giovedì 18 febbraio 2021

Recensione 'Il ballo delle pazze" di Victoria Mas - Edizioni e/o


IL BALLO DELLE PAZZE || Victoria Mas || Edizioni e/o || 10 febbraio 2020 || 189 pagine

Parigi, 1885. A fine Ottocento l'ospedale della Salpêtrière è né più né meno che un manicomio femminile. Certo, le internate non sono più tenute in catene come nel Seicento, vengono chiamate "isteriche" e curate con l'ipnosi dall'illustre dottor Charcot, ma sono comunque strettamente sorvegliate, tagliate fuori da ogni contatto con l'esterno e sottoposte a esperimenti azzardati e impietosi. Alla Salpêtrière si entra e non si esce. In realtà buona parte delle cosiddette alienate sono donne scomode, rifiutate, che le loro famiglie abbandonano in ospedale per sbarazzarsene. Alla Salpêtrière si incontrano: Louise, adolescente figlia del popolo, finita lì in seguito a terribili vicissitudini che hanno sconvolto la sua giovane vita; Eugénie, signorina di buona famiglia allontanata dai suoi perché troppo bizzarra e anticonformista; Geneviève, la capoinfermiera rigida e severa, convinta della superiorità della scienza su tutto. E poi c'è Thérèse, la decana delle internate, molto più saggia che pazza, una specie di madre per le più giovani. Benché molto diverse, tutte hanno chiara una cosa: la loro sorte è stata decisa dagli uomini, dallo strapotere che gli uomini hanno sulle donne. A sconvolgere e trasformare la loro vita sarà il "ballo delle pazze", ossia il ballo mascherato che si tiene ogni anno alla Salpêtrière e a cui viene invitata la crème di Parigi. In quell'occasione, mascherarsi farà cadere le maschere...


La Salpêtrière è un deposito per tutte quelle che disturbano l'ordine costituito, un manicomio per tutte quelle la cui sensibilità non corrisponde alle aspettative, una prigione per donne colpevoli di avere un'opinione.

Ancora oggi il ruolo della donna nella società è sinonimo di lotta: lotta per i propri diritti, per il riconoscimento delle proprie capacità, per la libertà.
Anche nelle società più civilizzate, la donna rimane spesso un passo indietro rispetto all'uomo. Deve essere moglie, madre e lavoratrice e non le è concessa stanchezza alcuna.
È la figura più soggetta a critiche, qualunque siano le sue scelte: perché lavori invece di stare a casa a curare i tuoi figli? Perché stai a casa e ti fai mantenere? Perché non fai un figlio? Perché non ti sposi? Perché ti vesti in quel modo?
La parità, inutile illuderci, è un traguardo ancora ben lontano dall'essere raggiunto.
E, per assurdo, possiamo ritenerci fortunate, perché viviamo in una società in cui non ci viene imposto un matrimonio, in cui non ci viene fatto indossare un velo, in cui essere stuprate non ci farà internare in manicomio.

La Salpêtriére, Parigi, 1885. Tante sono le donne che ne percorrono i corridoi, ne popolano le grandi camere, passeggiano nel parco.
Internate, le chiamano. Isteriche. Pazze. È così che la società le definisce. Dietro ognuna di loro si nasconde un dolore profondo, una perdita, un abuso.
Ma quante di quelle donne sono lì perché pazze davvero? Ce lo racconta Victoria Mas, che con questo esordio breve e intenso ci fa riflettere sul ruolo della donna e sulla sua fragilità, ma, soprattutto, sul suo essere in balìa delle scelte degli uomini.

Sarà così che conosceremo la giovane Eugénie, una ragazza di buona famiglia; una ragazza dal carattere forte, assolutamente inadatta a piegarsi al volere del padre e a tacere davanti alle convenzioni e agli obblighi che la società dell'epoca le impone. 
È troppo bizzarra, Eugénie, perché il padre possa tenerla in casa e sarà questo il motivo che la porterà a essere rinchiusa tra le mura della Salpêtriére.
Mura che vedono al loro servizio il famoso Dottor Charcot, ma, soprattutto, la rigidissima infermiera Geneviève, una donna che ha riposto nella solidità della scienza tutta la sua vita.
Sarà proprio l'incontro con Eugénie a cambiare completamente la sua visione delle cose, ma anche la sua intera esistenza.

Mas ci introduce nelle camere della Salpêtriere così come nella mente e nei pensieri di alcune delle ospiti.
Ci racconta, senza filtri, le loro storie, non facendo mai leva sulla pena, ma puntando lo sguardo sull'ingiustizia, su come l'essere donna fosse spesso sinonimo di "essere inferiore".
Donne che volevano semplicemente vivere la loro vita, che hanno "osato" essere belle, piacere a qualcuno, dire no, sono state chiuse tra le mura di un manicomio, dimenticate per sempre, quasi non fossero mai esistite.

Un romanzo che scorre veloce come le acque della Senna e che ci traghetta verso un finale al cardiopalma, scioccante quanto doloroso, dolce quanto commovente.
Perché, forse, l'unica cosa sulla quale possiamo ancora contare, è la mano amica di un'altra donna come noi.



Ringrazio la Casa Editrice per avermi fornito una copia del romanzo

3 commenti:

  1. Risposte
    1. La delicatezza e l'educazione che usiamo sui blog a paragone coi nostri messaggi whatsapp, fanno di noi due bipolari da ricovero!

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