Recensione "#annefrank Vite parallele"
di Sabina Fedeli e Anna Migotto - Feltrinelli

by - 16.2.23

 

#ANNEFRANK VITE PARALLELE || Sabina Fedeli e Anna Migotto || Feltrinelli || 17 gennaio 2023 || 156 pagine

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Come sarebbe stata la vita di Anne Frank se fosse potuta vivere dopo Bergen-Belsen? E come la vita dei tanti che non sono tornati a casa? Ce lo raccontano cinque donne che hanno vissuto la deportazione. La loro storia di bambine e adolescenti, diventate donne, madri e nonne si intreccia a quella della bambina Anne Frank attraverso la lettura del suo diario. Ogni capitolo del libro è dedicato a una testimonianza ed è introdotto da una tappa del viaggio di una ragazza italiana che oggi, a quasi ottant'anni di distanza, ripercorre a ritroso il tragitto di Anne Frank dal campo di Bergen-Belsen alla sua casa di Amsterdam, visitando alcuni dei luoghi che rappresentano la memoria della Shoah in Europa. 

Non sono solita leggere romanzi per ragazzi (e non perché io abbia qualche pregiudizio nei confronti del genere, ci mancherebbe!). Questo libro, arrivato a sorpresa da Feltrinelli, però, ha stuzzicato la mia curiosità e, complice anche la sua brevità, ho deciso di dedicargli un pomeriggio!

La voce narrante, colei che fa da legame tra una testimonianza e l'altra di cinque donne sopravvissute ai lager nazisti, è quella di Caterina, una giovanissima ragazza che, ammaliata dalla lettura del Diario di Anne Frank, decide di intraprendere un viaggio alla ricerca di testimonianze, sensazioni, emozioni; ultima tappa la casa nella quale Anne si nascose assieme alla sua famiglia.
Persuasi i genitori, Caterina si ritrova su un treno, pronta a intraprendere la sua avventura. Ed è qui che il libro ha una frattura netta: da una parte le testimonianze, i racconti, le voci di cinque donne sopravvissute, dall'altra il viaggio di Caterina, le sue parole e le sue riflessioni.
Una frattura netta, fastidiosa, irritante perché Caterina è superficiale, frivola e infantile.

Colei che ci accompagnerà in questo viaggio attraverso l'Europa è il prototipo stereotipizzato dell'adolescente un po' stupida, telefono sempre in mano e foto seguite da una sfilza di retorici hashtag.
Caterina parte e tutto pare volgere a suo favore 
Il suo viaggio sembrava davvero baciato dalla fortuna
Prima incontra Lorenzo che, guarda caso, è nipote di Arianna Szörényi, deportata nel giugno del '44 assieme a tutta la sua famiglia; poi incrocia un professore che, botta di fortuna, le fa conoscere Sarah Lichtsztein - Montar, deportata nel maggio del '44.
Ma non finisce qui! Caterina cerca in rete i nomi delle sopravvissute italiane ed è così che si imbatte in Andra e Tatiana Bucci che, pensa te la fortuna, si trovano a Bruxelles, un'ora e mezza appena di distanza da dove sta Caterina (dettaglio: entrambe le sorelle a Bruxelles, pure quella che, di solito, vive in America... eh sì, Caterina è proprio fortunella!).
Sarà mica finita qui? No! Perché dopo aver visitato una mostra, Caterina rimbambisce di parole qualche fantomatico impiegato di una Casa Editrice che, sicuramente preso per sfinimento, le molla la mail di Helga Weiss ed ecco che la nostra protagonista fa una deviazione di appena 1000 chilometri per incontrarla!

Al di là di tutte queste fortuite coincidenza create ad arte dalle autrici, la cosa che più mi ha irritata di Caterina è stata CATERINA!
I selfie, le foto piene di hashtag retorici postate sui social, la facilità con la quale passa dal guardare video di ebrei smunti, affamati, sofferenti al correre a una degustazione di cioccolatini, rigorosamente postata nelle stories e che le fa guadagnare una raffica di like, come lei stessa sottolinea, ha suscitato in me una tale rabbia nei suoi confronti da portarmi a detestare ogni suo gesto.

C'è stato un momento, a circa un terzo della lettura, nel quale ho pensato sperato che le autrici avessero scelto intenzionalmente di creare un personaggio così respingente, un personaggio che sarebbe poi cresciuto nel prosieguo della storia; una ragazza che, davanti ai luoghi, alle testimonianze, ai silenzi, avrebbe capito.
E invece no! Caterina è così dalla prima all'ultima pagina: una ragazza che si "infatua" del "personaggio" Anne Frank, rendendola una sorta di eroina da emulare, una Ferragni ante-litteram.
Il crollo definitivo, per me, è arrivato quando, giunta in battello davanti alla casa dove Anne trascorse i suoi ultimi anni di vita, Caterina pensa bene di videochiamare le sue amiche del cuore, starnazzando felice per essere giunta alla meta.
Anche il suo ingresso nella casa non suscita alcuna emozione né in lei né in noi che ne leggiamo le vicende.
Caterina risulta, in questa storia, un personaggio negativo; e no, i ragazzi di oggi non sono tutti così, per fortuna! Ho trovato il suo atteggiamento profondamente irrispettoso nei confronti delle situazioni, delle persone, della storia.

Qualche tempo fa, Liliana Segre disse che "ad Auschwitz si va in silenzio, con vestiti adeguati e magari avendo saltato la colazione del mattino".
Queste parole, evidentemente, non sono mai giunte alle orecchie di Caterina, forse troppo impegnata a cercare l'hashtag adatto per la foto di rito.

Un discorso a parte meritano le testimonianze delle cinque sopravvissute (unico motivo per cui do 4 stelle a questo libro).
Forse già sentite per chi è avvezzo a questo genere di lettura, ma sempre emozionanti e dolorose.
Nulla viene filtrato, nulla è risparmiato, nessun dettaglio viene nascosto; si percepiranno, fin sotto pelle, il dolore, la fame, il freddo, la paura di coloro che altro non erano se non cinque bambine la cui unica colpa era quella di essere ebree.
Ogni parola raccolta, riportata e ripetuta, oggi come allora, è uno strappo, una ferita che non potrà mai rimarginarsi del tutto.
Parole che, ogni giorno di più, vengono perdute e che bisogna, invece, conservare; tatuarsele addosso, come quei numeri sulle braccia di chi è morto o di chi ha fatto ritorno.

Vite parallele è un romanzo che si rivolge ai ragazzi, ma che dà dei ragazzi un quadro sbagliato e che, probabilmente, ha bisogno degli adulti per trasmettere certi messaggi, per far capire a chi oggi è adolescente che chiudere gli occhi davanti a certe atrocità, rischia di farci ripetere gli stessi errori.
Il silenzio di chi era riuscito a tornare a casa è durato per anni. La scelta di non descrivere ad altri quello che era successo nei campi era dovuta al timore di non essere creduti.







Ringrazio la Casa Editrice per la copia del romanzo


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