitolo che esordiva con "Ventisette anni fa", ho iniziato a sbuffare che manco quando parla la Meloni!
Ovviamente, passato e presente sono strettamente collegati e l'unico piccolo, insignificante colpo di scena, arriva a meno di 100 pagine dalla fine del romanzo.
Troppo tardi e comunque davvero troppo "sterile" come scelta perché possa segnare una svolta nel parere che il lettore, nel frattempo, ha maturato.

A reggere le misere fila di questa storia è il rapporto tra Teresa e Massimo, le loro frecciatine e l'affetto profondo che li lega. Ma (sì, c'è un ma anche qui!), rispetto a Ninfa dormiente, dove il rapporto era cresciuto, ma restava chiuso entro certi confini, qui pare essere andato troppo oltre e troppo in fretta.
Sembra quasi che Massimo e Teresa abbiano compiuto dei passi avanti di nascosto dal lettore; il che stride se si considera che il lasso temporale, a livello narrativo, tra Ninfa dormiente e questo nuovo romanzo, è davvero breve.
Era cresciuto, Massimo, mentre lei si rifaceva piccola e fragile.
Contemporaneamente, assistiamo a un'inversione dei ruoli tra i due protagonisti; Teresa appare sempre più fragile e sopraffatta dalla malattia e Massimo inizia a prendere il suo posto, benché cerchi di coinvolgerla il più possibile.
Il problema è che Marini non "regge il palco" se lasciato da solo; i due funzionano come coppia e, proprio per questo, vista la situazione di Teresa, mi sarei aspettata che l'autrice arrivasse a una conclusione.
E invece, no! Il finale è un altro enorme problema di questo romanzo. Un finale che lascia delle cose in sospeso, ma nulla di così sconvolgente e trascendentale da far desiderare un nuovo romanzo.
La sensazione che mi è rimasta è quella di un'autrice che voglia tastare il terreno, capire se il lettore desideri ancora accogliere Teresa nella propria vita e, quindi, ha scelto di lasciare uno spiraglio, quel tanto che le consentirà di proseguire o, in caso di riscontro negativo, chiudere qui senza grossi drammi.
Il punto è che Teresa è sfinita e non ha più nulla da dire; è un personaggio che ha dato tutta se stessa e sarebbe stato giusto regalare, a lei e ai lettori che l'hanno amata, una degna conclusione; darci modo di salutarla con quel pizzico di malinconia che accompagna ogni storia che finisce.

Riflessione a parte meritano quei 4 o 5 capitoli a sfondo storico, la cui utilità si scoprirà quasi a fine lettura e che risultano, comunque, ammorbanti oltre che superflui.
La Tuti sceglie la voce di Elena, fidanzata di Marini, per narrarci la storia dei mosaici di Aquileia; avrebbe potuto fare lo stesso, e in maniera più sbrigativa, per raccontare la provenienza di un oggetto che giungerà tra le mani di Teresa, ma, evidentemente, allungare il brodo è diventata un'arte!

La scrittura di Ilaria Tuti, solitamente piacevole, è diventata piatta e ripetitiva.
Ci si trascina di pagina in pagina alla continua ricerca di un guizzo e con la speranza di arrivare a una conclusione che, invece, non c'è.
Si arriva spossati alla fine di questo romanzo, dove lasciamo una Teresa stanca e bisognosa di pace, ma che, evidentemente, sarà costretta a tornare in scena per volere di chi l'ha creata.

Buon viaggio, Commissario Battaglia, io la saluto qui, mentre il suo sguardo è ancora in grado di riconoscermi!



1 commento:

  1. Mi è bastata la citazione di "piccola e fragile" - che a una tardona come me evoca solo Drupi e i juke box . Ma è un piacere leggerti, sempre.

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