[club della neuro] Recensione “Rebecca la prima moglie”
di Daphne du Maurier - Il Saggiatore


REBECCA LA PRIMA MOGLIE || Daphne du Maurier || Il Saggiatore || 15 ottobre 2020 || 430 pagine



Durante un soggiorno a Monte Carlo insieme alla signora cui fa da dama di compagnia, una giovane donna, appena ventenne, conosce il ricco e affascinante vedovo Maxim de Winter. L’uomo inizia a corteggiarla e, dopo due sole settimane, le chiede di sposarlo; lei, innamoratissima, accetta con entusiasmo e lo segue nella sua grande tenuta di famiglia a Manderlay. Sembra l’inizio di una storia da favola, ma i sogni e le aspettative della giovane si scontrano subito con la fredda accoglienza della servitù, in particolare della sinistra governante. Eppure non si tratta solo di questo: c’è qualcosa, in quel luogo, che giorno dopo giorno rende l’ambiente sempre più opprimente; c’è una presenza che pervade ogni stanza della magione e che si stringe attorno ai passi dell’attuale inquilina come una morsa silenziosa. È Rebecca, la defunta signora de Winter, più viva che mai nella memoria di tutti quelli che l’hanno conosciuta e modello inarrivabile per la giovane, che invece si muove impacciata e confusa nella sua nuova esistenza altolocata e mondana. Un fantasma ingombrante che si trasformerà in una vera e propria ossessione per la protagonista, costretta a immergersi nelle ombre del proprio matrimonio e spinta sempre più ai con¬fini della follia, ¬fino a dubitare della propria stessa identità. Fonte di ispirazione dell’omonimo film di Alfred Hitchcock con Laurence Olivier e Joan Fontaine, Rebecca la prima moglie è l’opera più famosa e amata di Daphne du Maurier: un thriller psicologico ricco di suspense e mistero, colpi di scena e ribaltamenti inaspettati, passioni e segreti. Un grandioso romanzo sulla gelosia e sulla memoria, che conduce il lettore tra le pieghe dell’animo umano, là dove si nascondono gli spettri nati dal dolore più atroce e dalle paure più inconfessabili.

Secondo libro scelto per il #clubdellaneuro e, dopo il poco entusiasmo suscitato in me da “Il buio oltre la siepe”, questa volta arriva la stroncatura netta! 

Di Daphne du Maurier avevo già letto “Mia cugina Rachele”, del quale serbo ricordi tiepidi e che mi aveva fatto mettere da parte l’intenzione di leggere anche il suo più famoso romanzo, “Rebecca la prima moglie”, appunto. 
Speravo che leggerlo col gruppo di insane mentali mi avrebbe aiutata, invece mi sono ritrovata ad affrontare questa lettura con un certo malessere, forte dei commenti di chi lo aveva iniziato prima di me: lento, noioso, protagonista insopportabile… 
Non sono solita lasciarmi influenzare dai pareri altrui, ma certo è che se sei persone con le quali solitamente ho gusti affini pronunciano quelle parole, qualche condizionamento ci sarà per forza. 

Ho iniziato, quindi, questo libro con meno voglia di quella che, ultimamente, contraddistingue le mie “sessioni di lettura”. 
Ed ecco che, immediatamente mi sono ritrovata a dover affrontare un paio di quelle cose che avevo detestato in “Mia cugina Rachele”: la logorroica descrittività dell’autrice affiancata a una protagonista che verrebbe voglia di prendere a sberle! 
Le prime 100 pagine sono un’agonia senza fine: un trattato di botanica, concentrato in particolare sui rododendri, che mi ha fatto venire voglia di cementare ogni metro quadrato di verde che mi circonda! 

Credo che la storia raccontata in questa pagine sia conosciuta dai più, merito anche del meraviglioso film diretto da Alfred Hitchcock. 
Siamo a Monte Carlo, dove una ragazza di appena 21 anni lavora come dama di compagnia per l’eccentrica e pettegola signora Van Hopper. Durante il soggiorno, le due donne incontrano Maxim de Winter, ricco vedovo di vent’anni più grande della nostra protagonista. 
Perché non vi dico come si chiama la ragazza? Perché l’autrice non ce lo rivelerà mai! Ricordatevi che in questo romanzo la vera, unica, incontrastata protagonista sarà Rebecca (sì, è morta… fossero morti pure i rododendri, saremmo stati tutti più felici!). 

In pochi giorni, complice anche un lieve malessere che costringerà la signora Van Hopper a letto, la nostra Innominata si infatuerà di Mr de Winter. E qui assisteremo a un turbine di emozioni degne di una prima adolescenza… giustificati, per carità, se pensiamo più che alla giovane età della protagonista, all’epoca in cui la storia si svolge. 
Non ci vorrà molto perché Maxim decida di sposarla e portarla con sé a Manderley, la meravigliosa tenuta in Cornovaglia nella quale viveva con la prima moglie. 

Il romanzo è un viaggio a ritroso tra il presente e ciò che è accaduto nel passato, raccontatoci direttamente dalla voce della donna senza nome. 
Fulcro di questa storia dovrebbero essere l’amore, l’ossessione e il potere, ma il ritmo lentissimo che contraddistingue la narrazione, l’assoluta mancanza di sviluppo dei personaggi e i colpi di scena prevedibili come la mia allergia in primavera, rendono l’insieme una noia mortale che porta il lettore a trascinarsi di pagina in pagina, in una lenta e infinita agonia della quale pare non si veda mai la fine! 

Pubblicato nel 1938 e classificato come thriller psicologico (sicuramente lo era per l’epoca), è un romanzo che sente tutto il peso dei suoi anni, forse anche qualcuno in più! 
Il finale ripercorre la strada, ben più piacevole, di Jane Eyre, ma non può certo ricalcarne la meraviglia! 

Per quanto mi riguarda, il mio rapporto con du Maurier (pace all’anima sua, che spero stia vagando tra selve di rododendri!) si chiude qui!




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