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Le ultime chiacchiere

'L'altra moglie di Garibaldi' di Silvia Montemurro: una donna vera non è necessariamente una donna amabile

L'altra moglie di Garibaldi
Autore Silvia Montemurro
Editore Edizioni e/o
Pagine 299
Uscita 2026
Genere Biografia storica narrativa
Inverno 1860. In una cappella privata nei dintorni di Como vengono celebrate le nozze tra Giuseppe Garibaldi e la marchesa Giuseppina Raimondi. Il matrimonio dura un giorno soltanto. Lo scandalo che ne consegue, invece, passerà alla storia.
In una narrazione che intreccia realtà e fantasia, tra splendide ville affacciate sul lago, ambascerie segrete, amori proibiti e misteriose chiromanti, Silvia Montemurro ci guida nella riscoperta di un affascinante episodio del Risorgimento italiano. A caccia della verità, ammesso che ce ne sia una sola.
Seconda metà dell’Ottocento. Figlia della relazione illegittima tra il marchese Raimondi e una donna dal passato oscuro, la giovane Giuseppina ha imparato presto a guardare con disincanto sia all’amore sia al potere. Finché, mentre tutt’attorno imperversano i moti risorgimentali, il generale Giuseppe Garibaldi non s’invaghisce di lei. Giuseppina si ritrova così incastrata in un disegno troppo grande in cui la sua volontà sembra relegata a margine. Ma il destino, come scoprirà a proprie spese, segue vie tutte sue. Lo sa bene anche Alma, la chiromante che del destino ha fatto un mestiere. Cresciuta in una comunità nomade, fin da piccola ha appreso che la divinazione non consiste nel predire il futuro, ma nel portare alla luce quel che gli altri si rifiutano di vedere. Le vite delle due donne, Giuseppina e Alma, all’apparenza distanti nel tempo e nello spazio, sono in realtà legate a doppio filo. Perché la verità, detta o taciuta, finirà per avere conseguenze irreversibili per entrambe. Partendo da un’impeccabile ricostruzione storica, Silvia Montemurro firma un nuovo appassionante romanzo.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma sapendo cosa andate a cercare: storia, non simpatia.
Fa per te se ami le biografie narrative in cui il personaggio storico ti sfida invece di sedurti.
Lascialo perdere se ti aspetti che una donna dell'Ottocento ti faccia fare il tifo per lei.

'Carrie' di Stephen King: la storia vera dietro il romanzo, tra leggende da smontare e fatti documentati

King Size #1 Stanza 1 ・ Il terrore puro - Romanzo numero 1


Facciamo un patto prima di iniziare: se siete arrivati avendo appena letto la recensione di lunedì, mettetela da parte per qualche minuto. Qui non si parla più del libro in sé - si parla di quello che ci sta dietro, sotto, prima e dopo. E stavolta ho scavato sul serio, più a fondo del solito, perché Carrie non è mai stato per me un romanzo qualunque. È il primo libro che mi ha convinta che la paura autentica non abita nei mostri, ma nelle case. Un pensiero che non è arrivato con l'età adulta: è nato lì, sulla prima riga che King abbia mai dato alle stampe.

Accomodatevi, quindi. Oggi si va fino in fondo davvero.

I personaggi dietro i personaggi


Di Carrie White tutti ricordano il sangue di maiale e le fiamme del finale. Quasi nessuno si sofferma su chi l'ha resa possibile. Il vero mostro del romanzo - ve lo dico subito - non porta un vestito da ballo bruciacchiato: porta un grembiule e recita le Scritture a memoria.

Margaret White non è una madre rigida. È un sistema di pensiero elettricamente chiuso, dove esistono solo il puro e l'impuro, Dio e Satana, la salvezza e la dannazione - nessuno spazio intermedio. Ogni sua battuta è un dogma; ogni gesto apparentemente affettuoso è in realtà una punizione travestita da cura. Un dettaglio che raramente emerge: Margaret non parla mai a Carrie del ciclo mestruale. Non la prepara, non le spiega nulla della pubertà. Quel silenzio è già una forma di sopraffazione - non le viene sottratta solo la libertà, le viene negata la conoscenza elementare del proprio corpo. E c'è qualcosa di ancora più disturbante: il romanzo lascia trasparire che Margaret consideri la propria vita coniugale, e persino il concepimento di Carrie, come una caduta amorale mai davvero assorbita. Non riesce a tenere insieme desiderio e fede e, per uscire da quella contraddizione, trasforma il desiderio in peccato assoluto. Il vero incendio che brucia Carrie, perciò, non è quello del ballo. È quello che si accende ogni sera, da anni, dentro quella casa.

E poi ci sono loro due - Sue Snell e Chris Hargensen - che continuo a leggere come le due facce di una stessa colpa collettiva mai davvero elaborata. Una cosa che cambia la lettura: Sue non è la "ragazza buona" che il cinema ci ha consegnato. Era nello spogliatoio, rideva, seguiva il gruppo. Solo dopo arriva il rimorso - tardivo, imperfetto, ma reale - e quel rimorso la spinge a convincere il suo ragazzo a portare Carrie al ballo al posto suo. Chris, al contrario, non cerca niente di niente: è bella, ricca, popolare, abituata ad avere ciò che vuole e umilia Carrie non per crudeltà pura ma perché farlo consolida la sua posizione. Stessa generazione, stesso liceo, stesso gesto crudele all'origine - eppure una sceglie di fare i conti con la responsabilità, l'altra nega fino all'ultimo. Il campo di battaglia morale del romanzo, per me, non è mai stato Carrie contro il mondo. È Sue contro Chris: cosa facciamo noi, con la colpa, dopo aver fatto del male a qualcuno che non poteva difendersi?

Il retroscena


Questa è la parte che preferisco raccontare, perché la storia vera è ancora più assurda e più precisa di come circola di solito.

Maine, 1972. King ha venticinque anni, due figli piccoli e finalmente un posto fisso come insegnante di inglese alla Hampden Academy: 6400 dollari all'anno, che non bastano lo stesso. Per integrare vende racconti a riviste come Cavalier, Penthouse e Dude - ed è proprio come racconto breve per Cavalier che nasce Carrie. Arrivato alla scena della doccia, quella del primo ciclo mestruale vissuto come una condanna a morte, King si blocca: non si sente capace di scrivere dal punto di vista di un'adolescente, teme che il testo sia troppo lungo per essere venduto come racconto e non veda alcuno sbocco commerciale. Butta le prime pagine nel cestino.

Fine della storia - se non fosse per Tabitha, che le tira fuori dalla spazzatura, le legge e non si limita a dirgli di andare avanti: gli offre una collaborazione vera sulla psicologia e sui comportamenti delle ragazze di quell'età, quella prospettiva femminile che a lui mancava del tutto.

Qui, però, va corretta una leggenda molto diffusa ed è una delle cose che più mi ha sorpresa quando sono tornata sulle fonti: non è vero che Carrie venne respinto da ogni editore prima di essere "salvato". Fu l'editor di Doubleday, Bill Thompson - che aveva già letto alcune cose di King e ne aveva intuito il potenziale - a sollecitare nuovo materiale. Dopo le revisioni suggerite dall'editore, il romanzo fu accettato. Nessun lungo calvario di porte in faccia: solo un editor che aveva già capito con chi aveva a che fare.

L'anticipo di Doubleday fu di 2500 dollari - circa 17 mila dollari di oggi - comunicato mentre King, per risparmiare - aveva tolto il telefono di casa. Il romanzo uscì il 5 aprile 1974, circa 30 mila copie in copertina rigida. Il colpo vero, però, quello che in pochi raccontano con la giusta enfasi, arrivò dopo: i diritti dell'edizione economica furono venduti a Signet per 400 mila dollari - equivalenti a circa 2,7 milioni di oggi - divisi a metà con Doubleday, grazie al lavoro dell'agente Kirby McCauley, che sarebbe diventato uno dei più influenti agenti letterari dell'horror americano. King ha raccontato più volte quella telefonata: il suo agente gli disse la cifra, lui capì male, pensò fossero quarantamila dollari. L'agente ripeté: "Four hundred thousand." Un altro dettaglio che smentisce la storia ufficiale: King non lasciò la cattedra subito dopo aver firmato il contratto - fu soltanto il ricavato dei diritti paperback, mesi più tardi, a renderlo davvero possibile.

Schermo


La lista è lunga e vale raccontarla con le correzioni necessarie, perché il cinema ha riscritto più cose di quante immaginiamo.

Il film di Brian De Palma del 1976 è ancora insuperato e Sissy Spacek si è guadagnata una nomination all'Oscar - ma c'è un dettaglio che quasi nessuno nota: nel romanzo Carrie è descritta in sovrappeso, con l'acne, goffa, trascurata nell'aspetto. Spacek non corrisponde per niente a quella descrizione fisica; funziona perché porta sullo schermo la fragilità emotiva del personaggio, non il suo corpo. Anche Piper Laurie, la Margaret più iconica di sempre, è in realtà un'invenzione più teatrale e barocca di quella scritta da King: sulla pagina Margaret è più ambigua, meno demoniaca e proprio per questo più inquietante - non un mostro straordinario, ma una donna che ha rimpiazzato il dubbio con la certezza assoluta. E la scena più imitata nella storia dell'horror, la mano che spunta dalla tomba nel finale, nel romanzo non c'è: è un'invenzione di De Palma, senza appello.

Poi viene un sequel originale nel 1999 (The Rage: Carrie 2, senza King), un remake televisivo del 2002 più fedele ma inevitabilmente meno potente e, nel 2013, il remake con Chloë Grace Moretz che porta il bullismo nell'era digitale - cellulari, video, umiliazione pubblica in rete - probabilmente l'aggiornamento culturale più riuscito, anche se gli effetti speciali finiscono per smorzare l'ambiguità emotiva del libro. E poi c'è Carrie: The Musical, naufragato a Broadway nel 1988 dopo poche repliche, diventato sinonimo di disastro teatrale - ma riscritto negli anni seguenti fino a costruirsi una comunità vera di appassionati. Ulteriore prova, se ancora servisse, che questa storia funziona anche cantata.

La cosa che vale la pena leggere fino in fondo: mentre scrivo, Prime Video ha appena diffuso le prime immagini e la data ufficiale di uscita di una nuova serie, otto episodi, firmata dallo showrunner Mike Flanagan - lo stesso di Midnight Mass e The Haunting of Hill House. È la prima trasposizione seriale del romanzo, pensata per dare più spazio e respiro ai personaggi. Debutto previsto il 7 ottobre. Non capita spesso che un classico di cinquant'anni torni sotto i riflettori nel momento esatto in cui si decide di rileggerlo: prendetelo come un segno, se siete un po' scaramantici come me.

Quello che il romanzo non dice


Vi lascio con la correzione più importante, quella che ripeto ogni volta che qualcuno mi dice "ah sì, il libro sui poteri telecinetici": la telecinesi, nel romanzo, occupa uno spazio relativamente ridotto. Ben più ampio è quello riservato all'isolamento, alla vergogna, al legame tra madre e figlia, alla violenza collettiva. Il potere è il detonatore della tragedia, non il suo fulcro.

King non racconta una ragazza che scopre di avere un dono. Racconta cosa accade a un corpo - e a una mente - quando nessuno gli ha mai insegnato di avere il diritto di esistere senza dover chiedere scusa. La vera arma di Carrie White non è mai stata la telecinesi. È tutto quello che le è stato sottratto prima ancora che imparasse a farne uso.

E se questo non vi ha fatto venire la pelle d'oca, forse è il momento di prendere in mano questo libro.

Laura

'Carrie' di Stephen King: il vero mostro non ha artigli


Stanza 1 ・ Il terrore puro - romanzo numero 1 nella cronologia King ・ 1974

Carrie
Autore Stephen King
Editore Sonzogno
Pagine 224
Uscita 1974
Genere Horror Paranormale
Carrie è un'adolescente prigioniera del delirio fanatico della madre e presa di mira dai compagni, però ha un dono. Può muovere gli oggetti con il potere della mente. Le porte si chiudono. Le candele si spengono. Un potere che è anche una condanna. E quando, inaspettato, arriva un atto di gentilezza da una delle sue compagne di classe, un'occasione di normalità in una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei, Carrie spera finalmente in un cambiamento. Ma ecco che il sogno si trasforma in un incubo, ciò che sembrava un dono diventa un'arma di sangue e distruzione e scatena una serie di eventi che nessuno potrà mai dimenticare.

Vale la pena leggerlo? Sì e non solo se ami King - soprattutto se non lo hai mai letto.
Fa per te se riesci a stare dentro un romanzo che usa l'horror come bisturi della società civile.
Lascialo perdere se cerchi un King maturo e rifinito - questo è il punto zero, acerbo e già potentissimo.

La casa di King - Benvenuti nel ciclo


Articolo 0 ・ Settembre 2026 ・ Inizio del ciclo King


Lo scrittore da autogrill


Negli ultimi due anni sui social è accaduta una cosa strana: Stephen King è diventato, all'improvviso, una rivelazione.

Ventenni che pubblicano foto di Shining, scrivendo "ma perché non lo avevo letto prima?" Booktoker che si avvicinano a It come se il libro fosse appena arrivato in libreria, gente che dice "non immaginavo che King scrivesse in questo modo" con una meraviglia così genuina da fare tenerezza - e, ogni tanto, questa cosa fa anche un po' ridere!

Perché per decenni Stephen King è stato etichettato come lo scrittore da autogrill. Roba da ombrellone, letteratura di serie B, niente di serio. Noi kinghiani storici lo sapevamo già. Continuavamo a comprare i suoi romanzi, a leggerli in treno, a passarceli di mano come si fa con un segreto condiviso. Eravamo lettori di seconda fascia e, francamente, non ci pesava per niente.

Ora il mondo ha capito quello che noi sapevamo da sempre. Benissimo così.

Benvenuti, vi stavamo aspettando!

La libreria di Carmelo


Sono diventata kinghiana verso i tredici anni, nella stanza di un ragazzo che non era quasi mai in casa.

Carmelo era il fratello della mia migliore amica, Mimì. Studiava in un'altra città e tornava a casa solo per le feste. In quella stanza, però, aveva lasciato una libreria che sembrava progettata proprio per me: decine di romanzi di Stephen King, allineati per data di uscita, come una truppa in formazione. A casa di Mimì ci passavo moltissimo tempo - quasi ci abitavo - e di notte dormivo proprio in quella stanza.

Il resto lo sapete. O meglio: lo saprete. Una storia che comincia con Carrie, una me tredicenne e una libreria non mia. Una storia che non ha ancora raggiunto la sua fine.

Ma di questa storia vi parlerò nella recensione di lunedì prossimo. Qui mi interessa altro: quell'ordine. I romanzi uno dietro l'altro per data di pubblicazione, come se Carmelo avesse costruito - senza saperlo - una cronologia perfetta. Ho letto King così allora e così lo sto rileggendo ora: dall'inizio, in sequenza, senza saltare nulla. 

Con King il disordine è solo una scusa. L'ordine cronologico non è un dettaglio: è tutto. Almeno finché il mio animo da Gemelli incallita non deciderà di sconvolgere l'ordine prestabilito!

La casa


King non è uno scrittore nel senso canonico del termine. King è un mago che fabbrica mondi. E come ogni mondo degno di questo nome, anche il suo ha una geografia precisa, una mappa, dei confini che si impara a riconoscere.

Ho sempre pensato al suo catalogo come a una casa. Non una casa qualsiasi: quella casa, la villa vittoriana di Bangor, Maine, con i cancelli in ferro battuto pieni di ragni e pipistrelli. Per noi kinghiani è un posto quasi sacro. E per la Laura tredicenne che si addentrava nei suoi libri dalla camera di Carmelo, ogni stanza di quella casa conteneva un gruppo di romanzi tenuti insieme da un filo tematico sottile ma resistente.

Ho disegnato la mappa. Otto stanze al piano principale, ciascuna con la propria luce, la propria aria, i propri romanzi.

Il terrore puro - quello che ti sveglia alle tre di notte con il cuore in gola.
Il male quotidiano - quello che non ha bisogno di mostri perché l'essere umano basta e avanza.
La fine del mondo - le apocalissi, i crolli, i conti che prima o poi arrivano.
Il passato che non muore - la memoria come condanna, il tempo come trappola.
Il soprannaturale gentile - il lato luminoso del suo fantastico, quello che commuove più che spaventare.
L'infanzia perduta - i bambini al centro, l'innocenza che si incrina. 
Il crimine e la colpa - il detective come figura morale, la giustizia come ossessione.
E infine, Bachman - lo specchio oscuro, l'alter ego nichilista, il King che non voleva essere riconosciuto.

Al piano superiore, inaccessibile, c'è La Torre Nera: la colonna vertebrale dell'intero universo, la saga che raccoglie ogni filo, ogni personaggio, ogni piano parallelo che King abbia mai inventato. In cantina, d ove quasi non arriva luce, stanno i romanzi inclassificabili - quelli che non si fanno mettere in fila da nessuna parte.

Il ciclo


Da questo mese ripercorro tutto dall'inizio. Ogni romanzo avrà la sua recensione, ogni stanza avrà il suo articolo tematico ogni qualvolta avrò terminato tutti i libri che la abitano.

E poi c'è la casa vera, quella che potete visitare qui nel blog: una pianta interattiva, stanza per stanza. Ci passeggiate col mouse, cliccate, vedete cosa manca ancora. I titoli si accendono man mano che li recensisco, diventano link diretti alla recensione. È il modo più onesto che ho trovato per farvi vedere a che punto sono e a che punto siete voi, se deciderete di seguire questo percorso.

Non ho fretta: King non si divora, si abita.
Si comincia dall'inizio. Si ricomincia da Carrie.

Laura

'Soltanto il giorno' di Santina Cosetta: la Sicilia che non ti lascia andare

Soltanto il giorno
Autore Santina Cosetta
Editore Giunti
Pagine 485
Uscita 2026
Genere Narrativa su famiglia e relazioni
L’amore non è una questione di sangue. È una scelta.
Ispirandosi alla vera storia della sua bisnonna, Santina Cosetta firma un romanzo bruciante: una donna nata dal niente che impara a salvarsi salvando gli altri, un amore per la vita che travolge a ogni pagina.
Avola, 1885. Marianna viene al mondo senza che nessuno l'abbia cercata né voluta. Tutti la chiamano Cosuzza, “il nome delle donne che restano sole e tirano avanti lo stesso”, e viene affidata a Lisetta, la stria del paese, che le insegna i segreti delle erbe, della cucina, della cura. Insieme alla verità più preziosa: il cibo non serve solo a nutrire.
L'infanzia dura un istante. Quando Lisetta parte per l'America, Marianna viene mandata a servizio all'Irminio, una grande masseria nelle campagne ragusane. Dietro quella porta si apre un mondo duro, governato da gerarchie antiche e regole che non si discutono, ma nell'enorme cucina rumorosa smette per la prima volta di sentirsi sola. All'arrivo dei villeggianti, i ricchi nipoti della baronessa, tutto cambia di nuovo: un'amicizia profonda come una radice, la scoperta di un corpo che vuole e che può, un amore capace di rompere ogni confine. E, mentre il destino prende pieghe sempre più imprevedibili, Marianna impara la cosa più difficile, volere qualcosa per sé. Anche quando farlo costa tutto.
«C’erano madri che non sapevano amare. E figlie che imparavano a non chiedere nulla.»

Vale la pena leggerlo? Sì, senza esitazione.
Fa per te se ami i romanzi di formazione al femminile con radici storiche solide e una prosa che sa essere poetica senza essere stucchevole.
Lascialo perdere se cerchi trame ad alto ritmo o personaggi per cui fare il tifo nel senso stretto del termine.

La Libridinosa manda a quel paese i post virali "Cose che non sopporto del Bookstagram"


Agosto.
Il mese in cui il caldo scioglie i freni inibitori e la gente pubblica quello che pensa davvero.
E quello che la gente pensa davvero, nel Bookstagram, è che il Bookstagram sia insopportabile.

Lo so perché lo dicono i post virali di queste ultime settimane: i post intitolati Cose che non sopporto del bookstagram. Quelli con la lista puntata, che raccolgono tremila like in dodici ore, scritti da account con oltre diecimila follower, pubblicati dove? Nel Bookstagram... per dire al Bookstagram quanto il Bookstagram sia insopportabile.

Ho una domanda. Una sola.
MA VI SENTITE?

Il genere letterario che non sapevate di aver inventato


Perché voglio che ci fermiamo un momento a considerare quello che è successo.
A un certo punto - non so esattamente quando, ma sicuramente post 2020 - è nato un  nuovo genere di contenuto nel Bookstagram; un genere preciso, riconoscibile, con le sue convenzioni e le sue formule narrative: il post di critica al Bookstagram.

Ha una struttura fissa: inizia con una premessa di legittimazione - "non voglio fare polemica" oppure "dico la mia liberamente" o ancora la versione più sofisticata "so che questo farà discutere, maaaa..." - che è esattamente il modo in cui si apre qualsiasi post nasca per fare polemica, che non vuole dirlo liberamente, ma si sa benissimo che farà discutere.

Poi viene la lista: le lamentele sulla morte delle recensioni, le reading challenge, l'hype sugli stessi libri, i reel in cui non si mostrano le copertine, le recensioni tutte a 5 stelle e via dicendo.
E infine la chiusura morale - "noi lettori veri dovremmo fare di meglio" - che posiziona chi scrive al di sopra di tutto quello che ha appena criticato.

E poi arrivano i like. A fiumi. Perché il post di critica al Bookstagram performa benissimo nel Bookstagram.
Questo non lo dico io, lo dicono i numeri.

Il paradosso, spiegato lentamente per chi è ancora in vacanza


Voglio essere molto precisa su questo punto, perché è il cuore di tutto e non voglio che venga perso nella velocità dello scroll: chi pubblica "non sopporto i book haul infiniti" nel Bookstagram sta facendo esattamente quello che accusa i book haul di fare.

Sta creando un contenuto per ottenere engagement. Sta usando una formula che sa per certo che funzionerà.
Sta posizionando il proprio account come alternativo, autentico, superiore - esattamente come chi usa il book haul si posiziona come lettore aspirazionale.

Il mezzo è lo stesso, la piattaforma è la stessa, la logica è la stessa.

L'unica differenza è il contenuto. E anche lì, onestamente, la distanza è meno ampia di quanto sembri: il book haul vende una promessa, il post di critica vende un'identità. Entrambi vogliono che tu li segua, entrambi stanno ottimizzando per l'algoritmo - uno con la pila di libri, l'altro con indignazione virtuosa.

La pila di libri, almeno, non si spaccia per novità culturale.

Le cose che non sopportano, analizzate una per una


Visto che il formato lo conosco bene - l'ho letto abbastanza volte da saperlo a memoria - facciamo una cosa: prendiamo le critiche più ricorrenti e vediamole da vicino.

"Le recensioni sono morte"


Vero. Ok, ne prendiamo atto. Lo abbiamo già stabilito il mese scorso e quello prima e quello prima ancora. Saranno almeno quattro anni che leggo questa lamentela. 
Chi si lamenta delle recensioni passate a miglior vita si divide in due categorie: chi si è stufato di scriverle - spoiler: non siete obbligati, smettete di farlo e basta; e chi, invece, scrolla Instagram, vede i post delle recensioni altrui e passa oltre o, peggio ancora, si ferma, mette like e lascia un commento del tipo: "Com'è questo libro? Bello?" o "A me è piaciuto tantissimo" davanti a una recensione da una stella.
Risposta del creator: e sticazzi (cit. Rocco Schiavone).

"Le reading challenge mi danno ansia"


Ok, parliamone! Qualcuno ti costringe a farle? No. Qualcuno ti obbliga a impostare un numero di libri che vuoi leggere nell'anno e se non lo rispetti ti costringo a partecipare a La lunga marcia? Nemmeno. Cosa cambia nella tua vita se qualcuno decide di fare queste cose? Niente, te lo dice zia Libbri!
Se sei una persona che patisce l'ansia da prestazione, vivi serena e non fare reading challenge; se, viceversa, ti piace sfidare te stessa, falle!

"Si vedono sempre gli stessi libri"

Vero. Verissimo. Stra-vero, vostro onore! L'editoria funziona così: si lancia un libro, si fa una campagna promozionale che costa un rene - tanto poi si alza il prezzo di copertina e i lettori sborsano - e si fa in modo che quel libro venga visto il più possibile.
Ed ecco che otteniamo un doppio effetto: chi è facile preda del marketing e cede - spesso pentendosene - e chi, tipo me, quando un libro è troppo in hype lo ignora.
Visto? Anche qui soluzione facile facile: compra o ignora. Non serve fare un post in cui lamentarsi di questa cosa.

"Fammi vedere la copertina, cazzo!"


Spiegazione del SMM: non far vedere subito il libro di cui si sta parlando, tiene l'utente incollato allo schermo e allunga il tempo di visualizzazione del reel.
Risposta della blogger (cioè, io): "Uso il x2 o, meglio ancora, scorro il video sino alla fine per capire di che libro stiano parlando."
Devo insegnarvi proprio tutto, gente!

"Non si trovano più recensioni negative"


Buongiornissimo, caffè! Questa è una piaga che ci affligge già dai tempi in cui esistevano solo i blog, poi si è propagata nel Bookstagram e adesso spopola anche su TikTok. 
Il perché accada è ormai noto persino ai grilli che cantano in queste ultime sere estive: paura della reazione degli scrittori, paura di perdere la collaborazione con l'editore... Ma avete mai pensato a quante di noi siano state vittime di shitstorm lanciate da certe autrici che hanno mandato allo sbaraglio la loro fanbase?
Perché sì, accade anche questo. 
E allora che si fa? Si scrivono le recensioni negative. E se voi che vi lamentate vi incaponite a seguire profili che non dicono mezza parola storta su un libro neanche quando sono sotto effetto di alcool, allora vi meritate di beccare solo recensioni a 5 stelle!

Avete notato che i trend vanno a periodi? Ne salta fuori uno - e questo è proprio il momento del "Cose che non sopporto del Bookstagram". Inizia una persona, poi due, poi cinque dieci venti cento mille e noi - poveri utenti disgraziati - scrolliamo un feed assolutamente identico.
E ci chiediamo: "Ma ci sarà mica un bug?" "Ma mi sarò rincoglionita io?"

No, niente bug né rincoglionimenti di sorta - almeno non stavolta.

Semplicemente, il trend è trend, signori miei. E il trend va ripetuto e divulgato - come la parola di Dio Stephen King.
Se c'è un trend è obbligo del buon creator replicarlo finché non arriverà unnuovo trend a farci chiedere - ancora una volta - se ci stiamo rincoglionendo noi o Instagram.

Quello che non viene detto


Quello che nessun post di critica a Bookstagram dice mai - e questa è la cosa che mi lascia ogni volta con il sopracciglio alzato e una domanda senza risposta - è la cosa più ovvia.

Se Bookstagram ti è insopportabile, puoi smettere di usarlo.

Puoi smettere di seguire gli account che non ti piacciono, puoi scegliere cosa vedere e cosa no. Puoi, nell'ipotesi più radicale ed estrema, aprire un blog - strumento antico e nobile, lo dico senza ironia - e scrivere quello che vuoi, nel formato che vuoi, senza algoritmo, senza like, senza il bisogno che il tuo contenuto piaccia a tremila persone in dodici ore.

Questa opzione esiste, ma non viene quasi mai presa in considerazione.

Perché il Bookstagram, con tutti i suoi flat lay, le recensioni sempre uguali, i reel nei quali non si vede mai il libro, dà qualcosa che il blog non dà: visibilità immediata, feedback immediato e la sensazione di far parte di una comunità.

E quella sensazione vale molto: è il motivo per cui ci stiamo tutti, nel bene e nel male.
Il punto non è che il Bookstagram sia perfetto. Non lo è affatto. Ha i suoi problemi, le sue derive, le sue zone di omologazione che a volte fanno girare la testa.

Il punto è che criticare il Bookstagram su Bookstagram per ottenere like su Bookstagram non è una soluzione, è solo un altro tipo di contenuto.

Conclusione, con affetto per tutti


Quindi no. Non sono qui a difendere le recensioni tutte a 5 stelle o le reading challenge né a dire che il Bookstagram sia uno spazio perfetto che non merita nessuna critica.

Sono qui a dire che il post virale "cose che non sopporto nel bookstagram" è Bookstagram! È nato lì, vive lì, si nutre delle stesse dinamiche che dice di voler combattere e produce esattamente il tipo di engagement che dice di disprezzare.

Il sistema si morde la coda, si è sempre morso la coda e continuerà a farlo perché la coda è lì e l'algoritmo premia chi la morde.

In questo blog scrivo di libri da tredici anni. Con recensioni negative e senza post virali su quanto sia insopportabile chi non le fa.
Che, in fondo, è quello di cui dovremmo parlare tutti.

Laura

'Villette' di Charlotte Brontë: il romanzo che ha scelto di non volerci bene

Villette
Autore Charlotte Brontë
Editore Fazi
Pagine 634
Uscita 1853
Genere Classico
Quando Lucy Snowe ottiene il posto di istitutrice in un collegio femminile in Belgio, per la prima volta la fortuna sembra sorriderle. Orfana e indigente, timida e sgraziata, per la ragazza quel trasferimento oltremanica è l'occasione per lasciarsi i grigi sobborghi inglesi alle spalle e ricominciare da zero. Ma iniziare una nuova vita non è un'impresa da poco: arrivata a Villette - città immaginaria plasmata da Charlotte Brontë sul modello di Bruxelles -, in un ambiente che le è estraneo, senza parenti né amici, Lucy ci mette del tempo a superare l'iniziale spaesamento e a prendere in mano le redini della propria esistenza. Grazie alla propria forza di carattere, la giovane riesce a guadagnarsi la stima dell'autoritaria direttrice del collegio, Madame Beck, e a entrare in confidenza con suo cugino, il professor Paul Emanuel, un uomo gentile e brillante ma poco portato per la vita mondana a causa del suo temperamento focoso. E proprio nel momento in cui tra i due sembra essere scoccala la scintilla di un'intensa e tormentata storia d'amore, irrompe; sulla scena John Bretton, affascinante amico d'infanzia di Lucy, che costringerà la ragazza a fare i conti con i dubbi e le scelte che s'impongono a ciascuno di noi quando cerca il proprio posto nel mondo.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma non aspettarti che ti venga incontro; sei tu che devi andare da lui.
Fa per te se riesci ad apprezzare un romanzo che si prende tutto il tempo del mondo e non si scusa di niente.
Lascialo perdere se stai cercando Jane Eyre. Non la troverai qui e Charlotte lo sapeva benissimo.

Le recensioni negative fanno paura. Ma la colpa non è dei libri


Sull'ennesima polemica Instagram che divide i booklovers e sul perché la vera fedeltà è verso chi legge e non verso chi pubblica


C'è una cosa che ho imparato in tredici anni di blog: quando scrivi qualcosa che non piace a qualcuno, quella persona non te lo dice in privato. No no! Viene a dirtelo in pubblico, sotto al post, con la stessa energia di chi ha aspettato l'autobus per quaranta minuti sotto al sole cocente di agosto e finalmente si siede accanto a qualcuno con cui sfogarsi.

È successo qualche giorno fa. Ho pubblicato la mia recensione de La portinaia del 17, un libro che non mi è piaciuto. Non tiepidamente, non con riserva. Proprio non mi è piaciuto. L'ho scritto, come faccio sempre, senza finzioni e senza il cuscinetto di eufemismi che ormai è diventato il vocabolario ufficiale del bookstagram italiano.

E qualcuno, puntuale come un Apple Watch con il vizio della lite, è venuto a commentare per dirmi che pubblico solo recensioni negative, che stronco tutto, che sono negativa io stessa. Che forse dovrei scegliere libri migliori, addirittura mi ha chiesto perché io continui a leggere dato che non mi piace nulla. La cosa straordinaria è che non stava parlando con me: stava recitando, per un pubblico immaginario che avrebbe dovuto darle ragione. Per fortuna, quel pubblico ha risposto nel modo sbagliato... ma sbagliato per lei! Molte lettrici hanno detto la cosa ovvia: le recensioni negative vanno pubblicate. I lettori hanno diritto di sapere.

Ma questa storia non è nuova. È l'ennesima puntata di una serie che va avanti da anni e forse vale la pena parlarne (ancora) con calma - o con l'ironia che merita, che poi è la stessa cosa.

Il problema non è chi scrive recensioni negative. È chi non le scrive.


Proviamo a fare un giro su Instagram in una qualsiasi mattina: libri meravigliosi, imperdibili, che hanno cambiato la vita di chi li ha letti, commosso, emozionato, illuminato più di questo sole di agosto che ci sta bruciando tutti! Scrittori strabilianti, penne straordinarie, storie che restano nel cuore, "ommioddio ommioddio ho trovato il libro della vita" ripetuto ogni cinque libri. Ogni libro è un capolavoro. Ogni lettura è un'esperienza straordinaria.

Ora: siete sicuri che tutti i libri pubblicati in Italia ogni anno siano davvero capolavori? Perché io qualche dubbio lo ho!

Il mercato editoriale italiano sforna titoli a un ritmo che neanche io con le pizze in pieno lockdown. In questo contesto, noi bookqualcosa dovremmo fare una cosa precisa: aiutare i lettori a orientarsi. Invece, spesso, funzioniamo come una vetrina dove tutti i manichini sembrano bellissimi e si esce dal negozio con tre borse e zero pentimenti. Fino a quando si arriva a casa e ci si rende conto che non ci sta bene niente.

La recensione negativa non è un atto di cattiveria, ma di rispetto verso chi sta per spendere venti e più euro e alcune ore della propria vita. Verso chi si fida di noi perché ogni tanto diciamo anche che qualcosa non ha funzionato.

L'amico che dice sempre sì non è un amico


C'è un tipo di persona che tutti conosciamo: quella che non ti dice mai una cosa scomoda, che trova sempre il lato positivo. Che quando le mostri un nuovo taglio di capelli discutibile, risponde "stai benissimo" con la stessa convinzione con cui direbbe "certo che stai bene" se le mostrassi un referto medico allarmante.

All'inizio sembra una persona meravigliosa. Poi capisci che in realtà non ti sta parlando, sta solo riflettendo le tue insicurezze su uno schermo compiacente.

Il bookqualcosa che dice sempre sì funziona esattamente così. È rassicurante, carino, fa sentire tutti al sicuro, ma non ti è utile. Non ti dice quando un libro ha un secondo atto che crolla o quando i personaggi sono piatti come tovaglioli di carta, quando la prosa è così gonfia da rallentare qualsiasi ritmo narrativo. Non ti dice niente di tutto questo perché ha paura. O peggio, perché ha qualcosa da perdere.

E qui arriviamo al punto vero.

Le case editrici, le collaborazioni e l'elefante nella stanza


Diciamolo chiaramente e senza giri di parole: una parte consistente del silenzio sulle recensioni negative dipende dalle collaborazioni con le case editrici. Non è un segreto, non è nemmeno una colpa, in astratto - lavorare con i propri canali professionali è legittimo.
Il problema è quando quella collaborazione smette di essere un accordo professionale e diventa un vincolo invisibile che cambia quello che scrivi o, meglio, quello che non scrivi più.

Io non collaboro più da tempo - salvo casi veramente eccezionali e, spesso, mi interfaccio direttamente con gli autori. Ho ricevuto libri da uffici stampa per anni e ho scritto recensioni negative di libri ricevuti in questo modo, perché la mia fedeltà non è mai stata verso chi mi ha mandato il libro, ma verso chi mi legge. Se questo mi ha fatto perdere qualche rapporto - e sì, me ne ha fatti perdere - pazienza! Ho dormito bene lo stesso, anzi ho dormito anche meglio!

Non sto dicendo che tutti debbano fare come me. Ognuno gestisce il proprio lavoro con i propri criteri, ma esiste una differenza sostanziale tra scegliere di non recensire un libro che non ti è piaciuto - il che è legittimo - e recensirlo fingendo che ti sia piaciuto. La prima è una scelta editoriale, la seconda è una paraculata. E una paraculata rimane una paraculata!

La critica letteraria non è il servizio di pubbliche relazioni dell'editoria


Uno degli argomenti che sento più spesso a difesa del "parliamo solo bene" è che criticare un libro significa criticare il lavoro di persone reali. L'autore, l'editor, il grafico, il team marketing. Persone che ci hanno messo mesi, anni, a volte una vita intera.

È vero. Ed è vero anche che chi scrive merita rispetto, sempre. Una stroncatura che attacca la persona anziché il testo è sbagliata, punto. Ma recensire un libro non significa recensire l'autore come essere umano. Significa mettere in relazione quel testo con il lettore, con onestà.

La critica letteraria esiste da secoli proprio perché qualcuno ha deciso che era necessario dire: questo funziona, questo non funziona ed ecco perché. Sono stati criticati Manzoni, Svevo, Buzzati - scrittori che oggi consideriamo pilastri. Non per questo sono diventati meno bravi, anzi...

Se ogni recensione fosse un abbraccio, la critica letteraria non sarebbe mai esistita. E la letteratura, probabilmente, sarebbe molto più piatta di quello che è.

Cosa vuol dire amare davvero i libri


Quando le persone vengono a dirmi che sono troppo severa o che stronco tutto, mi fermo sempre un attimo a pensare. Non perché mi metta in dubbio - davvero, non potete pensare che io lo faccia - ma perché trovo interessante la premessa implicita: amare i libri significherebbe trovarli tutti belli.

Ma io ho una biblioteca di oltre mille volumi letti. So cosa significa un libro che ti cambia qualcosa dentro, conosco la differenza tra una storia che resta e una che evapora nel giro di una settimana. Ho quella sensazione fisica - sì, fisica - di un romanzo che funziona davvero: qualcosa che si stringe nello stomaco verso pagina trenta e non ti molla più.

Quando un libro non mi dà questo, lo dico. Non perché voglia fare la difficile, ma perché ho rispetto per quella sensazione e non voglio svilirla fingendo che si prova con qualsiasi cosa.

Amare i libri non significa essere indulgente con tutti. Significa sapere cosa vuol dire quando uno è davvero buono e quindi saper riconoscere quando uno non lo è.

Una cosa, alla fine


C'è un'ultima cosa che voglio dire a chi mi ha accusata di pubblicare solo recensioni negative e a chiunque pensi che la generosità consista nel tacere quando qualcosa non funziona.

Pensate all'amico più onesto che avete, quello che vi ha detto una volta una cosa scomoda, che sul momento vi ha fatto male e che poi avete capito avere ragione. Quell'amico vi vuole bene davvero.

Poi pensate a chi vi dice sempre che state benissimo.

Ecco, il libro che merita il vostro tempo non ha bisogno di essere protetto dalla mia recensione. Ha bisogno di trovare chi lo legge davvero. E io, da tredici anni, sto cercando di fare esattamente questo. 

Non recensisco libri, faccio da specchio ai lettori. E gli specchi non mentono - semmai non piacciono.

Laura

'Il calamity club' di Kathryn Stockett: diciassette anni di idee e nessuna scelta

Il calamity club
Autore Kathryn Stockett
Editore Mondadori
Pagine 734
Uscita 2026
Genere Narrativa contemporanea
Oxford, Mississippi, 1933. A soli undici anni, Margot "Meg" Lefleur ha imparato a sue spese che non può fidarsi di nessuno. Dal giorno in cui improvvisamente la sua adorata madre, Charlie, non è tornata a casa, Meg è diventata una delle bambine "non adottabili" dell'orfanotrofio della città, dove lotta ogni giorno per non perdere la speranza e mantenere vivo il suo spirito indomito. "È la speranza una creatura alata" recita una meravigliosa poesia che ha imparato a memoria. E quella poesia le ricorda la sua mamma. Quando incontra Birdie, Meg ha finalmente la sensazione che qualcuno si preoccupi davvero del suo futuro. È stata la disperazione a portare Birdie lì a Oxford: la Grande Depressione stringe la sua morsa e, se non paga le rate arretrate del mutuo, rischia di finire in mezzo alla strada. La giovane intende chiedere un prestito alla sorella, che ha sposato l'erede dei Tartt, una famiglia ricca e ben introdotta nei salotti dell'alta società. Molto presto, però, si rende conto che il loro benessere non è altro che una facciata sostenuta da un'impalcatura di bugie. Ma un giorno il caso conduce Charlie davanti alla porta di Birdie. Vittima di un sistema che l'ha ridotta sul lastrico per poi portarle via la figlia, Charlie non ha più nulla, tranne la sua intraprendenza. E propone a Birdie un piano audace ed estremamente rischioso, che potrebbe però risolvere i problemi di entrambe. È un'alleanza insolita, quella che si crea in casa Tartt, eppure fortissima, come accade tra persone che possono contare solo su ciò che hanno da darsi reciprocamente, sfidando ipocrisie e convenzioni. E, in un momento in cui alle donne viene negato ogni diritto, il loro piccolo atto di ribellione porterà conseguenze che non avrebbero mai immaginato... Arguto, commovente e irresistibilmente ironico, Il Calamity Club è una storia indimenticabile di resilienza e amicizia, un inno alla forza delle donne e alla loro capacità di trasformare persino una calamità in un nuovo inizio.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma preparati a un romanzo che aveva tutto per essere grande e ha scelto di essere troppo.
Fa per te se ami la narrativa americana ambientata negli anni Trenta e riesci a goderti una storia corale anche quando perde il filo.
Lascialo perdere se entri con le aspettative di The help, perché quella scrittrice, qui, si vede solo a tratti.

Perché il romance mi respinge (e perché Il Conte di Montecristo no)


Allora, mettiamoci comode perché devo raccontarvi di quella volta in cui ho chiuso un libro con una violenza che normalmente riservo solo ai vasetti di marmellata che non si aprono.

Stavo leggendo il sesto volume di Bridgerton. Francesca, per chi non mastica la saga come fosse pane quotidiano, è quella timida, quella musicale, quella che sembra la più sensata di tutta la famiglia. E infatti, per cinque libri ho pensato: ecco, finalmente uno di questi otto fratelli mi sorprenderà. Macché! Eccola lì, sul prato di casa della madre, con il marito Michael, in una scena descritta con un dettaglio che definire "minuzioso" è fargli un complimento. E mentre i due si danno parecchio da fare nell'erba inglese del diciannovesimo secolo, capisci, da certi segnali narrativi che non sto qui a spiegarvi perché siamo tutte adulte, che Francesca rimarrà incinta. Lì. Su quel prato. In quel preciso momento.

Ho chiuso il libro con un gesto che definire "poco elegante" è essere clemente con me stessa.

E non perché sia bigotta, sia chiaro: il problema non è il prato né quello che ci succede sopra. Il problema è che lo sapevo già. Lo sapevo da pagina dieci. Lo sapevo, diciamocelo, da quando ho scelto di leggere un romance.

Il patto che non voglio firmare


Io leggo per essere sorpresa. È l'unica clausola del mio contratto con un libro, qualunque sia il genere: thriller, narrativa, romanzo storico, non importa. Voglio che l'autore mi prenda per mano, mi indichi una direzione con sicurezza assoluta e poi, proprio mentre penso di aver capito tutto, mi tiri via il tappeto da sotto i piedi. Voglio arrivare all'ultima pagina essendo una persona diversa da quella che aveva iniziato il libro. Magari arrabbiata. Va benissimo arrabbiata. L'importante è che qualcosa, dentro, si sia mosso.

Il romance, invece, mi propone un patto opposto. Un patto che suona più o meno così: "Cara lettrice, ti garantisco che non succederà nulla che tu non possa prevedere fin dalla copertina." Due protagonisti, generalmente belli come dei e nuotanti nell'oro, che si detestano per trenta pagine con una violenza degna della faida tra Montecchi e Capuleti, salvo poi innamorarsi perdutamente entro il capitolo otto e vivere, manco a dirlo, felici e contenti. Fine. Sipario. Tutti a casa.

E qui qualcuno, giustamente, mi fermerà: e Jane Austen allora? Anche lei scriveva di nemici che si innamoravano, di matrimonio e lieto fine assicurato. Verissimo! Niente uomini palestrati, certo, ma il meccanismo è quello. E qui devo essere onesta, perché odiare per partito preso non fa per me: il problema non è il genere romance in sé, è quando diventa un copione fotocopiato all'infinito, con personaggi creati con lo stampino dei biscotti, dove cambi i nomi, ma la forma resta identica.

Ma io capisco, eh


Lasciatemi essere indulgente per un momento, prima di tornare cattiva: capisco perché si legga romance. Capisco benissimo chi cerca un libro che non faccia paura. Niente sofferenza, niente lutto, niente colpi di scena che ti tengono sveglia la notte a chiederti come vada a finire. Solo la certezza, dalla prima all'ultima pagina, che andrà tutto bene. A volte ne ho bisogno anche io, diciamolo: prendo in mano un Andrea Vitali o una Fannie Flagg quando voglio staccare la spina, quando i pensieri sono troppi e voglio solo leggerezza.

Ma c'è una differenza enorme e qui sta tutto il punto: quella leggerezza mi lascia comunque qualcosa addosso. Un personaggio che mi resta in testa, una frase che mi torna in mente la settimana dopo, un piccolo sussulto che non avevo previsto. Il romance da copia carbone, invece, lo chiudi e non te ne ricordi più e non perché sia leggero, ma perché è vuoto, identico a mille altri che hai letto prima di quello.

Quindi, cosa porta a casa una lettrice seriale di romance? Cosa cresce in lei, cosa cambia, cosa resta? Io una risposta non ce l'ho e non perché non voglia trovarla: è che, semplicemente, non c'è.

Il verdetto


Quindi io vi dico la mia e poi sipario per davvero: nessun romance varcherà mai più la soglia di casa nostra. Non verrà sfiorato dalle nostre mani, non sarà guardato dai nostri occhi, non avrà accesso alla nostra libreria, che è un luogo sacro riservato a chi ha il coraggio di sorprendermi.

Volete il romanzo che fa esattamente quello che chiedo a un libro? Prendete Il Conte di Montecristo. Lì sì che l'autore ti cambia le carte in tavola ogni cinquanta pagine, lì sì che non sai mai cosa ti aspetta dietro l'angolo, lì sì che chiudi il libro diversa da come l'hai aperto. Altro che prati inglesi e gravidanze telefonate!

Io la sorpresa la voglio sempre. Anche a costo di chiudere un libro con un tonfo poco elegante. Anzi, soprattutto per quello.

Laura

'Uomini e topi' di John Steinbeck: quando prendersi cura di qualcuno è l'unica forma di potere che hai

Uomini e topi
Autore John Steinbeck
Editore Bompiani
Pagine 137
Uscita 1937
Genere Classico contemporaneo
La storia di un'amicizia profonda tra due uomini, due braccianti stagionali in California che condividono un sogno. George Milton si occupa da sempre con ferma dolcezza di Lennie Small, un gigante con il cuore e la mente di un bambino. Il loro progetto, mentre vagano di ranch in ranch, è trovare un posto tutto per loro a Hill Country, dove la terra costa poco: un posto piccolo, giusto qualche acro da coltivare, e poi qualche pollo, maiali, conigli. Ma le loro speranze, come “i migliori progetti predisposti da uomini e topi” (è un verso di Robert Burns), sono destinate a sbriciolarsi. Il ritratto di un'America soffocata dalla crisi e di un'umanità gretta e gelosa nella drammatica rappresentazione di un maestro della letteratura. Scritto nel 1937 e destinato a un pubblico di uomini semplici come George e Lennie, Uomini e topi è una breve storia ricca di dialoghi, un piccolo gioiello di scrittura, pensato da Steinbeck per essere messo in scena in teatro e al cinema: e così è successo, sul grande schermo e a Broadway. Ma Uomini e topi resta prima di tutto un romanzo indimenticabile.  

Vale la pena leggerlo? Sì e probabilmente ti spezzerà qualcosa dentro.
Fa per te se riesci a stare dentro una storia che non ti offre alcuna via d'uscita e non te ne vuole offrire.
Lascialo perdere se hai bisogno che la letteratura ti lasci almeno una porta aperta.

Separare l'autore dall'opera: è giusto leggere libri di scrittori controversi?

Separare l'opera dall'autore: è possibile?


C'è una domanda che negli ultimi tempi torna puntuale ogni volta che uno scrittore finisce al centro di una polemica: si può separare l'opera dall'autore?

Erri De Luca divide per le sue prese di posizione sul Medio Oriente, Michele Mari è finito nella bufera per alcune parole su Michela Murgia, J. K. Rowling è ormai il simbolo mondiale di questo dibattito.

Ogni volta la domanda è la stessa: continuiamo a leggere i loro libri o no?
La mia risposta è semplice: dipende. E, soprattutto, dipende da noi. Io, per esempio, non riesco quasi mai a separare l'opera dall'autore. Non è una scelta razionale, è il modo in cui vivo la lettura.

Quando leggo un romanzo, entro nella testa di qualcuno per giorni, mi affido alla sua voce. E se quella stessa persona, fuori dal libro, esprime idee che sento profondamente lontane dalle mie, quel rapporto di fiducia si incrina.
Per questo, a volte, scelgo di non comprare un libro. No, non è censura. È semplicemente decidere come spendere i propri soldi.

Quando conoscere uno scrittore cambia il nostro modo di leggere


Ogni libro acquistato è anche un sostegno economico a chi lo ha scritto. Sapere a chi va quel sostegno è un diritto del lettore, non un dovere morale. Naturalmente esistono casi più complicati.

Ogni volta che si affronta questo tema, saltano fuori gli stessi nomi: Céline, Pound, Heidegger. Autori enormi, che hanno lasciato opere fondamentali nonostante idee politiche o morali difficili, quando non apertamente ripugnanti.
Che facciamo? Li cancelliamo? Io no.
La storia della letteratura non si riscrive. Quelle opere esistono, hanno avuto un peso enorme e sarebbe intellettualmente disonesto fingere il contrario. Ma questo non significa che io debba comprarle oggi con entusiasmo o consigliarle senza raccontare anche chi fossero i loro autori.

La differenza rispetto al passato è enorme. Oggi sappiamo tutto e lo sappiamo in tempo reale. Gli scrittori non parlano solo attraverso i romanzi: parlano sui social, nelle interviste, nei festival, nei podcast.
Ed è inevitabile che tutto questo influenzi anche il modo in cui li leggiamo.

Erri De Luca e la coerenza tra autore e persona

Prendiamo Erri De Luca.
Ha costruito la propria immagine pubblica sull'idea di una perfetta coerenza tra parola e azione. Le sue opinioni, quindi, non sono un dettaglio: fanno parte del personaggio pubblico che lui stesso ha costruito.

J. K. Rowling e il peso della nostalgia

J. K. Rowling è un caso diverso.
Per molti Harry Potter non è soltanto una saga: è un pezzo di vita. Separare quei libri dalla loro autrice significa mettere in discussione anche ricordi, affetti e nostalgia. 
Lo capisco perfettamente.
Io, però, non ho mai avuto quel legame emotivo e probabilmente questo rende la mia scelta più semplice.

Michele Mari e il confine tra pubblico e privato

Il caso di Michele Mari è ancora diverso.
Qui si intrecciano almeno due questioni: ciò che è stato detto e il fatto che quelle parole provenissero da una conversazione privata poi resa pubblica.
Sono piani diversi e spesso vengono confusi. 

Gli scrittori devono essere anche un esempio morale?


Ma, alla fine, il punto per me non cambia. Non mi interessa distribuire patenti morali agli scrittori, non pretendo che siano santi, pretendo soltanto di poter scegliere. 

C'è però un aspetto che trovo curioso: agli scrittori chiediamo sempre qualcosa in più rispetto ad altri artisti. Forse perché leggere è un'esperienza profondamente intima. Per ore viviamo dentro la voce di una persona e quella voce, inevitabilmente, finisce per sembrarci familiare.
Ed è proprio per questo che, quando scopriamo idee che ci respingono, la delusione è diversa. Più personale, più difficile da ignorare.
Non perché gli autori non debbano avere opinioni, ma perché avere un'opinione non significa necessariamente doverla condividere con il mondo intero.

Il diritto di scegliere cosa leggere


Alla fine, però, non credo esista una risposta giusta: c'è chi riesce davvero a separare autore e opera e chi preferisce non sapere nulla della vita degli scrittori.

E poi ci sono io. Io voglio sapere. E, sapendo, qualche volta decido di passare oltre.
Senza boicottaggi, senza campagne social, senza indignazione da esibire. Semplicemente scegliendo un altro libro.
Perché, in fondo, la libertà più grande che abbiamo come lettori è proprio questa: decidere chi far entrare nella nostra libreria.

Laura

'Tutte le mattine di Sybil' di Virginia Evans: un romanzo che si perde nelle sue stesse lettere

Tutte le mattine di Sybil
Autore Virginia Evans
Editore Rizzoli
Pagine 368
Uscita 23 giugno 2026
Genere Narrativa
Sybil Van Antwerp ha settantatré anni, cura il giardino della sua bella casa che le regala splendide fioriture primaverili e non ama vivere fuori, nel mondo. Nella vita di prima è stata un'avvocatessa stimata, una moglie e una madre, ma ora predilige un'attività su tutte: scrivere lettere. Ha iniziato all'età di nove anni e non ha mai smesso, nemmeno nell'era digitale, nemmeno ora che la vista vacilla. Scrivere missive è una meravigliosa attività umana, su questo non ha dubbi. I suoi destinatari sono molteplici, dalle amiche al vicino signor Lübeck, al gentile assistente di un'agenzia che si occupa di test del dna. E poi tiene la corrispondenza con scrittrici e scrittori, con cui condivide il proprio giudizio sui loro romanzi e certe visioni della vita. E con Harry, un giovane con difficoltà a integrarsi. Quando si scrive, sostiene, bisogna andare piano; perché "la fretta può farci mettere su carta cose che non intendevamo e ci si svuota". Tra i chiaroscuri della vita di una donna che si avvicina alla vecchiaia, c'è anche un destinatario non identificabile a cui Sybil confessa il suo dolore più grande, senza però inviare alcuna lettera. E solo quando questa sofferenza implacabile, un mistero che sembra inafferrabile, troverà la sua piena voce sul foglio, Sybil potrà finalmente cercare, di nuovo, il suo posto nel mondo.


Tutte le mattine di Sybil di Virginia Evans è un romanzo con un cuore narrativo vero - una donna, un figlio perso, un dolore mai detto al marito - intrappolato dentro una struttura epistolare che lo disperde invece di custodirlo. Evans sa scrivere, questo è innegabile. Il problema è che le lettere, troppe e spesso inutili ai fini della storia, finiscono per diventare una forma di elusione: dell'emozione, della profondità, della vera narrazione.

Libri per l'ora peggiore di agosto: quel pomeriggio in cui non si può fare niente



Per quei pomeriggi in cui persino respirare costa fatica. Nove libri, tre strategie di sopravvivenza, un climatizzatore.

Esiste un momento preciso di agosto che chi l'ha vissuto riconosce all'istante. Non è la mattina, che ha ancora una sua grazia fresca, non è la sera, che porta almeno la promessa di un po' d'aria. È il pomeriggio. Quel pomeriggio lì - le tre, le quattro, quando il sole picchia verticale e il mondo intero sembra essersi fermato.

Quei pomeriggi in cui persino respirare costa fatica. Quelli in cui l'unica cosa che puoi fare è stenderti sul divano, accendere il climatizzatore e pregare gli dei che l'estate finisca quanto prima.

Ecco. Questa guida è per quel momento.

Perché questa guida esiste


Perché in quel pomeriggio lì non funziona niente.

Non funziona il telefono: scorrere Instagram con 38 gradi addosso è una forma di autopunizione. Non funziona la serie tv: il cervello è troppo molle per seguire una trama. Non funziona nemmeno dormire, perché il caldo ti sveglia ogni venti minuti con la sensazione precisa di essere una focaccia appena uscita dal forno.

Quello che funziona - l'unica cosa che funziona davvero - è un libro giusto. Non qualsiasi libro. Il libro giusto per quel momento preciso. E adesso ti dico come riconoscerlo.

Come scegliere il libro per il pomeriggio di agosto: le tre categorie


Il libro giusto per quel pomeriggio lì può fare tre cose molto diverse. Tutte e tre funzionano. Dipende da te, da come stai, da quanto è caldo.

☀️ Quelli che finisci prima che il climatizzatore rinfreschi la stanza


Questi sono libri corti, ma corti nel senso giusto: non facili, non banali. Corti perché ogni pagina è densa, ogni parola è quella giusta e non ne servono di più.

Li apri alle tre e alle sei hai finito. E nel mezzo il pomeriggio è sparito senza che tu te ne sia accorta.

Io e te - Niccolò Ammaniti
Per sentire il fresco di una cantina. Due fratellastri, uno scantinato, una settimana. Fuori il mondo va avanti; dentro il tempo si ferma - e fa fresco, finalmente. Brevissimo, claustrofobico nel senso migliore, si divora in un pomeriggio solo.

Baumgartner - Paul Auster
Perché la nostalgia può far dimenticare il caldo. L'ultimo Auster - asciutto, malinconico, preciso - racconta un uomo che fa i conti con l'assenza di chi ha amato. Una lettura che si finisce in una sessione, ma che resta addosso molto più a lungo.

Mio fratello rincorre i dinosauri - Giacomo Mazzariol
Per ricordarci che la normalità è un concetto astratto. Una storia vera, brevissima, emotivamente potentissima. Il tipo di libro che finisci con gli occhi rossi e il cuore stranamente più leggero - che poi è esattamente quello di cui hai bisogno alle quattro di un pomeriggio di agosto.

🌀 Quelli che ti fanno dimenticare il caldo


Questi non sono libri corti, sono libri totali.
Libri in cui entri e il pomeriggio di agosto semplicemente non esiste più. Esiste solo la storia, esiste solo la prossima pagina e quella dopo e quella dopo ancora. Quando rialzi la testa sono le sei di sera, il sole si è spostato e tu non sai bene come ci sei arrivata.

→ La saga di Blackwater - Michael McDowell
Per ricordarci che la pioggia esiste. Sei volumi, una famiglia, una palude del Mississippi - e una creatura che non ti aspetti. McDowell costruisce un mondo così reale, così umido, così denso, che il caldo secco di agosto diventa un ricordo lontano. Il risucchio è garantito fin dalla prima pagina.

La tredicesima storia - Diane Setterfield
Perché una casa buia e fresca dona sollievo. E la casa di questo romanzo - gotica, inglese, piena di segreti e di stanze chiuse - è esattamente questo: buia, fresca e impossibile da lasciare. Una narratrice inaffidabile, una storia dentro la storia, un finale che non si vede arrivare.

Il conte di Montecristo - Alexandre Dumas
Perché sì, perché lui vale sempre. Perché Edmond Dantès non invecchia, non stanca, non delude. Perché leggere il Conte nei pomeriggi di agosto - con il climatizzatore, il divano e niente da fare - è una delle esperienze di lettura più complete che esistano. Nessuna scusa è valida se non l'hai ancora letto.

🧊 Quelli che fanno fresco


Questi sono i libri-rimedio.
Non ti distraggono dal caldo: te lo tolgono fisicamente. Ambientazioni gelide, case buie, neve, brughiere, inverni inglesi. Mentre leggi senti - davvero, non è una metafora - abbassarsi la temperatura. Un grado, forse due. Forse è suggestione. Forse non importa.

Shining - Stephen King
La neve dell'Overlook Hotel è il motivo migliore. L'Overlook in mezzo alle montagne del Colorado, in pieno inverno, tagliato fuori dal mondo. Fuori la neve, dentro qualcosa di molto peggio. Freddo letterario assoluto - e il re del brivido nel pieno della sua forma.

Mrs England - Stacy Halls
Per ricordarci che adesso anche gli inglesi patiscono il caldo - ma non nei loro romanzi. Yorkshire edwardiano, nebbia, case di campagna, segreti di famiglia. Temperatura percepita: dodici gradi. Esattamente quello che serve.

Il filo avvelenato - Laura Purcell
Perché regala brividi e in questo periodo servono. Gotico vittoriano, inverni inglesi, un'atmosfera che pesa nel senso migliore - quella sensazione precisa di essere in una casa buia mentre fuori tira vento. Aprite il libro. Chiudete gli occhi un secondo. Sentite? Il fresco!

La verità finale (e il permesso che ti stavi dando)


Il pomeriggio di agosto in cui non si può fare niente non è tempo sprecato.
È il momento in cui finalmente hai una scusa perfetta, inattaccabile, meteorologicamente certificata per non fare niente di utile e leggere. Nessuno ti può dire niente: fuori ci sono più di 40°, il mondo si è fermato e tu stai leggendo.

Questo è il momento, questi sono i libri.
Scegli quello che ti chiama di più, stenditi e lascia che agosto diventi sopportabile.

Invito alla lettura


Non c'è un ordine giusto. C'è solo il tuo divano, il tuo climatizzatore e la domanda che ti fai ogni giorno a quest'ora: ma quando finisce 'sta estate?

Finisce. Nel frattempo, leggi.

Buona lettura e che il climatizzatore non ti abbandoni mai!

Laura

'La portinaia del 17' di Emma Cortesi: quando il déjà-vu diventa un genere letterario


La portinaia del 17
Autore Emma Cortesi
Editore Fazi Editore
Pagine 197
Uscita 23 giugno 2026
Genere giallo

Nel cuore di Montmartre, le giornate sono scandite da piccole abitudini e buone maniere, e la vita degli inquilini scorre lenta tra un pain au chocolat e due chiacchiere davanti a un caffè. Non c’è nulla che la portinaia Berthe non sappia di loro. Così una mattina, quando per la prima volta in vent’anni Monsieur Gorin non ritira il suo giornale, la donna non ha dubbi: qualcosa non torna. Decisa a seguire l’istinto, Berthe, aiutata dall’ex commissario Lefevre, s’introduce nell’appartamento dove vive Gorin. Dopo una macabra scoperta, la coppia decide di andare a fondo alla questione avventurandosi in un’indagine privata tra vecchi diari, teatri appartenenti a una Parigi lontana e misteriose fotografie, salendo e scendendo le scale del vecchio Residence che custodisce più di un segreto.

Un mystery dalle dinamiche classiche, scritto con l’intelligenza dei grandi maestri del giallo, La portinaia del 17 è il primo di una serie di romanzi con al centro lo storico palazzo di Montmartre. Libro dal tocco ironico e dalle atmosfere rétro, è una dichiarazione d’amore alla Parigi che conosciamo, ma anche un viaggio nella vita dei suoi abitanti, tra le celebri vie del quartiere degli artisti.

Una portinaia coi capelli bianchi che sa tutto di tutti, un ex commissario a portata di cadavere, una Parigi che profuma letteralmente di ogni cosa esistente in natura e un doppio piano temporale piazzato lì perché fa sempre figo. La portinaia del 17 non è un romanzo, è un campionario di tutto ciò che avete già letto, riassemblato con la fiducia cieca di chi pensa che nessuno se ne accorgerà.