martedì 16 febbraio 2021

Recensione 'Il gioco delle ultime volte' di Margherita Oggero - Einaudi



IL GIOCO DELLE ULTIME VOLTE || Margherita Oggero || Einaudi || 2 febbraio 2021 || 164 pagine

Ale, diciassette anni non ancora compiuti, scontenta, viziata, confusa. Lo ha sentito benissimo il rumore del tram, quando ha spiccato un balzo verso le rotaie. E Nicola, il medico che l'ha soccorsa appena arrivata in ospedale, non riesce proprio a togliersela dalla testa, quella ragazza più vicina alla morte che alla vita. Perché lo scudo professionale certe volte è di cartapesta, e anche la bellezza può essere un coltello che allarga le nostre ferite. Davanti a sé, adesso, ha un lungo week-end da trascorrere con la moglie Teresa a Chamois, a casa di amici. Un week-end come tanti, si direbbe. Cene, passeggiate, chiacchiere davanti al camino. Ma in quei pochi giorni, per lui e per tutti gli altri, il tempo subirà un'accelerazione e procederà in tutte le direzioni. Ognuno sarà costretto a fare un bilancio della propria vita e a portare allo scoperto i segreti che nasconde persino a se stesso. A catalizzare tutto, forse, l'ombra di Ale, e per Nicola anche un fantasma in carne ed ossa che viene dal passato: il suo vecchio amico Matteo che non vede dagli anni del liceo. Qualcuno proporrà un gioco innocuo per passare il tempo: ma sarà il tempo invece a passare su ognuno di loro. «Il gioco delle ultime volte» ha le sue regole: ciascuno deve raccontare l'ultima occasione in cui ha fatto o visto una determinata cosa o persona; valgono sia i ricordi veri sia quelli inventati. C'è chi parla di una casa in cui ha trascorso le vacanze da ragazzo, chi s'inventa (chissà perché) di aver nostalgia di un anello che non ha mai perso, chi si spinge più a fondo. Come Nicola, e Matteo, che finalmente a notte fonda si troveranno faccia a faccia per continuare quel gioco da soli. Non si vedono da trent'anni: da quando ad Amsterdam, dove erano in vacanza insieme, Matteo aveva fatto a Nicola «uno scherzo» che li avrebbe segnati per sempre.

Amo Margherita Oggero. È una di quelle scrittrici che mi fa sentire a casa tra le pagine dei suoi romanzi, ma, allo stesso tempo, non sento l'esigenza di leggere ogni sua pubblicazione.
Seleziono attentamente le storie che ci regala, lasciandomi guidare dalle sensazioni che mi trasmette la trama.
Peccato che io, ingenuamente, dimentichi sempre che le trame, in quarta di copertina, vengano spesso scritte da bugiardi patologici o da qualcuno sicuramente avvezzo all'uso di alcool o di stupefacenti... o di entrambi!

Quest'ultimo romanzo dell'autrice piemontese dovrebbe (il condizionale è d'obbligo!) raccontarci la storia di Ale, bellissima diciassettenne che decide di gettarsi sotto un tram, e di Nicola, il medico di turno al Pronto Soccorso al momento dell'arrivo della ragazza.
Dovrebbe (sì, sempre il condizionale serve!) raccontarci di come la vista di questa ragazza bellissima e in fin di vita, influisca su Nicola.
Dovrebbe. E forse in qualche modo lo fa... in maniera sommaria, superficiale, molto sopra le righe.

La sensazione iniziale che ho provato leggendo questo romanzo, è stata quella di procedere a balzelli.
L'autrice ci catapulta immediatamente all'interno degli avvenimenti, senza alcun preambolo e senza darci modo di familiarizzare con i personaggi.
Ma questo risulta essere il male minore nel complesso della narrazione.

La storia si dipana su tre giorni, ognuno dei quali compone un intero capitolo del romanzo, a sua volta diviso in tanti paragrafi.
Ogni paragrafo ci racconta un po' di ognuno dei personaggi di questo libro.
E i personaggi sono davvero tanti e tutti talmente poco caratterizzati che, ad esclusione di Ale e di Nicola, all'inizio di ogni paragrafo mi sono trovata a chiedermi: "Ma questo chi è?".
La sensazione di saltare di palo in frasca, che speravo si attenuasse col procedere della lettura, si è, invece, trasformata in un fastidio continuo che mi ha portata a rallentare la lettura, non riuscendo in alcun modo a raccapezzarmi o trovare punti di riferimento nella storia.

A tutto ciò si aggiunge la superficialità con la quale vengono trattati i vari argomenti: Ale ci viene raccontata come una ragazza bellissima (aggettivo sul quale viene più e più volte posto l'accento), di buona famiglia, viziata, musona.
Non ha amici, detesta i suoi genitori, benché la Oggero ne tracci un ritratto benevolo, e decide di gettarsi sotto un tram.
La causa scatenante è talmente futile che il lettore rimane perplesso, continuando a pensare, quasi sperare, che alla fine ci venga rivelato qualcosa di più importante. No, niente da fare!
Non si riesce a provare dolore per questa ragazza, che, per quel poco che ci viene detto, risulta egocentrica e piena di sé.
Lo stesso dolore che non si riesce a provare per i genitori di Ale e non per mancanza di sensibilità, quanto per una frettolosa e asettica chiusura della storia: tutto viene liquidato velocemente, così come veloce è stato il lancio di Ale verso il tram.

Attorno a questa storia, quella di Nicola e delle sei coppie di amici con i quali si trova a trascorrere un fine settimana in montagna.
Qualche segreto che viene svelato, qualche confessione che viene fatta, ma anche in questo caso, la parola d'ordine rimane "superficialità".

A un certo punto, l'impressione che si ricava da questa lettura è quella di trovarsi tra le mani le tracce per almeno quattro romanzi diversi, quasi la Oggero abbia consegnato alle stampe il suo blocco degli appunti anziché una storia completa.

Rimane, anche se offuscata, la bella scrittura di Margherita Oggero, che lascia un ancora più grande senso di insoddisfazione per quella che è stata, certamente, un'occasione sprecata.



 
Ringrazio la Casa Editrice per avermi fornito una copia del romanzo

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