Recensione 'Hypnosis'
di Karen Coles - Beat

 

HYPNOSIS || Karen Coles || Beat || 22 novembre 2022 || 288 pagine

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1906: Maud Lovell è rinchiusa nel Manicomio di Angelton da cinque anni. Nella sua memoria ci sono solo quelli; dei ventidue anni che li hanno preceduti non ricorda nulla, non un volto, non un luogo familiare. Non sa come è arrivata in quell’inferno in terra, non sa nulla di ciò che accade fuori di quelle mura fatiscenti. La sua mente è cosí instabile che non può fare a meno di ricorrere a gesti violenti; ha persino tentato di strangolare il dottor Womack. O almeno è quello che le hanno detto. Le sue giornate si susseguono avvolte in un torpore totale, che è pur sempre meglio degli incubi che bussano alla porta della notte. Un giorno compare a Angelton il dottor Dimmond. Ha gli occhi buoni, diversi da quelli di Womack. Le giura che lei non è stata sempre cosí, sempre con la mente malata, lo sguardo offuscato. Le regala un quaderno e, addirittura, una matita con la punta. Le dice che vorrebbe inaugurare una tecnica rivoluzionaria che prende il nome di ipnosi medica e che lei, una donna senza passato, è la candidata ideale per l’esperimento. Maud si chiede perché non abbia scelto la disgraziata che ride tutto il tempo, o quell’altra che si crede l’amante del re. Ma accetta di sottoporsi alle sedute. Dimmond è l’unica luce in quel luogo di tenebra, dove la solitudine è la regola e i suoi unici compagni sono solo pensieri confusi e disperati. Armato di un piccolo pendolo, il dottore va all’assalto dei muri che il cervello di Maud ha innalzato davanti al trauma, ed ecco che una vita che pare vissuta da un’altra persona emerge a frammenti, ondate di ricordi taglienti come schegge di vetro: il tragico incidente che ha causato la morte dei tre fratelli di Maud lasciandola senza un tetto né i mezzi per sostentarsi; la famiglia dell’eccentrico Mr Banville, che le ha offerto un lavoro e un rifugio, ma certo non la sicurezza… Sono ricordi reali o il frutto di una mente alterata? O, addirittura, circostanze indotte da chi vuole mantenerla in silenzio? Un giorno, però, Maud ricorda finalmente ciò che le è stato fatto e nella sua mente affiora un unico, chiaro pensiero: il pensiero della vendetta.

Questo è uno di quei libri la cui combo trama + copertina ha immediatamente catturato la mia attenzione.
L'idea di tornare tra le mura di un manicomio, dopo aver amato così tanto Il ballo delle pazze era talmente affascinante che ho acquistato questo romanzo di getto e l'ho letto appena mi è stato possibile.

PROMEMORIA: NON SI FA!

È il 1906 e ci troviamo in un manicomio inglese nel quale Maud è rinchiusa da cinque anni. E cinque sono esattamente gli anni di cui la ragazza ha memoria, come se i 22 precedenti, trascorsi fuori da quelle mura, fossero stati cancellati.
Cos'è accaduto? Questo è ciò che la storia si prefigge di farci scoprire: perché Maud è rinchiusa in un manicomio? E perché non ricorda nulla del proprio passato?

L'autrice ci catapulta direttamente nella mente di Maud e tra le pareti fredde e grigie della struttura che la "ospita".
L'inizio del romanzo verte su una serie di ripetizioni che sicuramente rendono veritiera la pazzia della protagonista, regalando un quadro alquanto realistico della mente e della vita di Maud; questa scelta, però, trascina il lettore in un abisso di noia che non vedrà fine se non quando si sarà giunti all'ultimo pagina (a meno che non siate più saggi di me e lo molliate prima!), il tutto avallato da frasi brevi e spezzettate che rendono la lettura ancora più ostica.

L'autrice ha la capacità di rendere perfettamente l'epoca in cui svolge la storia, con descrizioni accurate dei luoghi e degli usi di inizio Novecento, ma tutto questo crolla miseramente davanti a una sequela di situazioni e personaggi stereotipati.
È sicuramente nota la situazione dei manicomi e di come le pazienti venissero trattate, ma questa storia è talmente carica di luoghi comuni da scadere miseramente nella banalità più assoluta.

La trama risulta frammentata a causa dei continui salti temporali dovuti alle sedute di ipnosi alle quali Maud viene sottoposta, ma questo è il male minore di questo romanzo.
Per tutta la seconda parte del libro, la protagonista risulta irritante e insopportabile e questo declino del personaggio principale inizia nel momento in cui scopriremo per quale motivo Maud è rinchiusa in manicomio.
Questi capitoli meritano un discorso a sé (tranquilli: niente spoiler!). Innanzitutto, quello che dovrebbe essere il colpo di scena arriva davvero tropo presto, rendendo il resto della lettura una lunga e noiosa brodaglia incentrata sulla povera, piccola, sofferente Maud (fosse affogata nella palude... che liberazione!).
Ma c'è di peggio! Il motivo per il quale Maud è in manicomio è... è... oh santa pace! Vi giuro che quando ci viene rivelato il motivo del suo ricovero, ho lanciato il libro (per fortuna avevo già scattato la foto!).
La follia non risiede tanto nella motivazione in sé, soprattutto contestualizzando la situazione in rapporto all'epoca in cui si svolge la storia, epoca in cui bastava davvero pochissimo perché una donna venisse ritenuta pazza.
La motivazione della pazzia di Maud risulta futile, assurda, RIDICOLA perché ci viene svelata dopo che scopriremo un altro evento traumatico della vita di questa ragazza. Evento che, dall'alto della sua gravità e del dolore che le ha causato, avrebbe, questo sì, potuto portarla alla follia.
Scoprire, per altro dopo poche pagine, quale sia stata la causa della sua pazzia, mi ha davvero portata a credere che l'autrice abbia voluto intraprendere un gioco al massacro col lettore: "Chi vincerà? Io che ti racconto una storia assurda o tu che ti ostini a leggerla per intero?".





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