Recensione 'Quasi tre' di Tommaso Avati - Fabbri



Titolo: Quasi tre || Autore: Tommaso Avati || Editore: Fabbri
Data di pubblicazione: 6 ottobre 2018 || Pagine: 237

Raffaele e Benedetta, undici anni di matrimonio, zero figli, due adorabili maialini d'appartamento da chiamare "bambini". Due voci, l'una il controcanto dell'altra, che si rincorrono e ci raccontano la loro storia: lei segretaria in un'agenzia romana per lo spettacolo e appassionata di cucina, lui sceneggiatore mancato riciclatosi insegnante, figlio d'arte in attesa perenne di sfondare nel mondo del cinema. Un rapporto ormai cristallizzato in una routine distratta, il loro, eroso dall'abitudine e dalla delusione di non essere riusciti a fare della propria esistenza qualcosa di cui andare fieri. Poi accade l'impensabile. A quarantasei anni, quando già comincia a pensare alla menopausa, Benedetta rimane incinta: il caso, con grande ironia, inizia a giocare con Lele e Benny, concedendo loro un'altra possibilità, l'occasione per riprendere il controllo del loro matrimonio e delle loro vite. Ma a volte non c'è niente di meglio di un "secondo tempo" per rimescolare le carte di una vita intera: tra genitori disfunzionali e colleghi sull'orlo di una crisi di nervi, Lele e Benedetta vengono risucchiati in un turbine di incomprensioni, aspettative malriposte e disavventure esilaranti, dove la posta in gioco è un amore dolceamaro, quasi acido. Insomma, un amore normale.



Quando ho preso Quasi tre tra le mani, mi aspettavo una storia divertente, con magari un sottofondo riflessivo; cercavo una storia che mi facesse ridere e, perché no, anche un po' commuovere.
Ciò che, invece, ho trovato è stata una storia spezzettata e senza finale.

I protagonisti del romanzo di Tommaso Avanti sono Raffaele e Benedetta. Lui, figlio di un regista famoso, si arrangia insegnando sceneggiatura in una scuola di second'ordine; lei, aspirante chef, ha relegato la sua passione per i fornelli in favore di un lavoro come segretaria in un'agenzia di produzione.
E mentre Benny sforna soufflé alle zucchine, Lele continua a scrivere sceneggiature sperando nella grande occasione.
A far loro compagnia, palliativi di un figlio mai arrivato durante gli 11 anni di matrimonio, Tommy e Timmy, due maialini vietnamiti.

Avati sceglie una doppia narrazione per parlarci delle vicissitudini dei protagonisti: a capitoli alterni, ascolteremo il punto di vita dei due personaggi.
La vita di Benny e Lele pare scorrere tranquilla, monotona, noiosa al punto giusto, sino al giorno in cui Lele viene contattato da un famoso produttore e Benny scopre di essere incinta.
Un cambiamento repentino, che porterà anche una scossa anche nel rapporto di coppia.

Ma le cose, purtroppo, non vanno per il verso giusto e i due entrano in una profonda crisi che li porterà a decidere di separarsi per un breve periodo. Così, vedremo Lele lavorare alla sceneggiatura del suo film e Benny dare una svolta alla sua vita, gettandosi, finalmente, alle spalle il lavoro di segretaria e cogliendo l'occasione di lavorare come chef in un piccolo ristorante.

Cosa non funziona in questo romanzo? Premesso che non è assolutamente ironico come, invece, la sinossi farebbe supporre, devo ammettere che la seconda parte mi aveva portata a ricredermi, tanto da  far salire il mio voto e farmi credere che, tutto sommato, nonostante la mancanza di quella leggerezza che mi aspettavo, la delusione poteva essere tacitata dalla profondità della narrazione della crisi di coppia.
Vedere Benny e Lele affrontare la perdita di un bambino tanto cercato, dover rimettere in discussione il loro rapporto di coppia e loro stessi, stava facendo prendere al romanzo una piega valida.

Peccato che l'autore abbia deciso di troncare tutto con un finale che definire banale è voler essere gentili. Dopo avere narrato il dolore, i rimpianti, i silenzi, Avati taglia improvvisamente il romanzo, lasciando i due protagonisti in balìa di nuovi rapporti e nuovi problemi da affrontare.
Sono arrivata all'ultima pagina e la sensazione che mi è rimasta è stata quella di avere tra le mani una storia incompiuta.

Mezzo punto in meno, nel giudizio finale, inoltre, è dovuto ad una "carbonara" che Benny prepara con aglio e panna. Considerando che il romanzo è ambientato a Roma, questa cosa mi è parsa davvero inaccettabile; se a questo aggiungiamo che per me la carbonara è sacra, immaginerete facilmente l'espressione inorridita che mi si è stampata in faccia!


Commenti


  1. Forse la carbonara la stava facendo per gli americani? Almeno lo spero perché un romano gliela avrebbe tirata in faccia se gli fosse stata presentata così. Comunque mi sa che passo non mi ha attirato in libreria e non mi attira adesso.

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