venerdì 24 gennaio 2020

Recensione 'Ah l'amore l'amore' di Antonio Manzini - Sellerio


AH L'AMORE L'AMORE || Antonio Manzini || Sellerio || 9 gennaio 2020 || 335 pagine

Rocco Schiavone, vicequestore ad Aosta, è ricoverato in ospedale. Un proiettile lo ha colpito in un conflitto a fuoco, ha perso un rene ma non per questo è meno ansioso di muoversi, meno inquieto. Negli stessi giorni, durante un intervento chirurgico analogo a quello da lui subito, un altro paziente ha perso la vita: Roberto Sirchia, un ricco imprenditore che si è fatto da sé. Un errore imperdonabile, uno scandalo clamoroso. La vedova e il figlio di Sirchia, lei una scialba arricchita, lui, molto ambizioso, ma del tutto privo della energia del padre, puntano il dito contro la malasanità. Ma, una sacca da trasfusione con il gruppo sanguigno sbagliato, agli occhi di Rocco che si annoia e non può reprimere il suo istinto di sbirro, è una disattenzione troppo grossolana. Sente inoltre una profonda gratitudine verso chi sarebbe il responsabile numero uno dell'errore, cioè il primario dottor Negri; gli sembra una brava persona, un uomo malinconico e disincantato come lui. Nello stile brusco e dissacrante che è parte della sua identità, il vicequestore comincia a guidare l'indagine dai corridoi dell'ospedale che clandestinamente riempie di fumo di vario tipo. Se si tratta di delitto, deve esserci un movente, e va ricercato fuori dall'ospedale, nelle pieghe della vita della vittima. Dentro i riti ospedalieri, gli odori, il cibo immangiabile, i vicini molesti, Schiavone si sente come un leone in gabbia. Ma è un leone ferito: risulta faticoso raccogliere gli indizi, difficile dirigere a distanza i suoi uomini, non può che affidarsi all'intuito, alle impressioni sulle persone, ai dati sul funzionamento della macchina sanitaria. E l'autore concede molto spazio alla psicologia e alle atmosfere. Rocco Schiavone ha quasi cinquant'anni, certe durezze si attenuano, forse un amore si affaccia. Sullo sfondo prendono più rilievo le vicende private della squadra. E immancabilmente un'ombra, di quell'oscurità che mai lo lascia, osserva da un angolo della strada lì fuori.



Parlare di Rocco Schiavone è stato sempre molto arduo, per me. Tutte le volte in cui mi sono seduta davanti a questo computer, ho fissato lo schermo per ore senza avere la più pallida idea di cosa dirvi.
Si tratta di romanzi gialli, quindi lo spoiler è sempre dietro l'angolo; si tratta di romanzi gialli in serie, in cui il rischio aumenta perché si rischia sempre di fare dei riferimenti ai libri precedenti e non sempre i lettori stanno in pari con le uscite, no?!
Inoltre, il personaggio Rocco è uno di quelli che ti entra sottopelle e ti rende un po' simile a lui: cupo, scontroso, scostante, ruvido. E uscire da quella pelle non è mai semplice.
Ma tutte le volte, dopo momenti di crisi da schermo bianco, arrivava la scintilla e le parole iniziavano ad apparire come per magia, fissandosi sullo schermo, creando un insieme a volte delirante, altre straziante ma che, alla resa dei conti, rappresentava esattamente ciò che Rocco mi aveva lasciato e ciò che io volevo trasmettere a voi.

Questa volta, però, qualcosa nel romanzo non ha funzionato a dovere. E io mi ritrovo ad affrontare una difficoltà doppia: quella di dovervi parlare di qualcuno che amo profondamente, ma di non poterne dire solo bene.
Ho imparato che è nelle piccole cose che si nascondono i mostri.
In questo nono romanzo Antonio Manzini torna a raccontarci di Rocco qualche giorno dopo quello che è stato il tragico avvenimento che lo ha visto protagonista nel finale di Rien ne va plus.
Rocco è in ospedale, paziente poco paziente, con un vicino di letto che è tutto fuorché sopportabile, pasti che definire tali sarebbe un eufemismo e un'infezione post-operatoria che lo ha costretto a prolungare di qualche giorno la degenza, rendendo il nostro Vicequestore ancora più insofferente.
Pare, però, che le rotture di coglioni lo vadano a cercare anche in quei momenti che dovrebbero corrispondere al riposo: durante un intervento di nefrectomia, infatti, muore un famoso industriale aostano. A un primo sguardo, pare si sia trattato di un incidente, di uno scambio di sacche di sangue, ma Rocco sente puzza e decide di vederci meglio!

Quale rotella dell'ingranaggio si è inceppata in questo romanzo? A voler essere sinceri, direi che più che di una singola rotella, si sia trattato di un rallentamento dell'intero meccanismo, di un orologio che comincia ad accusare gli anni che passano e perde qualche tocco ogni tanto.

Il giallo è meno strutturato rispetto a quelli che Manzini ci ha proposto nei precedenti romanzi della serie, tanto che già a un terzo del libro avevo capito chi fosse il colpevole della morte di Roberto Sirchia. Sicuramente l'indagine che viene svolta da Schiavone e dalla sua squadra è interessante e divertente da seguire, ma il merito è più dei personaggi creati dallo scrittore, che ormai paiono vivere quasi di vita propria, che non dal genio della penna a cui Manzini ci ha abituati.

Rocco è l'ombra di se stesso e questo non è dovuto solamente ad una sua minore presenza nella storia,  alla ferita che lo tormenta o ai fantasmi del passato che paiono non volerlo lasciare; c'è una scelta evidente fatta da Manzini che è quella di dare un respiro più ampio a coloro che dovrebbero essere i personaggi secondari, ma che, in fondo, sono sempre stati quella spalla necessaria a un protagonista così totalizzante come Rocco. In questo romanzo, nello specifico, grande spazio viene lasciato alle vicende personali di Antonio Scipioni, appena promosso Viceispettore e alle prese con problemi di natura sentimentale che qualche sorriso riusciranno sicuramente a strappare anche nel lettore più ostico.
Due sono sicuramente i punti di forza di questa storia: la ricomparsa, silenziosa, quasi si trattasse di un'ombra fuggevole, di Sebastiano
Fra le persone che si vogliono bene le cose da dirsi non finiscono mai. Però prima o poi vanno interrotte.
e la rivelazione sull'arma da cui è partito il colpo che ha spedito Rocco in ospedale.

Non credo si tratti dell'ultimo romanzo della serie, alcune cose rimangono troppo in sospeso perché sia così; ma anche tutte queste porte rimaste aperte iniziando a dar fastidio: non ho capito, ad esempio, tra le altre scelte, il perché buttare lì un'informazione abbastanza inutile sul trasferimento di Caterina. Era necessario? Era un modo per farci capire che la ritroveremo nei prossimi romanzi? Non sarebbe stato meglio concedere al lettore qualcosa in più o, viceversa, non rievocare Caterina?
Sicuramente questo romanzo è quello in cui si percepisce di più la necessità di una trasposizione televisiva. Ci può stare, d'altronde la serie tv ha riscosso un grande successo e ha sicuramente portato nuovi lettori, ma il passo tra lo scrivere un buon romanzo o una discreta sceneggiature è troppo breve e il rischio che di scivolare e farsi male, invece, troppo alto!

Credo si tratti, piuttosto, di un romanzo utile all'autore per calmierare la fame di Rocco che abbiamo noi lettori, necessario a mettere un punto a ciò che era rimasto in sospeso nelle ultime righe di Rien ne va plus; una storia che, probabilmente, dovremo farci bastare per più di un anno. 
Si nota, tra le righe, nelle sfumature dei dettagli, che Manzini inizi ad accusare un po' di stanchezza relativa a queste storie, forse a Rocco stesso; una voglia, legittima, di raccontarci altro.

Credo sia fisiologico, necessario, naturale. Non ho mai amato le serie tirate troppo per i capelli, scritte solo per accontentare lettori bramosi e editori avidi. Credo giunga un momento, per ogni scrittore così come per ogni personaggio, di mettere un punto, di chiudere ogni situazione, di trovare un alloggio definitivo al personaggio da lui creato e salutarlo definitivamente. E quel punto, per quanto mi riguarda, va messo prima che il lettore si disaffezioni, prima che passi la voglia di scoprire cosa accade a un personaggio che tanto si è amato, prima che l'addio diventi necessità e non un caloroso saluto ad un amore passato.


Ringrazio la Casa Editrice Sellerio per avermi fornito una copia del romanzo

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