Recensione 'Sono contenta che mia mamma è morta' di Jennette McCurdy - Mondadori

by - 11.4.23


SONO CONTENTA CHE MIA MAMMA È MORTA || Jennette McCurdy || Mondadori || 
14 marzo 2023 || 378 pagine



Jennette McCurdy ha solo tredici anni quando diventa una celebrità della tv grazie alla serie "iCarly". Dietro il suo sorriso smagliante si nasconde però l'inferno degli abusi fisici e psicologici a cui sua madre la sottopone fin da quando è bambina. Ossessionata dall'idea di fare della figlia una star, Debbie ha assunto il controllo maniacale di ogni aspetto della sua vita. E Jennette, pur di vedere la madre felice e di conquistare il suo amore, è disposta a rinunciare all'infanzia normale che vorrebbe così tanto. Giorno dopo giorno, per anni, Debbie cerca di distruggere Jennette per ricostruirla a suo piacimento. Solo quando il cancro obbliga Debbie a stare in ospedale e lontano da lei, Jennette scopre fino a che punto è riuscita a devastarla. Preda di disturbi alimentari, dell'alcol e di una grave depressione, è costretta ad affrontare il suo passato e il mostro che l'ha resa ciò che non avrebbe mai voluto essere. Scritto con disarmante sincerità e umorismo nero, "Sono contenta che mia mamma è morta" è il racconto di quello che succede quando chi ci dovrebbe amare più di tutti abusa della nostra innocenza. Ma soprattutto è una storia che parla di resilienza e conquista della libertà. E della felicità di farti lo shampoo da sola.

A dispetto del titolo che potrebbe apparire ironico (e no, non mi riferisco al congiuntivo BARBARAMENTE UCCISO... che non è neanche l'unico) e della copertina così colorata, Sono contenta che mia mamma è morta è un romanzo tutt'altro che leggero e divertente.
Già definirlo romanzo è riduttivo oltre che sbagliato, trattandosi a tutti gli effetti di un'auto-biografia.
Jennette McCurdy è probabilmente un nome noto a tutti quelli di voi (giovani!) che frequentavano Nickelodeon negli anni tra il 2007 e il 2012. Jennette, infatti, era una delle protagonista della serie tv "iCarly"; non chiedetemi di più perché, sino a qualche giorno fa, non avevo la benché minima idea di chi fosse questa ragazza.
Non ho scelto io questa vita. L'ha scelta la mamma.
Questo libro ha un prima e un dopo: prima ci sono Jennette e sua madre, dopo ci sono Jennette e i suoi problemi. Il punto è che tutti i problemi che Jennette dovrà affrontare (alcolismo, anoressia, bulimia, attacchi di panico...) sono una conseguenza del suo rapporto distorto e malato (no, credetemi, non sto esagerando) con la madre, Debra.

Sin dalle prime pagine, quella che ci viene restituita è la figura di una donna (e una madre) decisamente fuori da ogni schema (di sanità mentale, direi io!).
Debra è una donna che, al di là delle apparenze, è concentrata totalmente su sé stessa, sui propri desideri e sul proprio benessere personale.
Benché cerchi di apparire agli altri come una madre devota, Deb ha una personalità improntata all'egocentrismo che la porterà a proiettare sull'unica figlia femmina le sue frustrazioni e i suoi sogni irrealizzati.

Jennette è appena una bambina quando la madre la spinge verso la recitazione, incanalando la sua vita verso una sequela di provini, audizioni, corsi di danza, di recitazione, di canto, di portamento... Ma non saranno queste le cose peggiori che Jennette si troverà a dover subite: la madre, infatti, la tratterà alla stregua di una bambina anche quando Nette una bambina non sarà più.
Sono rimasta senza parole leggendo di come Deb la costringesse a viaggiare su un seggiolino per bambini all'età di 14 anni o di come, a 16 anni, fosse lei stessa a farle la doccia.
Non c'è un momento, in quel "prima" in cui questo rapporto madre-figlia non sia fatto di comportamenti tossici e squilibrati.

Jennette appare, esattamente come tutti gli altri componenti della famiglia, succube e sottomessa a quella madre che fa leva sull'amore e sulla totale dedizione della figlia per manovrarla a suo piacimento.
Sono sconvolgenti le crisi isteriche, spesso condite dal lancio di oggetti, con cui Debra ricatta la figlia quando questa cerca di ribellarsi; ma più sconvolgente ancora è la repentina calma che Deb raggiunge nel momento in cui la figlia accondiscende al suo volere.

Per quasi tutta la prima parte del romanzo, mi sono chiesta come fosse possibile che una ragazza nel pieno dell'adolescenza, una ragazza che frequenta, comunque, un ambiente come quello televisivo, non si sia resa mai conto di quanto anomalo e malato fosse il suo rapporto con la madre.
Ma c'è una cosa fondamentale che questo libro vi imporrà di fare: mettere da parte tutto ciò che reputate sano e normale, abbandonare dubbi e giudizi e calarvi totalmente nei panni di una persona alla quale è stata negata ogni forma di normalità: Jennette non ha mai frequentato la scuola, le è stata impedita qualsiasi interazione sociale che valicasse i confini degli studi televisivi; per anni il suo unico rapporto è stato quello con la madre
Sono così felice di essere la sua migliore amica. Di essere la persona che le è più vicina al mondo. Questo è il mio scopo. Mi sento completa.
Non sarà facile riuscire a capire (e non giudicare in maniera istintiva) i suoi comportamenti, la sottomissione nei confronti di quel genitore che rappresenta tutto il suo mondo.
Perché in questo risiede un altro punto focale di questa storia: attorno a Jennette ruota un universo familiare del tutto assente. Il padre, in particolare, risulta una figura labile, evanescente, quasi un estraneo che, ogni tanto, si ricorda di avere una casa e dei figli. Un uomo talmente in balìa dell'umore della moglie da risultare indisponente agli occhi di chi legge.
Ma, allo stesso tempo, anche i nonni e i fratelli di Jennette paiono non accorgersi di quanto stia accadendo attorno a loro e di come la vita della "piccola diva" stia seguendo un percorso assolutamente non sano.
Solo il nonno pare voler fare un tentativo per ripotare Nette a quell'infanzia che la madre le sta negando, ma tutto si perde tra le luci abbaglianti dei riflettori.

E poi c'è il DOPO. Quando finalmente (sì, finalmente!) Deb deve fare i conti con una recidiva del cancro e poi finalmente (sì, finalmente!) muore, per Jennette inizia una nuova vita; una vita che la porterà a fare i conti con le macerie che Debra ha lasciato dietro di sé.
Jennette non è in grado di auto-gestirsi, non ha il controllo di alcun aspetto della sua esistenza, pare quasi non conoscere il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Ed è così che ci incanaleremo in una sequela di errori ripetuti più e più volte, di rapporti tossici che ripercorrono esattamente quello tra lei e la madre.
L'avevo messa su un piedistallo, e ora so quanto fosse deleterio quel piedistallo per il mio benessere e la mia vita. [...] Mia madre non meritava un piedistallo. Era una narcisista. [...] Mi ha sottoposta ad abusi emotivi, psicologici e fisici che mi hanno segnata per sempre.
Questa seconda parte è stata quella che ha reso la lettura un po' meno agevole: la ripetizione estenuante di determinati meccanismi se, da una parte, rende chiara l'idea di quanto la protagonista abbia faticato a prendere coscienza di sé e dei suoi problemi, dall'altra è andata a discapito di ciò che, forse, al lettore sarebbe interessato di più: approfondire maggiormente quel percorso terapeutico che ha aiutato Jennette a "guarire" e, soprattutto, a rendersi conto di quante colpe avesse la madre in quella disfatta che è stata la sua esistenza.
Tutto ciò viene relegato a un solo capitolo, l'ultimo, lasciandoci addosso una sorta di insoddisfazione.

Sono contenta che mia mamma è morta è sicuramente un romanzo di denuncia che regala più di uno spunto di riflessione sulla genitorialità. E se è vero che ogni genitore è fallibile e che i nostri figli saranno anche i nostri giudici più spietati, è altrettanto vero che spesso noi genitori proiettiamo, a volte inconsciamente a volte no, su di loro i nostri sogni e le nostre frustrazioni.
E a lettura terminata posso affermare di non essere mai stata così felice di essere una "madre di merda" che lascia il figlio libero di fallire e di essere sé stesso, anche quando quel "sé" è rappresentato da un diciottenne che ha gli stessi quattro amici da undici anni e trascorre le serate giocando alla Play e reputa la scuola una perdita di tempo.



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