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L'ironia non è un orpello: il mio modo di leggere (e di stare al mondo)


Il primo ricordo che ho di me stessa è una scena che, a raccontarla adesso, suona come una barzelletta. Avevo quattro anni, ero rannicchiata in un angolo della mia cameretta, tra il letto e l'armadio - la posizione che da bambini si sceglie quando si vuole essere irraggiungibili.
Avevo in mano un libro enorme, senza una sola illustrazione e lo tenevo sottosopra. Mio padre entrò, mi chiese cosa stessi facendo e io, con una serenità che ancora oggi mi sembra commovente, gli risposi che stavo leggendo. E iniziai a raccontargli la trama: una ballerina magica rinchiusa in un teatro incantato.

Il libro era un volume dell'Enciclopedia Treccani.

Mi ci sono voluti anni - e il racconto divertito di mio padre - per capire che dentro la Treccani, di ballerine magiche non ce n'è nemmeno una. Però intanto era successa una cosa: avevo già deciso, senza saperlo, che ai libri si poteva chiedere qualcosa che i libri, a volte, non avevano. Si poteva persino tenerli al contrario. Si poteva ricavarne una storia che non c'era. Si poteva, soprattutto, rispondere a chi ti chiedeva "cosa stai facendo?" con uno "sto leggendo" detto senza incertezze, anche se chiunque ti guardasse capiva benissimo che no, non stavi affatto leggendo.

Sono trascorsi quarantasei anni. Ho ancora più o meno lo stesso atteggiamento.
Qualche settimana fa ho chiuso un libro - non importa quale - e ho detto ad alta voce: ma perché a certa gente viene insegnato a scrivere? Non era una domanda retorica; era proprio un'esasperazione pedagogica, di quelle che si formulano al singolare ma si rivolgono a una categoria. E mentre la pronunciavo mi sono accorta di una cosa: solo chi tiene davvero alla scrittura si arrabbia così quando viene maltrattata. Una persona indifferente avrebbe detto non mi è piaciuto e sarebbe passata oltre. Io, invece, mi incazzo come un'insegnante davanti al compito sbagliato di un alunno bravo. È una rabbia da innamorata.

Ed è da lì che parte tutto, in me. L'ironia non è un orpello, non è una posa, non è un registro. È il modo che ho trovato per stare in relazione con i libri senza distruggerli e senza idolatrarli. Il modo per dire no, questo libro non funziona, senza dover aggiungere e quindi chi l'ha scritto è un cretino (anche se poi lo penso!). Perché, diciamocelo, dietro a ogni libro, anche il peggiore che io abbia mai letto (e ne ho lette di fetecchie!), c'è il lavoro di molte persone. Di chi scrive, innanzitutto, mannaggia a loro che non avevano altro da fare! Ma anche di chi quel libro lo edita, lo traduce, decide di pubblicarlo, lo fa arrivare in libreria. C'è una filiera e quella filiera merita rispetto anche quando il prodotto finale mi cade dalle mani.

Per questo la mia ironia, quando demolisce, lascia sempre una porticina aperta sul retro. La porticina è questa: da qualche parte, là fuori, ci sarà sicuramente qualcuno che questo libro sarà in grado di apprezzarlo. Vai a capire perché, ma ci sarà. E quel vai a capire non è una concessione formale, è la verità. Il mondo è grande, le lettrici sono tante e io non sono né l'unico né l'ultimo metro di giudizio. La mia ironia serve a chiudere la mia recensione, non a chiudere la conversazione.
C'è un altro pezzo di questa storia, però, che è più difficile da raccontare perché mi espone. La mia ironia, mentre leggo, si rivolta anche verso di me.

Sono la lettrice che toglie la sovracopertina perché non vuole rovinarla... e poi sottolinea il libro a matita come se non ci fosse un domani. Sono quella che dice devo recuperare con le pubblicazioni del blog e poi passa due ore a disegnare o, peggio, a giocare a Mahjong sull'iPad. Sono quella che si concede solo un capitolo alle dieci di sera e si ritrova alle quattro del mattino con la pagina tempestata di briciole di biscotto e lo schizzo di latte sul margine destro. Sono quella che, due ore dopo, sente la sveglia delle sei, perché è giorno di palestra e si alza odiando la sera prima e la mattina dopo in egual misura.

Mi prendo in giro per tutto questo, costantemente. E mentre lo faccio mi rendo conto che la struttura della mia presa in giro è esattamente la stessa che uso sui libri. Riconosco il valore di entrambe le mie versioni - la lettrice diligente che protegge la sovracopertina quella sbriciolata sul materasso alle quattro del mattino - senza scegliere, senza condannare, senza dare ragione all'una invece che all'altra. Le tengo tutte e due, perché tutte e due sono vere. È un pareggio quotidiano e non vince mai nessuna delle due. Esattamente come faccio con i libri brutti che, però, hanno avuto il loro perché di esistere.

L'ironia, in altre parole, non è uno strumento di sentenza. È uno strumento di convivenza con l'imperfezione. La mia, dei libri, della vita.
E poi, certe volte, l'ironia tace.

Mi ricordo l'inicpit di Amabili resti di Alice Sebold come si ricorda una preghiera imparata da piccoli.
Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre 1973.
Ho aperto il libro un pomeriggio qualunque, con la guardia che ho sempre alzata davanti ai libri nuovi, e dopo tre righe non c'era più.
Non l'ho abbassata io. È crollata. E non è più tornata su, fino all'ultima pagina.

Per molto tempo ho pensato che dei libri davanti ai quali mi si spegne l'ironia mi facessero, in qualche modo, un torto. Mi disarmavano, mi costringevano a leggere senza protezioni, mi lasciavano scoperta. Poi ho capito una cosa che secondo me è il punto: io non decido quando essere ironica e quando no. È il libro che decide.
Susie Salmon mi ha tolto gli artigli dalla mano dopo tre righe e io non ho resistito un attimo, perché gli artigli non servivano. Non serviva l'ironia, non serviva l'eleganza, non serviva nessun gesto difensivo. Serviva solo leggere e basta.

Ed è questa, secondo me, la cosa che mi separa davvero da chi usa l'ironia come performance: io non ho un registro. Ho un'antenna. La punto verso il libro e il libro mi dice con che temperatura entrare. Su qualcosa entro armata fino ai denti e demolisco con il sorriso di chi, però, non vuole far male a nessuno. Su altro entro a mani nude, perché è quello che il libro chiede.
Le due cose, in me, non si contraddicono. Sono lo stesso movimento... il movimento di chi è disposta a riconoscere ogni volta cosa ha davanti.
Se sei una lettrice che è capitata qui per caso, magari da una citazione su Instagram o da un link inviato da un'amica, ti devo una piccola verità.

Dietro questa grafica pulita, dietro le tonalità naturali e i font scelti con attenzione, dietro la regolarità del lunedì che non salta mai, c'è un caos che non immagini! C'è una "ragazza" di cinquant'anni che alle quattro del mattino legge sul materasso con le briciole attorno, che alle sette va in palestra, che insegna danza classica, che vive con l'amore della sua vita e con due cani che si chiamano Vani e Lucrezia e che, dietro la scrivania, è un vortice danzante travestito da flusso ordinario di parole. 
Non te lo dico per civetteria. Te lo dico perché tu sappia che, quando leggerai una mia recensione, dietro c'è quella persona lì, non un personaggio.
È quella che ride dei libri, che si commuove davanti a Susie Salmon, che si arrabbia quando qualcuno scrive male, che si prende in giro perché ha tolto la sovracopertina e poi ha sottolineato dappertutto.

Quello che ti garantisco è poco, ma solido: qui troverai sempre un parere sincero e una risata garantita. Non una promessa, una garanzia. Dopo tredici anni di blog, posso permettermela.

Perché ci sono lettrici che leggono per essere rassicurate e lettrici che leggono per essere riconosciute. 
A te, che sei capitata qui, io posso offrire solo la seconda cosa.


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