[Leviamocelo dai coconi] Recensione 'L'interprete'
di Annette Hess - Neri Pozza

 

L'INTERPRETE || Annette Hess || Neri Pozza || 9 maggio 2019 || 315 pagine

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Francoforte, 1963. In una gelida domenica d'Avvento, Eva Bruhns, giovane interprete dal polacco, riceve una inattesa telefonata dalla sua agenzia. In un ufficio al centro della città, dove pare stiano approntando le carte per un processo, hanno urgente bisogno di qualcuno che traduca dal polacco, dopo che un problema col visto ha impedito all'interprete incaricato di essere presente. Eva abbandona in tutta fretta l'appartamento paterno e di lì a poco si ritrova in una stanza angusta dove tre uomini sono in attesa, avvolti da fumo di sigaretta. Uno di loro, un uomo anziano, di bassa statura, siede impettito su una sedia al centro, come se l'intera stanza, l'intera casa, forse persino l'intera città fossero state costruite intorno a lui. È il signor Josef Gabor, da Varsavia. Eva tira fuori bloc notes e matita e si aspetta di avere a che fare con le solite cause legali per risarcimento danni. Ma, con stupore, deve ricredersi: Josef Gabor parla di tragici avvenimenti accaduti nel 1941, di prigionieri asfissiati dal gas, di baracche e campi di reclusione. Fatti ignoti a una ragazza tedesca del 1963, fatti che Eva traduce con difficoltà visto che l'anziano polacco parla un dialetto di campagna e lei è abituata a trattare di contratti e faccende economiche. Quella sera Eva torna al Deutsches Haus, "Casa tedesca", il ristorante di proprietà della sua famiglia, turbata e piena di interrogativi. Che cosa è accaduto davvero nel 1941? Di che cosa parlava l'anziano polacco? chiede. I suoi genitori si mostrano subito restii ad affrontare l'argomento. Il suo fidanzato, Jürgen, la invita a rinunciare all'incarico, inadatto, secondo lui, a una ragazza sul punto di sposarsi. Quando, tuttavia, l'indomani Eva apprende dal giornale che due degli uomini incontrati nella stanza piena di fumo sono il procuratore capo e il procuratore generale del processo in" procinto di svolgersi contro alcuni ex membri delle SS, vinta dalla curiosità accetta l'incarico. Nei giorni successivi dovrà fare i conti col trauma proprio dei figli della generazione del Terzo Reich, la scoperta della Shoah e dell'orrendo crimine perpetrato dai nazisti. Un crimine di cui non soltanto sono ancora ignoti numerosi autori, ma che è stato colpevolmente taciuto e rimosso in ogni casa tedesca, nei lunghi armi del dopoguerra.


Primo libro della rubrica che va a sostituire il bookswiffer e che vede coinvolte me, Lallina, la Bacci e la new entry (solo per ruolo ché per età c'è poco di new!) Loredana.
Come nello spirito del vecchio bookswiffer, ma in versione random, senza scadenze e senza obbligo alcuno, una di noi proporrà alle altre tre un trittico di libri che sostano in libreria da tempo immemore e per i quali pare finalmente giunta l'ora... di essere letti, che avete capito? Come al solito, dopo lunga consultazione (dieci secondi più o meno!) le tre cretine decreteranno quale sarà il libro prescelto. E gli altri due? Torneranno a prendere polvere sugli scaffali (bassi, nel caso di Lallina, altrimenti non ci arriva!).
A dare il via alle danze, sono stata proprio io e il libro vincitore è stato quello di cui sto per parlarvi.

Lo sa cos'avete fatto voi tedeschi? Sa cos'avete fatto?
Negare, negare sempre, negare anche l'evidenza. Per quanti anni è stato fatto e per quanti anni ancora accadrà? Auschwitz è un'invenzione, i lager non sono mai esistiti, nulla di ciò che ci è stato raccontato è mai accaduto.
Mettere la testa sotto la sabbia e dimenticare. Dimenticare: l'unica cosa che non andrebbe fatta.
E dimenticare, negare, fingere che nulla sia accaduto, è ciò che hanno fatto i cosiddetti "figli del Terzo Reich", quella generazione sopravvissuta alla Seconda Guerra Mondiale, quei tedeschi, soprattutto, che, in qualche modo, sapevano.

Eva Brunhs è una giovane interprete; mentre si trova a pranzo con la sua famiglia e il futuro fidanzato, riceve una telefonata: c'è urgente bisogno di un'interprete dal polacco.
Eva indossa il cappotto e di tutta fretta esce di casa, convinta di trovarsi tra le mani una delle solite cause legali.
Non impiegherà molto a rendersi conto, invece, che le parole che fuoriescono dalla bocca di Joseph Gabor parlano di baracche, prigionieri, gas usato per uccidere centinaia, migliaia di persone.
Sarà dal giornale, il giorno dopo, che Eva apprenderà dell'inizio del processo ad alcuni ex membri delle SS.
Contro il parere dei genitori, della sorella Annegret e del fidanzato Jürgen, Eva deciderà di accettare l'incarico di interprete delle decine di testimoni, di sopravvissuti, arrivati in Germania per raccontare al mondo cosa accadeva realmente in quelli che venivano definiti campi di lavoro.

Hess traccia un ritratto crudo di una storia che inizia a vedere la luce vent'anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
In una Germania che cerca di riemergere dalla sconfitta, l'ombra del Nazismo e le stragi compiute con lo sterminio di milioni di innocenti, Eva cammina per le strade della sua città quasi incredula ma, allo stesso tempo, attanagliata dalla sensazione di aver già visto certi volti, di non essere del tutto estranea a quei numeri tatuati sulla pelle dei sopravvissuti.
Perché quei luoghi dipinti su una grande tela alle spalle dei giudici le appaiono così familiari? Perché alcuni volti le sembrano appartenere alla sua infanzia? E perché i suoi genitori si rifiutano di ascoltarla e di parlare di ciò che accade in aula durante le testimonianze dei sopravvissuti?
E mentre si susseguono i racconti di chi è riuscito a farcela, di chi è riuscito a tornare a casa, spesso non trovandola più una casa e nessuno ad aspettarlo, Eva dovrà fare i conti con la sua memoria e con i segreti della sua famiglia.

Annette Hess narra una storia che esula dal "già letto" di tutte le decine e decine di romanzi, di diari improvvisamente rinvenuti in qualche polverosa soffitta, che fanno capolino sugli scaffali delle italiche librerie, immancabili, ogni anno, a ridosso della Giornata della Memoria.
Tra queste pagine troveremo, sì, le testimonianze, ma senza che queste facciano mai la riverenza a quel bisogno macabro di alcuni lettori che bramano il dettaglio truculento.
Piuttosto, l'autrice basa la propria narrazione sulle reazioni altrui: chi sapeva, chi ha agito, chi c'era, chi ha taciuto, chi è riuscito a mettersi in salvo prima e convive coi sensi di colpa.
Le persone che erano state dal lato giusto della recinzione non avrebbero mai capito cosa significasse essere prigionieri in quel lager.
A contorno di tutto ciò, ruotano attorno a Eva due figure: la sorella e il fidanzato. E se quest'ultimo trova un suo spazio e una sua spiegazione nello scorrere del romanzo, donando alla protagonista quella forza che, forse, senza le sue rigidità e imposizioni non avrebbe mai trovato, Annegret è risultata, ai miei occhi, superflua e disturbante.
Non ho compreso quale fosse lo scopo di Hess nel raccontarci la storia di questa sorella zitella, sovrappeso, sciatta e un po' volgare.
Presa a sé, la parte riguardante Annegret avrebbe un senso: farci riflettere sulla solitudine e su come questa possa portare le persone a compiere gesti estremi e, allo stesso tempo, farci rendere conto che Annegret è un personaggio egocentrico e, forse, anche cattivo e capire che, tutto sommato, la cattiveria fa parte dell'animo umano.
Nell'insieme del romanzo, però, Annegret risulta superflua, un modo inutile per sviare l'attenzione da una storia che, invece, ancora oggi ha bisogno di essere raccontata.





La Libridinosa

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