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Recensione 'Il ladro di giorni' di Guido Lombardi - Feltrinelli

 


IL LADRO DI GIORNI || Guido Lombardi || Feltrinelli || 4 aprile 2019 || 286 pagine

Salvo, undici anni, barese, detesta molte cose. Quando ti fai male e i grandi ti dicono "tranquillo, non ti sei fatto niente", ma ti fanno fare la puntura per l'antitetanica. Quando scrivi un bel tema e non fai neanche in tempo a esserne contento perché la maestra lo legge davanti a tutta la classe e ti vergogni. E soprattutto quando ti parlano come se fossi un bambino, scandendo le parole, come se tu non le conoscessi già tutte, anche quelle volgari. Come fa suo padre, Vincenzo. Salvo non lo vede da sette anni, da quando cioè due uomini lo hanno portato via, in una scuola speciale dove però alla fine delle lezioni non lo lasciavano mai tornare a casa. Ora Vincenzo è uscito di prigione, ha raggiunto Salvo dagli zii a Udine e vuole che il figlio l'accompagni fino a Bari, dove ha una missione da compiere. Quattro giorni: un tempo enorme per Salvo, che non vuole partire con quell'uomo pieno di strani tatuaggi che fa cose di nascosto, come se avesse un segreto. Ma anche un'occasione per padre e figlio di tornare a conoscersi e a parlarsi. Un viaggio on the road verso il Sud Italia, scandito da incontri in autogrill, lezioni di vita e ricordi di un'infanzia ancora candida e piena di domande, prima che arrivi il misterioso "ladro di giorni".


Io questo libro non lo avevo proprio notato e, probabilmente, mai lo avrei letto senza la spinta entusiasta di Lallina!

Il ladro di giorni è la storia di un viaggio, quello che, da Trento a Bari, servirà a Salvo a e a suo padre per sciogliere quei nodi che aggrovigliano il loro rapporto.

Salvo ha appena cinque anni quando suo padre Vincenzo viene arrestato e, nell'arco di un solo anno, la sua vita cambierà del tutto: dopo l'arresto del padre e la morte della madre, il bambino si trasferirà a Trento, accolto dagli zii che diverranno la sua nuova famiglia.
Trascorreranno sei anni, durante i quali Salvo non vedrà mai il padre, finché, un giorno, Vincenzo si presenterà davanti a lui, pronto a portarlo con sé per un viaggio di quattro giorni, destinazione Bari.

Quella che Lombardi ci racconta è la storia di un viaggio che, chilometro dopo chilometro, vedrà il rapporto tra un padre e un figlio ritrovare la giusta dimensione.
E mentre Salvo imparerà a riscoprire quel padre perduto e a ritrovare nel suo sguardo il tempo dimenticato, Vincenzo affronterà, in pochi giorni, un percorso di estremo cambiamento interiore.

Guido Lombardi ha una scrittura ipnotica, che catapulta il lettore direttamente nella storia, facendo di lui parte integrante delle emozioni dei protagonisti.
Ho iniziato a leggere questo romanzo e mi sono trovata a divorarne metà in poco meno di due ore, tanto da auto-impormi di rallentare per godere meglio di ogni emozione che questa storia suscita.

Ma a fronte di una prima parte decisamente scorrevole, la seconda mi è parsa leggermente prolissa.
A un certo punto, ho avuto la sensazione che l'autore calcasse un po' troppo la mano, non tanto sull'evoluzione del rapporto tra padre e figlio, quanto sulla difficoltà di Vincenzo a perdere del tutto le vecchie abitudini.

La nota più dolente, però, quella che mi ha prima fatto storcere il naso, poi sbuffare e, infine, urlare, è relativa a una serie infinita di utilizzi del termine "affianco" (scritto proprio così) inteso come accanto: "Il ragazzo affianco a me... il banco affianco a me..."
Inizialmente, ho pensato si trattasse di una scelta fatta dall'autore: la storia, infatti, ci viene narrata dalla diretta voce di Salvo che, ricordiamoci, è un bambino di 11 anni, quindi qualche strafalcione sarebbe stato comprensibile oltre che accettabile.
Il punto è che di strafalcioni, in questo romanzo, non ve ne sono: il linguaggio pur semplice utilizzato dal bambino, rimane comunque corretto sia grammaticalmente che espressivamente.
Questo mi ha, quindi, fatto capire che effettivamente quel "affianco" è proprio un (grave) errore commesso dall'autore e sfuggito (?) a tutta la filiera di editor, correttori di bozze e compagnia cantante!

Resta, al di là di tutto, il piacere per una lettura che mi ha emozionata e che, in barba alla retorica, ha un finale assolutamente inaspettato e commovente!

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