Recensione IN ANTEPRIMA 'La stanza delle mele' di Matteo Righetto - Feltrinelli

 

LA STANZA DELLE MELE || Matteo Righetto || Feltrinelli || 7 aprile 2022 || 240 pagine

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È l’estate del 1954, Giacomo Nef ha undici anni e con i due fratelli maggiori vive dai nonni paterni a Daghè, sulle pendici del Col di Lana, nelle Dolomiti bellunesi. “Tre case, tre fienili, tre famiglie.” I bambini sono orfani e l’anziano capofamiglia li tratta con durezza e severità, soprattutto il più piccolo. Il nonno è convinto infatti che Giacomo sia nato da una relazione della nuora in tempo di guerra e lo punisce a ogni occasione, chiudendolo a chiave nella stanza delle mele selvatiche. Lì il ragazzino passa il tempo intagliando il legno e sognando l’avventura, le imprese degli scalatori celebri o degli eroi dei fumetti, e l’avventura gli corre incontro una tarda sera d’agosto. Con l’approssimarsi di un terribile temporale, Giacomo viene mandato dal nonno nel Bosch Negher a recuperare una roncola dimenticata al mattino. Mentre i tuoni sembrano voler squarciare il cielo, alla luce di un lampo scopre vicino all’attrezzo il corpo di un uomo appeso a un albero. L’impiccato è di spalle e lui, terrorizzato, fugge via. Per tutta la vita Giacomo cercherà di sciogliere un mistero che sembra legato a doppio filo con la vita del paese, con i suoi riti ancestrali intrisi di elementi magici e credenze popolari.
Ho lasciato il paese quando avevo undici anni, ora ne ho cinquantuno.
Non avevo mai letto nulla di Matteo Righetto (brava la cretina che sono... me lo dico da sola!). Non sono una montanara; o almeno non lo sono di nascita. Piazzata lì, quasi al centro della Sicilia, ma molto più vicina al mare che a Idda, l'Etna, unica montagna visibile dal paese natìo, per qualche anno ho vissuto in un posto dove, appena aprivo la porta di casa, mi si stagliava davanti il Monte Rosa in tutto il suo magnifico splendore!
Ma a parte guardarle da lontano, io, queste due immensità, non le ho mai frequentate. Diciamo che, se proprio dovessi trovare il mio posto ideale nel mondo, sarebbe al centro di una confusionaria metropoli, di quelle che non dormono mai (o quasi); silenzio, pace e natura non le trovo esattamente affini a ciò che sono io come persona.

Poi arriva lui, Matteo Righetto, e mi catapulta d'improvviso davanti alla Marmolada, tra i boschi, sotto un cielo azzurro e l'aria che, in fondo, è fresca anche d'estate. E io resto lì, a bocca aperta, accanto a Giacomo, un bimbetto di 11 anni, magro e biondo e con uno sguardo che è carico di dolore già a guardarlo da lontano.
E cosa vuoi fare quando ti ritrovi lì? Innamorarti è l'unica cosa possibile!

Giacomo vive con i nonni e i due fratelli maggiori. La sua non è una vita facile: la madre è morta qualche anno prima e il padre è stato dato per disperso in Russia; ma il suo problema più grande è il nonno,  il Nef, quell'uomo che non ride mai, che lo insulta, lo picchia e lo accusa di essere un "bastardo".
La stanza delle mele è, allo stesso tempo, il luogo nel quale Giacomo viene rinchiuso da quest'uomo così lontano dalla figura del nonno che popola l'immaginario di tutti noi, ma è anche il posto nel quale Giacomo può stare da solo con sé stesso e coltivare, in segreto, la sua grande passione: scolpire il legno.

Il romanzo di Matteo Righetto si svolge su due piani temporali: nella prima parte seguiremo il Giacomo bambino, che alterna la scuola al lavoro nei campi e alla cura degli animali; poi, improvvisamente, lo ritroveremo adulto, ormai cinquantenne, trasferitosi a Venezia e divenuto uno scultore famoso e riconosciuto.
Netto è il taglio tra le due vite, almeno in apparenza, così come netto è stato il taglio nella vita di Giacomo, che si divide tra ciò che ha visto in un tardo pomeriggio di tempesta nel Bosch Negher e quello che è accaduto da quel momento in poi: cercando la roncola dimenticata dal nonno, il bambino si troverà davanti a un uomo impiccato.
Non riusciva a togliersi dalla mente l'immagine di quel corpo, di spalle, appeso a una corda legata a un grosso ramo d'abete rosso.
Il vento che sferza gli alberi, i lampi e i tuoni che ne seguono sono solo l'apice del terrore che penetrerà nell'animo di Giacomo che, dimentico di ogni cosa, correrà giù, in fretta, sempre più in fretta, tra le pareti sicure di casa.
Quell'immagine scura, quell'uomo appeso, senza una scarpa, il collo piegato di lato, rimarrà nei suoi occhi e nella sua mente per il resto della sua vita; un segreto da custodire gelosamente, tacere, tacere per sempre.

Non saprei dirvi neanche io in che modo mi sia approcciata a questa lettura, sia perché si tratta di un romanzo che parla di luoghi e credenze lontani da me, sia perché non mi sono mai sentita molto affine a tutte quelle leggende che abitano i boschi e che passano di bocca in bocca tra le popolazioni montane.
Eppure mi sono bastate pochissime pagine per entrare nella storia e non riuscire più a tirarmene fuori: i segreti di Giacomo, il suo dolore, ma soprattutto la sua solitudine, sono diventati immediatamente miei.

Ho amato tutto di questo libro che, con dovizia di particolari, ci descrive ogni cosa: i luoghi, sì, ma anche le atmosfere, i profumi, i silenzi; sarà impossibile non sentire sulla nostra pelle il vento che sferza i boschi o il sole che scalda la pelle in una giornata di fine estate ai piedi di una montagna.
E sarà impossibile non amare quel bambino che ritroveremo di colpo adulto, ma che si porta dentro le ferite di una vita non facile.
Giacomo è uno di quei personaggi che ti entra sotto pelle e che è destinato a rimanervi per tanto, tanto tempo. Con lui impareremo ad annusare l'aria per capire quando sta per arrivare la neve, impareremo che il silenzio e la solitudine possono essere i più preziosi degli amici e che un pezzo di legno può colmare ogni vuoto. Impareremo, soprattutto, che l'affetto non è sufficiente a perdonare.

I personaggi creati da Righetto riescono a essere di mille colori, proprio come quei tramonti che infuocano le montagne ogni sera o la nebbia che avvolge le calli veneziane.
Inizieremo a leggere questo libro detestando il nonno, quell'uomo così crudo e cattivo; arriveremo all'ultima pagina stravolgendo i nostri pensieri, capendo tante cose. Nel momento stesso in cui ogni tassello avrà trovato il suo posto, anche noi lettori ci ritroveremo a fare i conti con i sentimenti, non sempre buoni, provati durante la lettura di questa storia.
Ne riemergeremo con nel naso il profumo di quelle mele che, per tante notti, sono state le uniche compagne di Giacomo. Il nostro sarà uno sguardo diverso, più consapevole, più adulto, forse, ma sicuramente non meno disincantato di quello che Giacomo lancia, per l'ultima volta, verso i suoi luoghi.
Sono di nuovo qui, monti.



Ringrazio la Casa Editrice per avermi inviato una copia del romanzo



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