Recensione 'Il secondo piano'
di Ritanna Armeni - Ponte alle Grazie

by - 31.1.23

 

IL SECONDO PIANO || Ritanna Armeni || Ponte alle Grazie || 10 gennaio 2022 || 288 pagine

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In un convento francescano di periferia, tra i profumi del giardino e un nuovo quartiere in costruzione, suor Ignazia e le sue sorelle si trovano nella surreale situazione di ospitare al piano terra un'infermeria tedesca e al secondo alcune famiglie sfuggite per miracolo al rastrellamento del Ghetto. A separarli, solo una scala e l'audacia mite di chi non esita a mettersi in gioco fino in fondo. Roma, nell'ultimo anno di guerra, non è «città aperta». I tedeschi, a un passo dalla sconfitta, la stringono in una morsa sempre più spietata, gli alleati stentano ad arrivare, i romani combattono pagando con il sangue ogni atto di ribellione. In una città distrutta dalla fame, dalle bombe, dal terrore, gli ebrei vengono perseguitati, deportati, uccisi, come il più pericoloso e truce dei nemici. E la Chiesa? Mentre in Vaticano si tratta in segreto la resa nazista e il pontefice sceglie, più o meno apertamente, la via della cautela, i luoghi sacri si aprono ad accogliere – sfidando le regole e perfino alcuni comandamenti – chi ne ha bisogno. È così che Ritanna Armeni, con l'entusiasmo rigoroso e profondo di sempre, attraversa un passaggio cruciale della nostra Storia e dà corpo a una vicenda esemplare, che parla di coraggio e sorellanza, di forza e creatività, di gioia, paura, resistenza.


Ci sono storie che conosciamo quasi a memoria: perché le abbiamo studiate a scuola, perché, per fortuna, se ne parla ancora oggi, perché vi è un giorno dell'anno dedicato, in particolare, a quei tragici eventi.
Eppure, ogni volta che ci ritroviamo a guardare quelle immagini, a leggerne in un libro, ad ascoltare le parole di chi è riuscito a sopravvivere, permane forte la sensazione di non saperne mai abbastanza.

Ritanna Armeni ci racconta un ulteriore scorcio della persecuzione che colpì gli ebrei durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale.
Ottocento di loro, fra cui circa duecento bambini, furono mandati direttamente nelle camere a gas.
Il 16 ottobre 1943 le truppe della Gestapo rastrellarono il ghetto di Roma: 1259 persone furono arrestate, 1023 di questi furono deportati direttamente ad Auschwitz; soltanto 16 di loro fecero ritorno.
Centinaia di ebrei si salvarono riuscendo a fuggire e a nascondersi prima dell'arrivo dei tedeschi. Tra questi, alcuni si presentarono alla porta del convento delle Francescane della Misericordia, una piccola struttura sulla Salaria, dove otto suore conducevano una vita tranquilla e ritirata, quasi del tutto ignare di ciò che, appena poche ore prima, era accaduto per le strade di Roma.
Senza alcuna esitazione, Madre Ignazia accoglie i fuggitivi e, assieme alle sue consorelle, li nasconde tra le mura del convento, in quel secondo piano in disuso da tempo.
Tra le difficoltà dovute alla scarsità di cibo e al segreto da mantenere, la vita del convento pare scorrere tranquilla, almeno sino a quando due ufficiali tedeschi si presentano a Madre Ignazia, chiedendole di mettere a disposizione delle stanze in cui poter allestire un'infermeria.
I tedeschi al piano terra, gli ebrei al secondo piano. Due rampe di scale, pochi metri. In mezzo ci siamo noi. Dio ci aiuti.
Armeni ci trasporta nella quotidianità del convento attraverso le voci delle suore, trasmettendoci i loro dubbi, i timori, le paure, ma anche la consapevolezza di avere tra le mani la salvezza di undici persone che, fuori dalla sicurezza di quelle mura, sarebbero spacciate.
Emerge, in particolare, la netta distinzione tra il silenzio e l'ombra nella quale vivono gli ospiti ebrei, resi dall'autrice quasi invisibili all'interno della narrazione, e i soldati tedeschi che, invece, prendono sempre più spazio e potere all'interno del convento.
In mezzo, quasi fossero un invisibile spartiacque, le suore.

Ciò che colpisce maggiormente durante la lettura, è il ruolo del Vaticano: mentre la cronaca dell'epoca, inserita tra un capitolo e l'altro, ci mette davanti alla dura realtà della guerra, la Chiesa è silenziosa, in disparte nell'unico momento in cui avrebbe dovuto far sentire maggiormente la sua voce.
Al contrario, decine di conventi di suore riuscirono a salvare centinaia di ebrei.

La storia scorre agevolmente, anche se in parte penalizzata da una scrittura che, a tratti, risulta quasi fredda e distaccata.
Non c'è pathos benché le situazioni si presterebbero a instillarne nel lettore.
Ci si ritrova, comunque, immersi nella placida e abitudinaria vita del convento, tramutandosi in osservatori esterni e imparziali, ascoltando le parole delle suore e provando a comprenderne i legittimi dubbi sul loro operato.

Il personaggio più negativo, il sagrestano Remo, suscita rabbia, ma anche in questo caso, pare quasi che l'autrice non abbia voluto valicare il confine della benevola tranquillità nella quale è immerso il convento, presentandoci un uomo apertamente schierato con i tedeschi, pronto ad allearsi con loro, ma abbandonando frettolosamente questo filo narrativo.

Una lettura che ci regala uno scorcio ulteriore di una storia mai troppo conosciuta, che ci apre uno spiraglio sull'ennesimo, ma mai sufficiente, rifugio che trovarono gli ebrei durante la loro fuga e che ci porta a riflettere, una volta di più, sul ruolo quasi omertoso di Papa Pio XII e della Chiesa tutta.



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