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Le ultime chiacchiere

'Le notti di Salem' di Stephen King: la città che muore, il prete che perde e il vampiro che nessun adattamento sa filmare

Libro appoggiato su una scrivania che guarda verso Salem's Lot

King Size 2 ∙ Parte 2 - Stanza 1 ∙ Il terrore puro ∙ Romanzo numero 2


La Marsten House sta in cima alla collina e si vede da quasi ogni punto di Jerusalem's Lot. Non è un caso. A King interessa che tu l'abbia sempre davanti, anche mentre i personaggi fanno la spesa, litigano con il marito o tirano giù la serranda del negozio. Il Male, qui, non ha bisogno di salire fin lassù: è già in cima e domina tutto.

La nascita del romanzo, con la roulotte e la lettera a Bill Thompson, la trovi nella prima parte. Qui si entra in città.

Una città costruita per essere distrutta


Michael Collings, tra gli studio di King più attenti, parla di Jerusalem's Lot come di un "organismo collettivo". Più che una metafora è una scelta di costruzione. King dedica centinaia di pagine a negozi, strade, case, vicini, ricordi, abitudini, economia locale e nessuna di queste cose serve alla trama. Servono a resistere la città come qualcosa di vivo. Togli Barlow e resta comunque un romanzo sulla fine di una comunità. Togli Jersualem's Lot e non resta quasi niente.

Anche il nome lavora: Jerusalem, non Salem. Il nome completo porta con sé le risonanze bibliche, la città della redenzione trasformata in città della dannazione, un New England coloniale pieno di insediamenti dai nomi sacri, credibilissimo e inquietante. Poi c'è Lot, il lotto, il terreno assegnato: l'insediamento maledetto.

La geografia è morale. La Marsten House guarda dall'alto, poi arrivano il quartiere residenziale, il centro con la chiesa e il municipio, i boschi in periferia, il cimitero. Nel Medioevo il punto più alto di una città era occupato dalla cattedrale o dal castello, sal sacro o dal potere. King ci ha messo la casa del Male.

E c'è il pettegolezzo, che non è folklore. In una comunità vera si vive di informazioni parziali, mezze verità, maldicenze che girano senza controllo. I personaggi di Salem non sanno, credono, suppongono, raccontano e il lettore conosce la città come si conosce un paese di provincia: per sentito dire. Tony Magistrale sostiene che questa tecnica aumenti il realismo, perché nessuna comunità possiede una conoscenza oggettiva di sé stessa. Ha ragione. Se Jerusalem's Lot avesse avuto un gruppo Whatsapp di condominio, Barlow sarebbe arrivato in un paese informatissimo e incapace di fare qualcosa.

Barlow non porta il Male, lo rende visibile


Da qui si capisce perché il vampiro occupa così poche pagine. Compare tardi, parla poco, agisce quasi sempre fuori scena, perché il suo ruolo è un altro. Douglas Winter, uno dei critici kinghiani più autorevoli, lo descrive come un agente rivelatore: non crea il male, lo accelera. La comunità era malata prima del suo arrivo: vicini che non si parlano, violenze domestiche che tutti fingono di non vedere, ipocrisie religiose, rancori coltivati per generazioni. Barlow è il catalizzatore. La malattia la avevano già in casa.

Alla fine lui viene sconfitto e il lettore non prova nessuna sensazione di vittoria. Jerusalem's Lot è perduta e con lei non solo le persone, ma la fiducia, la quotidianità, la memoria condivisia: quella cosa fragile e imprecisa che chiamiamo comunità e che non si ricostruisce. King lo sa e non ci passa sopra con una carezza. Il finale di Salem è tra i più onesti e duri che abbia scritto.

Padre Callahan, il prete che non regge


Callahan è il personaggio più discusso del romanzo e probabilmente il più frainteso. Sulla carta è il classico esperto di vampiri: conosce il folklore, sa usare gli oggetti sacri, capisce prima degli altri che cosa sta succedendo. Poi King fa una cosa che nella narrativa vampiresca non si era vista in modo così sistematico: lo fa fallire, non per stupidità o per codardia, ma per qualcosa di molto più scomodo. La sua fede vacilla nel momento esatto in cui ne avrebbe più bisogno.

Da Van Helsing in poi, nel romanzo gotico gli oggetti sacri funzionano quasi in automatico: la croce respinge il vampiro perché è una croce. King cambia la regola. La croce funziona finché chi la regge ci crede davvero. Callahan lo scopre nel momento peggiore, davanti a Barlow, quando sente la propria certezza incrinarsi e il potere dell'oggetto calare in tempo reale insieme a lei.

La critica lo ha letto in tre modi. Winter lo considera una delle figure meglio riuscite del primo King proprio per questa fragilità. Magistrale vede nella sua crisi il riflesso della crisi di autorità nell'America degli anni Settanta, post Watergate e post Vietnam, quando le istituzioni e le figure di riferimento perdono credito. Heidi Strengell guarda alla tensione tra fede personale e istituzione religiosa. Tre letture, tutte plausibili, il che dice parecchio sullo spessore del personaggio.

A me colpisce un'altra cosa, che si nota meno. Callahan soffre non solo perché perde, ma perché sente di aver tradito la propria vocazione. È vergogna e King la costruisce con una cura che nel genere, allora, si vedeva di rado.

Poi c'è la parte che nel 1975 nessun lettore poteva sapere. Callahan non finisce a Jerusalem's Lot. Quasi trent'anni dopo King lo riprende nella saga della Torre Nera, soprattutto ne I lupi del Calla (2003), dove racconta quello che è successo dopo la fuga: l'esiliato che si porta addosso il fallimento, il sacerdote che cerca qualcosa di simile a una redenzione in un cosmo molto più grande e molto più strano di quello in  cui era stato ordinato. Riletta oggi, la sua sconfitta in Salem cambia segno. Non è il capitolo finale, è il punto di partenza. Chi legge adesso ha il privilegio della prospettiva, ma anche senza saperlo si avverte che questo personaggio è troppo ingombrante per chiudersi in un solo libro.

Perché nessuno riesce a filmare Salem


Salem ha avuto tre vite sullo schermo e sono molto diverse. La prima, la miniserie CBS del 1979 diretta da Tobe Hooper, ha riscritto la memoria collettiva del romanzo. Quando si pensa a Barlow si vede quello di Reggie Nalder: pelle grigiastra, testa calva, occhi luminosi, denti enormi. Un mostro costuito sull'estetica del Nosferatu di Murnau (1922), scelto di proposito: Hooper rifiutò il vampiro aristocratico della Hammer e puntò su qualcosa di più animalesco  e perturbante.

Il Barlow del libro è un'altra creatura. King lo costruisce sull'ambiguità, sulla presenza strategica, sul silenzio: fa paura aspettando, non mostrandosi. Il cinema ha dovuto trasformare quella tensione in un'immagine e l'immagine ha poi colonizzato la lettura all'indietro. Chi apre Salem oggi si porta dietro la miniserie del '79, anche senza volerlo. La televisione di allora, per giunta, aveva vincoli pesanti e la città resta uno scenario più che un organismo.

La miniserie TNT del 2004, per la regia di Mikael Salomon, prova a recuperare il vampiro aristocratico, un Barlow più vicino a Stoker, con Rutger Hauer. Sacrifica però la città sull'altare della trama, che è esattamente l'errore opposto a quello che fa King e funziona di meno: si vede meno, è rimasta meno. Il film di Gary Dauberman del 2024 è quello che si impegna di più a ristabilire il rapporto tra comunità e contagio e a tratti ci riesce. Rispetta il materiale più di quanto mi aspettassi, ma l'impatto del '79 non lo raggiunge e ha il problema di entrambi: due ore contro un libro che per un bel pezzo costruisce la città prima che accada qualcosa di soprannaturale. Comprimi quelle pagine e perdi la cosa fondamentale.

Il paradosso è questo. Più gli adattamenti cercando di riprodurre la struttura del romanzo, più sbattono contro il fatto che quella struttura è pensata per un letto che ha ore davanti a sé e una città da abitare con la testa. Cinema e televisione fanno il contrario: ti mostrano tutto subito, ti tolgono il lavoro dell'immaginazione e, con quello, la cosa che nel libro fa più paura.

Barlow sullo schermo è visibile. Barlow nel romanzo è un'assenza che riempie tutto.


'Terra di anime spezzate' di Clare Leslie Hall: Beth sbaglia, il romanzo no

foto del romanzo "Terra di anime spezzate" di Claire Leslie Hall
Terra di anime spezzate
Autore Clare Leslie Hall
Editore Nord
Pagine 384
Uscita 2025
Genere Narrativa
Se potessimo riavvolgere il nastro, a quale istante torneremmo per cambiare il corso del destino?
Per Beth Kennedy quel momento è l’estate del 1955, quando, insinuatasi inavvertitamente nella tenuta di campagna dei Wolfe, incontra Gabriel. Lui, erede diciottenne di quella ricca famiglia, è destinato a Oxford e ha davanti a sé una strada costellata di possibilità; lei, diciassette anni, origini modeste, è studentessa in un rigido istituto femminile. Due mondi lontani ma due anime affini: entrambi solitari, sognatori, appassionati di letteratura. Un’affinità che presto diventa amore, bruciante e vissuto alla luce del sole. Una passione che si consumerà insieme con quell’estate. Uno scandalo che costerà molto caro a Beth.
Tredici anni dopo, lei ha una vita molto diversa da quella che si immaginava. Non è mai diventata una scrittrice e vive ancora in paese, nella fattoria di suo marito Frank. Il loro è un matrimonio felice, eppure in bilico su un equilibrio fragile: il tacito patto di tenere alla larga il passato. Quello da cui, all’improvviso, torna Gabriel, ora una celebrità, e con lui tutti i sentimenti mai sopiti, i non detti, i segreti mai confessati in quella lontana estate. Mentre sente spezzarsi ogni certezza, Beth dovrà scegliere tra due amori, tra due vite, tra la ragazza che era e la donna che è diventata. Una scelta che affronterà di nuovo a testa alta, però stavolta non sarà solo la sua vita a essere travolta dallo scandalo.
Un romanzo struggente e mozzafiato che, in un abile intreccio di passato e presente e con il passo incalzante della suspense, mette in scena i chiaroscuri della vita, le complessità dell’amore e le traiettorie imprevedibili del destino.

Vale la pena leggerlo? Sì, se riesci a convivere con una protagonista che ti fa venire voglia di scuotere l'e-reader.
Fa per te se ti piacciono le storie d'amore in cui ogni scelta ha un prezzo e le buone storie ben costruite ti mancano quanto a me.
Lascialo perdere se cerchi il libro della vita o hai bisogno di voler bene alla protagonista per andare avanti.

La Libridinosa manda a quel paese i libri virali del 2026

Cari lettori, oggi si parla di viralità, quella parola che fa venire l'orticaria a chiunque abbia un minimo di gusto letterario e che, guarda caso, fa vendere più di qualsiasi recensione seria mai scritta. Quest'anno ho avuto una sensazione forte, fortissima: i libri virali sembravano moltiplicarsi a ogni scroll. Non ho un grafico da mostrarvi, ho solo la mia libreria, che si riempie di copertine viste su Instagram prima ancora di sapere di cosa parlassero. Sei, quest'anno, ne ho letti. E di sei, cari miei, non ne ho salvato nemmeno uno.

Vi racconto tutto, in ordine di sofferenza crescente. Allacciate le cinture.

La classifica della vergogna


La portinaia del 17 di Emma Cortesi l'ho aperto aspettandomi un giallo cozy, di quelli leggeri da ombrellone. Ho trovato invece la scrittura più acerba che abbia letto quest'anno: trama prevedibile, personaggi di cartone, il classico esordio che qualcuno avrebbe dovuto fermare prima della stampa.

Love, Mom di Iliana Xander aspettava lo stesso trattamento: suspense, promessa, ananas sulla pizza consegnato. Si piazza, insieme al precedente, sul podio dei peggiori libri dell'anno. Un podio che non volevo, ma che qualcuno doveva pur vincere.

Molto felice per te di Holly Bourne prometteva adrenalina da thriller. Mi ha consegnato quattro amiche che si detestano pur professandosi inseparabili, con un finale talmente insensato da sembrare la firma in calce a un patto con il lettore che nessuno ha rispettato.

Il calamity club di Kathryn Stockett l'ho preso perché avevo amato The help, della stessa autrice. Volevo ritrovare quella voce. Ho trovato, invece, un libro prolisso, con troppa carne al fuoco e nessuna cottura, mediocre dalla prima all'ultima pagina.

Tutte le mattine di Sybil di Virginia Evans era il libro che speravo mi commuovesse. Mi sono ritrovata a leggere la corrispondenza di una signora annoiata che scrive lettere persino all'attore di cui era infatuata da ragazzina. Women's Prize for Fiction o meno, io non mi sono mossa di un millimetro.

Theo da Golden e la forma della felicità di Allen Levi meritava un discorso a parte. Mi aspettavo il classico protagonista anziano di cui innamorarsi pagina dopo pagina. Dopo trenta ho augurato a Theo una morte lenta e dolorosa. Mi ha ascoltata, ma senza soffrire. Non è stato soddisfacente nemmeno in quello (e no, non è uno spoiler, è una constatazione).

Nero come il mare di Charlotte McConaghy: gli ho dato una possibilità. Cinquanta pagine, poi l'ho mollato. Sembrava un trattato di biologia marina travestito da romanzo e io non stavo cercando un manuale.

Gli altri della lista


Degli altri titoli che circolano come virali quest'anno, non ne aprirò nemmeno uno - almeno non a breve - e sarebbe disonesto fingere il contrario. Max, Mischa e l'offensiva del Tet di Johan Harstad, per esempio, merita una menzione a parte: mille e duecento pagine pubblicate da Sellerio, diventato un caso editoriale genuino soprattutto tra i lettori di fascia 25-35 anni, capaci di trasformarlo in poche settimane in un vero passaparola letterario nonostante la mole imponente. Ma la mia lista di lettura ha dei limiti e quel mattone per ora resta fuori. Lo stesso vale per Skippy muore di Paul Murray, I Làzar di Nelio Biederman e Pecorelle smarrite di Madeline Cash: tre titoli virali che, per quanto mi riguarda, non entreranno nella mia libreria.

Perché diventano virali (spoiler: spesso lo decide qualcun altro)


Qui viene la parte che mi interessa di più ed è anche quella più scomoda. Nell'editoria anglosassone esiste un termine tecnico per i libri su cui una casa editrice decide di puntare tutto ben prima della pubblicazione: si chiama lead title. Significa budget marketing concentrato per le anteprime (le famose ARC) spedite a influencer e stampa, partnership con i creator pensate mesi prima che il libro arrivi in libreria. Oggi ogni titolo è di fatto una micro-campagna cross-channel, con obiettivi precisi di community engagement che comprendono contenuti social, strategie di PR, partnership con gli influencer e contenuti generati dagli utenti. Il successo, insomma, lo si costruisce prima che il lettore giri la pagina, non dopo.

Chi lo ha raccontato meglio di tutti, per pura ironia della sorte, è un romanzo: Yellowface di R. F. Kuang. La protagonista ruba il manoscritto inedito di un'amica scrittrice morta e lo pubblica come proprio, scoprendo dall'interno tutti i meccanismi (spesso arbitrari, spesso feroci) con cui l'industria decide chi promuovere e chi lasciare indietro. Kuang, che nell'editoria ci lavora davvero, ha dichiarato che per chi è del mestiere non si tratta di satira ma di puro realismo. Se un romanzo sul marketing editoriale finisce per essere la fotografia più accurata del marketing editoriale, un motivo ci sarà.

Il conto lo pagano i lettori (e a volte anche i libri)


La viralità, però, ha un prezzo e a pagarlo non sono solo le mie serate rovinate da Theo. Un sondaggio recente tra utenti Bookstagram ha rilevato che l'82% degli intervistati considera esagerato l'hype attorno ai libri consigliati sui social e il 54,5% dichiara che la fiducia in queste piattaforme è diminuita nel tempo. Lo stesso identico gruppo di lettori, però, continua a seguire i consigli: il 73% apprezza la scoperta di titoli nuovi grazie ai creator, ma lo stesso 73% lamenta che tutti finiscano per consigliare gli stessi libri, trasformando ogni lista di lettura in una fotocopia della precedente. Diffidiamo dell'hype e lo rincorriamo comunque. Carenza da lettori forti, la chiamerei, se non fosse anche un po' patetica.

Quando la macchina funziona, produce fenomeni come Fabbricante di lacrime di Erin Doom, uscito da un editore un po' di nicchia e diventato il libro più venduto in Italia nel giro di un anno. Quando invece il marketing è troppo visibile, il pubblico se ne accorge e comincia a discuterne: è successo con Intermezzo di Sally Rooney, arrivato in Italia circondato da un'attesa quasi spasmodica, al punto da spingere lettori e addetti ai lavori a chiedersi pubblicamente quanto marketing sia troppo marketing per un romanzo che si vuole letterario.

Io, in tutto questo, resto la lettrice che ha scelto sei libri andati virali prima che lo diventassero, guidata solo dalla curiosità e che di sei ne ha salvato mezzo. Il marketing avrà anche vinto la battaglia della mia libreria. La recensione, quella, continuo a scriverla io!

Laura

'Agnes Grey' di Anne Brontë: un romance che non morde


Agnes Grey
Autore Anne Brontë
Editore -
Pagine 189
Uscita 1847
Genere Classico vittoriano
Quando la famiglia si ritrova sul lastrico per alcune speculazioni nefaste, Agnes Grey sa che non può rimanere con le mani in mano e decide di trovare un impiego per essere indipendente e per scoprire il mondo. Il suo entusiasmo e la sua passione come istitutrice - unica attività dignitosa per una signorina del suo rango - vengono ben presto spazzati via dalla maleducazione e dal disprezzo dei Bloomfield e dei Murray, le famiglie presso cui presta servizio. Unico punto di riferimento e fonte di affetto è Mr Weston, il giovane curato della zona. Tratto dalla sua esperienza personale, Anne Brontë crea un’eroina moderna e determinata, con un occhio lucido e attento sulla condizione femminile e sulle ipocrisie della società vittoriana.

Vale la pena leggerlo? Solo se hai già letto tutto ciò che hanno scritto le sorelle Brontë e vuoi la collezione completa.
Fa per te se ami le Brontë a prescindere e pensi che i classici non siano criticabili.
Lascialo perdere se cerchi lo stesso morto de La signora di Wildfell Hall - qui non c'è.

'Le notti di Salem' di Stephen King: nato da una lezione su Dracula, una roulotte e un titolo salvato da Tabitha

il libro "Le notti di Salem" su una scrivania in legno che affaccia su Salem's Lot

King Size 2 • Parte 1 - Stanza 1 • Il terrore puro - Romanzo numero 2


Esiste un momento preciso, nella vita di qualunque lettrice kinghiana storica, in cui capisci che Carrie non era un colpo di fortuna. Che lo zio Steve non aveva azzeccato una cosa sola per poi sedersi sugli allori. Il mio ha una data e una finestra: la notte in cui Danny Glick bussa al vetro del suo amico Mark. Al secondo piano.

Avevo tra le mani un mattone con una cittadina del Maine chiusa in una palla di vetro sulla copertina, come se fosse la cosa più innocua del mondo. Ho lasciato il libro sul cuscino e ho acceso tutte le luci. Non lo rifarò mai più, perché con Le notti di Salem la luce non aiuta: ti fa vedere benissimo quello che c'è nella stanza e ti lascia tutto il tempo per immaginare quello che non c'è.

Benvenuti nel secondo numero di King Size. Prima di entrare a Jerusalem's Lot facciamo un passo indietro, perché la nascita di questo romanzo è più strana e più povera di come la si racconti di solito.

Un libro scritto al verde, non dall'alto della fama


Si tende a immagine Salem come il secondo romanzo di uno scrittore già lanciato: successo di Carrie, soldi in banca, un vampiro per passatempo. È un'immagine comoda e sbagliata. L'idea nasce nel 1972. King ha venticinque anni, insegna inglese alla Hampden Academy, vive in una roulotte con Tabitha e due bambini piccoli e a casa il telefono è stato staccato perché le bollette non si pagavano.

Non lo racconto per il colore. È il terreno da cui cresce tutta la narrativa kinghiana: la classe media che ha paura di perdere la casa, i personaggi senza rete di sicurezza, il conto che arriva sempre prima dello stipendio. Carrie e Salem nascono a poca distanza l'uno dall'altro, nello stesso periodo di aule e arretrati. Due gemelli con nomi diversi.

Una lezione su Dracula e una domanda scomoda


King non leggeva Dracula per piacere. Lo insegnava, in un corso di fantasy e fantascienza, e insegnarlo vuol dire smontarlo davanti a una classe: spiegarne i meccanismi, rispondere alle domande dei ragazzi. Da quelle ore esce una domanda che non lo molla più. Che cosa succederebbe se Dracula arrivasse in una piccola città americana degli anni Settanta?

La domanda è semplice e questo è il suo pregio. Stoker aveva Londra, la nobiltà, le traversate in nave. King ha un paese del Maine con un emporio, un bar, una scuola e un cimitero. Il vampiro lo mette in una casa dove non va più nessuno e al resto pensa la gente del posto.

Un apostrofo e il titolo cambia genere


Il romanzo non nasce con il nome che conosciamo. Il primo titolo è Second Coming, la seconda venuta. Poi diventa Jerusalem's Lot, che è il nome della città. Alla Doubleday, però, il reparto vendite storce il naso: così sembra un romanzo religioso, non un horror di vampiri.

La soluzione la propone Tabitha King: accorciare il nome della città, con l'apostrofo davanti al posto delle prime lettere, 'Salem's Lot. A lei si attribuisce anche una battuta che non fa una piega: così la gente penserà alla stregoneria e non a Israele. Salem, Massachusetts, i processi alle streghe, qualcosa di oscuro e molto americano, per una cittadina del Maine che esiste solo nella testa di King. Quattro lettere in meno e un libro che cambia genere sullo scaffale. (L'Italia, come spesso accade, ha preferito le notti.)

La lettera in cui King si smentisce da solo


C'è una lettera del 2 giugno 1976, indirizzata a Bill Thompson, l'editor di Doubleday, che racconta la genesi meglio di una biografia. King scrive che l'idea gli era venuta l'anno prima, mentre insegnava Dracula, e confessa di aver pensato di poter scrivere un libro migliore. Poche righe dopo ci ripensa: il suo, ammette, ancora non regge il confronto.

Ho una tenerezza particolare per chi riesce a scrivere nero su bianco di non essere ancora all'altezza del proprio maestro e a scriverlo proprio all'editor che deve decidere se pubblicarlo. A venticinque anni e senza telefono è un lusso da signori.

Il vampiro non è quello che regge il libro


Fin qui Salem visto da chi lo scrive, un insegnante al verde, un vampiro preso in prestito da Stoker e un titolo aggiustato da sua moglie. Dal lato di chi lo legge succede una cosa curiosa: il vampiro che dà il tono a tutto il terrore compare tardi, parla poco e per lunghi tratti si limita a essere nominato. A reggere il libro c'è qualcun altro e ha un indirizzo: una cittadina del Maine con una casa sulla collina. 

Ci vediamo nella seconda parte, con lei e con i tre adattamenti che non sono riusciti a metterla davanti a una macchina da presa.

Laura

'Le notti di Salem' di Stephen King: il romanzo in cui la città è il mostro

Stanza 1 • Il terrore puro - Romanzo numero 2 • 1975


Vale la pena leggerlo? Sì. E se lo stai rimandando perché pensi di sapere già com'è fatto un romanzo di vampiri, è esattamente per questo che devi leggerlo.
Fa per te se vuoi che un libro ti faccia sentire davvero a disagio - non per una scena, ma per un'atmosfera che si insinua lentamente e non te ne accorgi finché non è già dappertutto.
Lascialo perdere se cerchi trama compatta e ritmo serrato; King costruisce una città intera prima di lasciarti sentire l'odore del sangue e questo richiede una pazienza che non tutti hanno.

E se leggere non mi piacesse più? Quando i libri smettono di essere un rifugio

Per quasi sei mesi non ho aperto un libro. E ve lo dico senza vergogna: ne ero felice.

I libri erano stati il mio rifugio per tanto tempo - compagni silenziosi nei momenti silenziosi. Poi la vita era cambiata, il silenzio era andato via e loro erano rimasti lì, sulla libreria, a guardarmi.
Non avevo voglia di aprirli, non avevo voglia di parlarne. Ogni volta che qualcuno mi chiedeva cosa stessi leggendo, rispondevo "niente" con una leggerezza che mi sorprendeva anche.

Il blog era fermo. Instagram era silenzioso. La Libridinosa si era presa una pausa che non aveva annunciato a nessuno, perché certe pause non si annunciano - si prendono e basta.

I messaggi sono arrivati, naturalmente. Alcuni bellissimi - persone che dicevano di sentire la mia mancanza, che aspettavano, che c'erano. Altri un po' meno: qualcuno che minacciava l'unfollow se non avessi ripreso a recensire (la sentite la mia disperazione?), come se la mia vita fosse una programmazione televisiva con palinsesto da rispettare. A quelli ha risposto Roby, con la diplomazia che lo contraddistingue - e non sono ironica.

Ma ogni tanto, in un angolo quieto della testa, si affacciava una domanda: e se non mi piacesse più? E se fosse finita così, senza nemmeno accorgermene?

Chi sono io, senza i libri?


C'era la luce calda della piantana, attorno solo buio e Roby con un libro tra le mani. "Leggiamolo insieme", mi ha detto.

Due parole. Forse tre. Non ricordo esattamente - ricordo solo quello che ho sentito: protetta, accolta, ascoltata, vista. Come quando qualcuno ti tende una mano nel buio e tu la prendi senza neanche guardare dove ti porta.

Il libro era La ballerina di Patrick Modiano. Non è un romanzo che cambierà la storia della letteratura, ve lo dico subito. Ma avrà per sempre un posto speciale nella mia storia - perché è il libro che mi ha riportata tra le pagine stampate, in una sera di ottobre, tra le braccia di quello che sarebbe diventato mio marito.

Abbiamo letto in silenzio. Ed è stata la prima sorpresa: leggiamo alla stessa velocità. La seconda sorpresa è arrivata subito dopo - entrambi abbiamo bisogno di fermarci, di commentare, di parlare di quello che stiamo leggendo mentre lo stiamo ancora leggendo. Una frase, un personaggio, un'immagine - e il libro si chiude a metà pagina per fare spazio alla conversazione.

Questo significa che ci mettiamo un tempo indefinito a finire qualsiasi cosa. E non mi è mai sembrato così poco un problema.

I libri sono tornati, ma non come li avevo lasciati


Sono tornati in stereofonia - parola sua, di Roby. Una sera, a un certo punto, ha alzato gli occhi dal libro e ha detto: "Dai, ballerina, leggiamo in stereo." Ballerina - mi chiama così da sempre. E io che insegno danza, io che sono tornata ai libri attraverso un romanzo che si intitolava La ballerina, non ho potuto fare a meno di ridere. Certe cose le scrive la vita e lo fa meglio di qualsiasi romanzo.

La stereofonia, nella pratica, significa questo: non più un libro solo, uno alla volta, anima e corpo dedicati a quello e nessun'altra lettura fino all'ultima pagina. Adesso abbiamo sempre almeno due libri aperti, spesso tre... a volte anche quattro: un cartaceo - o due - tra le mani, un ebook per quando viaggiamo o leggiamo a letto, un audiolibro per quando il tempo non permette di fare altro. Non ci importa se sono dello stesso genere, se stonino tra loro, se passare dall'uno all'altro sembra disordinato. L'importante è avere sempre qualcosa che ci aspetta, in qualsiasi momento della giornata.

All'inizio mi sembrava quasi un tradimento della lettrice che ero stata. Adesso mi sembra semplicemente più onesto.

Sono tornati con la libertà.


E per capire quanto questa parola pesi, dovete sapere com'ero prima.

Quattro o cinque giorni prima della fine di ogni mese, mi sedevo e stilavo la lista dei libri da leggere nel mese successivo. C'era un post apposito nel blog - la presentavo ai lettori, la condividevo, la rendevo pubblica. E la seguivo rigidamente: nessun cambio, nessuno sgarro. Ero arrivata persino a dividere i libri in pagine giornaliere da leggere. Un piano di lettura. Una tabella di marcia. Come se la lettura fosse una cosa da portare a termine.

Adesso la libreria di casa la guardo in modo completamente diverso. Mi ci fermo davanti, sfoglio, aspetto. C'è qualcosa che assomiglia a un batticuore - una copertina, un titolo, una pagina aperta a caso - e quello è il libro. Nessun criterio, nessun programma, solo ascolto.

È una cosa piccola. Per me è stata una rivoluzione.

Sono tornati con i classici - quelli che avevo evitato per anni e che Roby mi ha messo in mano uno dopo l'altro, con la pazienza di chi sa aspettare.

E sono tornati con King. Il mio King, quello con cui sono cresciuta e che avevo messo da parte senza nemmeno accorgermene.

Roby non aveva mai letto nulla di Stephen King. Lo so, looooo sooooo - fa molto ridere. E io, che sono sempre stata fermamente contraria a far leggere It come primo romanzo a chi non conosce zio Steve, mi sono ritrovata a fare esattamente quella cosa. Perché lui non ha sentito ragioni: io avevo voglia di rileggerlo e lui voleva scoprirlo insieme a me. Punto.

Alle prime pagine ho capito che avevo fatto bene a cedere. Derry è tornata a essere casa - con le sue strade, i suoi incubi, la sua luce strana di inizio estate. Come certi posti dell'infanzia che pensi di aver dimenticato e che invece ti aspettano esattamente dove li avevi lasciati.

Rileggerlo con lui, che lo apriva per la prima volta, è stata una delle esperienze di lettura più belle della mia vita.

Quindi, chi sono io senza i libri?

Non lo so ancora del tutto. Ma so che quella sera di ottobre, con la luce calda della piantana e Roby accanto, ho capito una cosa: i libri non sono la risposta a quella domanda. Sono il posto in cui continuo a cercarla.

Laura

'Theo da Golden e la forma della felicità' di Allen Levi: quando un romanzo vuole farti piangere a tutti i costi

Libro "Theo da Golden" su piano di legno scuro contornato da ritratti
Theo da Golden e la forma della felicità
Autore Allen Levi
Editore Salani
Pagine 448
Uscita 2026
Genere Narrativa contemporanea
In una mattina di primavera, un uomo molto anziano arriva a Golden, una piccola cittadina del sud degli Stati Uniti. Nessuno sa chi sia né da dove venga. Elegante ed enigmatico, dice soltanto di chiamarsi Theo e accenna vagamente a degli ‘affari da sistemare’. Quando entra in una caffetteria del centro, scopre una galleria di novantadue ritratti a matita appesi alle pareti. Sono i volti degli abitanti di Golden, disegnati con straordinaria delicatezza da un artista locale. Ne rimane incantato e matura un’idea semplice quanto radicale: acquistarli tutti e, uno a uno, restituirli ai loro ‘legittimi proprietari’. Da quel momento, questa diventa la sua missione. Allo sguardo di Theo non sfugge niente: osserva, ascolta, riconosce negli altri le cicatrici invisibili che la vita lascia dietro di sé. E così ogni consegna si trasforma in un incontro capace di imprimere un segno profondo. Nascono amicizie inattese, vecchie ferite cominciano a rimarginarsi, persone abituate a sentirsi ignorate si scoprono finalmente accolte. Giorno dopo giorno, Theo risveglia emozioni dimenticate e intreccia i destini di una comunità intera, dimostrando che essere gentili, senza aspettarsi niente in cambio, è l’atto più rivoluzionario del nostro tempo. Ma il romanzo non si ferma solo a questo: ci sono un mistero da risolvere, un legame lontano, un destino che si deve compiere senza lasciare tracce... Inno al potere dell’empatia e dei gesti senza clamore, Theo da Golden è un romanzo corale e toccante, ricco di personaggi indimenticabili, di amore e di condivisione. Un personaggio che riporta fiducia nell’umanità e che ci ricorda quanto la cura dell’altro restituisca pienezza al significato della vita.

Vale la pena leggerlo? Solo se piangi alle pubblicità del Mulino Bianco e non ti importa di arrivare al finale con le lacrime di qualcun altro.
Fa per te se ami i romanzi che abbracciano, che rassicurano, che ti ricordano che il mondo è bello anche quando fa schifo - e se non ti dà fastidio che questo te lo ripetano ogni venti pagine.
Lascialo perdere se hai una soglia bassa per le ripetizioni e zero tolleranza per i finali che vogliono strapparti le lacrime con la forza.

Vinted, i prezzi e il collezionismo di libri: e no, non è tutto la stessa cosa

foto creata con IA

Speculare su un bestseller appena uscito e vendere una prima edizione rara a prezzo di mercato non sono la stessa cosa. Eppure il bookstagram sembra convinto del contrario.


C'è una cosa che ho imparato in questi anni da blogger: la community dei lettori è generosa, appassionata e capace di cose meravigliose. Ha anche, però, una tendenza particolare a indignarsi in modo orizzontale, cioè a trattare situazioni completamente diverse come se fossero la stessa cosa, con la stessa intensità, lo stesso tono da manifesto rivoluzionario. Il tutto nei commenti di un reel su Instagram, che è il posto più adatto per le rivoluzioni culturali del nostro tempo.

L'episodio di questo sport è quello a cui ho assistito qualche settimana fa e riguarda Vinted.

Partiamo dal problema vero, che esiste


Non mi piace essere ingiusta. Quindi diciamolo chiaramente: sì, su Vinted ci sono prezzi assurdi e la lamentela dei lettori ha una base concreta.

Max, Mischa e l'offensiva del Tet di Philipp Wilms (pubblicato da Sellerio da meno di due mesi, disponibile in ogni libreria online e fisica, prezzo di copertina 28 euro) si trova su Vinted anche a 50 euro. Cinquanta. Non perché sia introvabile, non perché sia fuori catalogo da trent'anni. Ma perché è diventato virale su Instagram e qualcuno ha pensato bene di monetizzare la cosa.

Questo è opportunismo. È speculazione su un libro comune, reperibile, nuovo di zecca. È la stessa logica dei biglietti dei concerti rivenduti a tre volte il prezzo, solo applicata ai libri, il che è più triste perché i libri non ci si aspetta di trovarli al bagarinaggio. E chi compra a quelle cifre quando potrebbe ordinarlo normalmente... capisco, son soldi suoi, non mi permetterei di giudicare. Ma un po' mi fa venire voglia di mandargli una cartina con la sezione "librerie" di Google Maps evidenziata in giallo.

Fin qui, siamo d'accordo. Critica giusta, sdegno legittimo.

Poi però ho letto quel commento


Ed è qui che la cosa si complica.

Tra i post indignati ho trovato uno screenshot: una delle prime edizioni di It di Stephen King in vendita a 40 euro. E l'utente che scrive, con la sicurezza di chi non ha nessun dubbio su niente: "Ma cos'ha di speciale questo libro?"

Ecco. Mi sono fermata. Ho respirato. Ho anche contato mentalmente fino a dieci. Beh... fino a quattro: non sono mai stata un'atleta della pazienza!

La risposta alla domanda è abbastanza semplice: ha di speciale che è una prima edizione. Una copia stampata in un numero limitato o in un anno preciso o in un preciso momento della storia editoriale di uno degli scrittori più letti al mondo. Non è "un libro che si trova anche su Amazon a 18 euro". È un altro tipo di oggetto. Appartiene a un'altra categoria. Paragonarli è come indignarsi perché una Fiat Punto del 1995 viene venduta a più di una Fiat Punto nuova dal concessionario. Le macchine sono due cose diverse. I libri, idem.

Quaranta euro per una prima edizione di It non è un furto. È un prezzo di mercato, forse basso, forse giusto, dipende dalle condizioni, dall'anno, dall'edizione specifica. Ma è un prezzo che ha una logica. Una logica che si chiama collezionismo e che esiste da molto prima che Vinted aprisse i battenti.
Piccolo segreto: quaranta euro per quell'edizione erano una grande occasione!

Cosa significa davvero collezionare libri


Io non sono una collezionista. Lo dico subito per onestà intellettuale. Compro libri per leggerli, non per averli. La mia libreria è un archivio di letture, non un museo.

Roby è un'altra storia. Lui è un collezionista nel senso vero del termine: conosce le edizioni, studia le tirature, sa riconoscere un'opera di pregio da una ristampa rilegata bene. Da anni si affida a un libraio antiquario di fiducia, uno di quelli che sanno davvero di cosa parlano.
L'ultimo acquisto, un lotto di prime edizioni dei romanzi di King che Roby mi ha regalato per la mia nota ossessione, mi ha fatto fare dei salti di gioia che non facevo dai tempi delle prime lezioni di danza! E sì, quelle prime edizioni non costano come le copie in commercio. Costano di più perché valgono di più. Non sul mercato astratto della domanda e dell'offerta. Su quello molto concreto della storia, della rarità, dell'oggetto che non si può riprodurre.

Tenere in mano una prima edizione significa tenere qualcosa che ha una biografia. È passata per mani diverse, ha una data di nascita che non cambia. Non è sostituibile con una ristampa, anche se la ristampa contiene le stesse parole.

Questo è il collezionismo, non è follia. Non è snobismo. È una forma di rispetto per gli oggetti e per la storia che portano con sé. E si può non condividere, io per prima non l'ho praticato per anni, ma non capirlo non significa che sia sbagliato.

Il punto che nessuno sembra voglia capire


La questione di Vinted non è "i libri costano troppo". La questione è che esistono due mercati completamente diversi che vivono sulla stessa piattaforma e confonderli crea una conversazione che non porta da nessuna parte.

Il primo mercato è quello dei libri comuni rivenduti a prezzi gonfiati sull'onda del momento. Lì la critica ha senso. Lì chi vende specula e chi compra cade nella trappola. È un meccanismo che fa male alla cultura del libro perché trasforma la lettura in un accessorio di tendenza, qualcosa da avere perché è virale, non perché valga la pena leggerlo.

Il secondo mercato è quello del collezionismo antiquario, che ha regole sue, prezzi suoi e una storia che non comincia con l'avvento di Instagram. Lì i prezzi possono sembrare alti a chi non conosce il settore, ma raramente sono arbitrari. C'è una stima, c'è una valutazione, c'è un mercato di riferimento. Non è Vinted che li ha inventati.

Mettere insieme le due cose e chiamarle entrambe "prezzi esagerati" è come lamentarsi che i tartufi costino troppo perché le patate sono economiche. Sono tuberi, tecnicamente. Ma non sono la stessa cosa!

Una nota sul collezionismo di massa, che è un'altra cosa


C'è però un terzo fenomeno che merita due parole, perché è quello che trovo sinceramente più difficile da capire: il collezionismo di libri commerciali correnti. Le edizioni Adelphi, i Sellerio, i Calvino Einaudi degli anni Settanta trattati come pezzi pregiati non per la loro effettiva rarità ma per la loro estetica o per il brand che rappresentano.

Comprendo il desiderio di avere certi oggetti belli, comprendo l'amore per una copertina curata, per una carta di qualità, per una casa editrice con una storia. Ci mancherebbe. Ma quando un libro stampato in migliaia di copie, che si trova ancora in circolazione, che non ha nessuna rarità oggettiva, viene trattato come un pezzo da collezione solo perché porta un certo marchio, lì mi perdo un po'. Non lo giudico. Lo guardo con una certa curiosità benevola, come si guarda chi ordina lo stesso piatto ogni volta che va al ristorante perché "è quello che mi piace": va benissimo, ma non è esattamente un'avventura gastronomica.

Il collezionismo ha senso quando l'oggetto ha una rarità reale. Quando quella rarità è costruita solo sul desiderio collettivo, diventa qualcos'altro. Non so esattamente cosa. Forse solo un modo molto costoso di arredare una libreria.

Quindi, ricapitolando...


Speculare su un bestseller uscito due mesi fa e venderlo a prezzo doppio è sbagliato. Vendere una prima edizione rara al prezzo di mercato è corretto. Indignarsi per entrambe le cose allo stesso modo è il segno che manca un pezzo di informazione. Quel pezzo si chiama contesto.

Il bookstagram fa cose bellissime: avvicina le persone ai libri, crea conversazioni, tiene viva una comunità che altrimenti faticherebbe a trovarsi. Ma ogni tanto - e lo dico con tutto l'affetto che si deve a qualcosa che amo - prende una posizione su una cosa che non conosce abbastanza e lo fa con una sicurezza che sarebbe più comoda se fosse accompagnata da un minimo di documentazione.

"Ma cos'ha di speciale questo libro?"

Ha di speciale che tu non lo sai. E saperlo, prima di commentare, avrebbe reso tutti più felici. Me compresa!

Laura

'Molto felice per te' di Holly Bourne: quattro amiche, un incendio, zero thriller

Copertina di "Molto felice per te" di Holly Bourne
Molto felice per te
Autore Holly Bourne
Editore Heloola Books
Pagine 456
Uscita 2026
Genere Thriller
Quattro migliori amiche. Un baby shower in fiamme. Chi avrà appiccato l’incendio?
Nicki, Lauren, Charlotte e Steffi sono amiche dai tempi dell'università. Ora che hanno superato i trent'anni, la vita le sta inevitabilmente allontanando. Ma quando Charlotte decide di organizzare un baby shower per Nicki, si riuniscono di nuovo per una festa che cambierà le sorti della loro amicizia.
In una torrida giornata d’estate inglese, la tensione è palpabile e alla fine della serata tra di loro niente sarà più come prima. Qualcuno ha appiccato un incendio nella casa e tutte sono sospettate... È stata Steffi, felicemente senza figli ma che si sente giudicata dalle amiche per la sua scelta? È stata Charlotte, desiderosa di avere un bambino e gelosa delle amiche che hanno già partorito? È stata Lauren, la cui maternità si sta rivelando molto peggio di quanto avesse mai immaginato? O è stata Nicki stessa, che a dirla tutta non voleva nemmeno una festa? Ognuna si è fatta un’idea diversa dell’accaduto, ma all'indomani dell'incidente, quando la polizia ricollega tutti i fatti, la verità sconvolgerà tutte loro.
Molto felice per te è un page turner viscerale, sarcastico e liberatorio che tratta con empatia e realismo i diversi volti dell’esistenza femminile e rivela come la maternità, in tutte le sue forme, incida sulle amicizie tra donne.

Vale la pena leggerlo?  No e ti spiego qui perché ci ho pensato su.
Fa per te se hai nostalgia di Sex&TheCity ma con un budget narrativo ridotto all'osso e zero ironia.
Lascialo perdere se hai già letto qualcosa di buono quest'anno e non vuoi rovinare la media.

Da dove iniziare a leggere Luca Bianchini (senza partire dal romanzo sbagliato)

Natura morta con libri di Luca Bianchini, candela e decorazioni con il testo: spoiler, i tuoi vicini di casa non sono mai stati così commoventi

Spoiler: i tuoi vicini di casa non sono mai stati così commoventi


Esiste una categoria di scrittori di cui non si parla mai abbastanza nei salotti letterari.

Non perché siano brutti o banali, ma perché sono troppo riconoscibili, troppo vicini, troppo capaci di farti ridere e piangere nello stesso capitolo senza che tu te ne accorga.

Luca Bianchini è uno di questi.

E se ancora non lo hai letto o se lo hai letto a caso partendo dal romanzo sbagliato, questa guida esiste per te.

Perché questa guida esiste


Perché Bianchini ha un catalogo vasto e non tutti i romanzi si equivalgono come punto di partenza.

C'è una serie da leggere nell'ordine giusto - altrimenti ti fai spoiler enormi e perdi metà della magia. Ci sono stand-alone che puoi prendere quando vuoi. E c'è uno spin-off che funziona meglio se arrivi preparata.

Orientarsi non è difficile, ma qualcuno doveva pur farlo!
E adesso ti dico una cosa che nessuno scrive sulle quarte di copertina (ma io sì, perché ti voglio bene): Luca Bianchini ha la capacità di raccontare la vita quotidiana con allegria e spensieratezza, facendoci sempre commuovere e innamorare di personaggi che, a pensarci bene, non sono altro che i nostri vicini di casa.

Ecco, tienila a mente. Adesso vediamo da dove si entra.

La mappa del suo mondo: come leggere Bianchini senza perdersi


Prima di consigliarti i singoli romanzi, una cosa importante: il catalogo di Luca non è piatto: ha una struttura precisa e rispettarla fa la differenza.

C'è una serie - tre romanzi ambientati a Polignano, con gli stessi protagonisti, da leggere in ordine. Se li prendi alla rinfusa ti perdi la storia d'amore più bella che Bianchini abbia mai costruito.

C'è uno spin-off - ambientato nello stesso mondo di Polignano, ma con un protagonista nuovo. Funziona da solo, ma guadagna se arrivi dalla serie.

Ci sono gli stand-alone - romanzi indipendenti che puoi prendere in qualsiasi ordine, senza prerequisiti. Perfetti per iniziare, perfetti per continuare.

Detto questo, partiamo!

La serie di Polignano


Polignano a Mare, Puglia. Il mare, le masserie, le famiglie allargate, gli amori complicati e i pranzi della domenica che durano fino a cena.

Questi tre romanzi vanno letti nell'ordine in cui sono elencati. Non è un suggerimento: è un'istruzione. Cambiare l'ordine significa rovinarsi da soli la storia - e con Bianchini sarebbe un peccato imperdonabile.

Cuore mio! Due parole e ho già detto tutto quello che c'è da dire su questo romanzo. È il primo della serie, è il punto di partenza ed è uno di quei libri che ti entrano dentro con una semplicità disarmante e non ne escono più. È stato il libro con cui ho scoperto Luca, quello che mi ha fatto innamorare della sua scrittura, della sua ironia e della sua sensibilità. Per me è quasi un figlio... e capeit u fat?!

Leggere questo romanzo breve è come tornare a casa per Natale quando sei del Sud e vivi al Nord. Non necessariamente a casa tua, ma a casa nel senso più pieno e caldo della parola. I personaggi della serie si ritrovano, si amano, litigano, si perdonano. Come fanno sempre le famiglie vere.

Finalmente l'amore trionfa! La chiusura della serie è esattamente quello che una serie come questa merita: generosa, calda, piena di mare e di Puglia. Se sei arrivata fin qui senza saltare niente, questo romanzo ti ripaga di tutto.

Lo spin-off


Una chicca. Ambientato a Polignano, con i protagonisti della serie che fanno da spalla, ma il vero motore di questo romanzo è il maresciallo Gino Clemente, personaggio nuovo e già amatissimo.
Si può leggere senza aver letto la serie? Tecnicamente sì, ma se arrivi da Polignano lo apprezzi il doppio: riconosci i luoghi, le facce e capisci subito perché Bianchini lo ha ambientato proprio lì.

Gli stand-alone


Qui puoi entrare da dove vuoi. Non c'è un ordine obbligatorio e non ci sono pre-requisiti. Scegli quello che ti chiama di più.

Serviranno tanti fazzoletti. Non è un avviso, è una promessa! Bianchini in questo romanzo prende la leggerezza del suo stile e la usa per raccontare qualcosa di molto più grande e il risultato è uno di quei libri che non ti aspetti e che, per questo, ti arrivano il doppio.

Dolce. Semplicemente, profondamente dolce - nel senso migliore, quello che non ha niente di stucchevole. Un romanzo che si legge con la stessa sensazione di una domenica pomeriggio tranquilla: niente di urgente, tutto di prezioso.

Un libro che lascia addosso la voglia di saperne di più - di quelle storie, di quei luoghi, di quelle vite. Bianchini qui esce un po' dal suo perimetro consueto e il risultato è un romanzo che sorprende anche chi lo conosce bene.

La verità finale (e il permesso che ti stavi dando)


Leggere Bianchini non è una colpa. Non è una lettura "facile" nel senso sminuente del termine. È una lettura onesta, generosa, che ti chiede di abbassare le difese e lasciare che i personaggi ti sembrino familiari - perché lo sono.

I suoi protagonisti non sono eroi, non hanno vite straordinarie. Hanno le stesse domeniche, gli stessi pranzi, gli stessi amori complicati che abbiamo tutti.
E questa, se ci pensi, è la cosa più difficile da scrivere bene.

Da dove iniziare: il consiglio definitivo


Se non hai mai letto Luca Bianchini, inizia da Io che amo solo te. Poi vai in ordine con la serie, poi passa agli stand-alone quando vuoi.

Se lo conosci già ma hai letto a caso: recupera la serie nell'ordine giusto. Ti accorgerai di cosa ti sei persa.

Se lo ami già: Le ragazze di Tunisi è il Bianchini che non ti aspetti. Vale la pena!

Buona lettura e benvenuti a Polignano!

Laura

'Il professore' di Charlotte Brontë: il romanzo che avevano ragione a non voler pubblicare

Illustrazione d'epoca su tessuto con fiori secchi e il testo: il romanzo che avevano ragione a non voler pubblicare, recensione de Il professore di Charlotte Brontë
Il professore
Autore Charlotte Brontë
Editore Fazi
Pagine 298
Uscita 1857
Genere Classico vittoriano
William, uomo sensibile e letterato, decide di scappare da un lavoro pesante e competitivo nella zona industriale dello Yorkshire. Si trasferisce così in Belgio per insegnare in un istituto femminile, dove fa la conoscenza di Frances Henri, studentessa bisognosa e particolarmente intelligente, della quale un po' per volta si innamora, e dalla quale sarà corrisposto. I due innamorati però non avranno vita facile: saranno infatti numerose le sventure che la coppia dovrà affrontare – a cominciare dall'aperta avversione della scaltra direttrice della scuola – prima di riuscire a coronare il loro amore.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma solo se sai già cosa stai cercando - e non è un romanzo da amare.
Fa per te se vuoi capire come nasce Jane Eyre e ti basta la curiosità filologica come carburante.
Lascialo perdere se cerchi la Charlotte che brucia, che soffre, che ti prende per la gola - perché qui non c'è ancora.

La Libridinosa manda a quel paese chi recensisce e poi dice: "È solo la mia opinione"

Libro aperto con uva e fichi su sfondo autunnale, con il testo: è la mia opinione, senza il solo
Settembre.
Il mese del rientro. Il mese in cui si torna alla routine, si riapre il diario di lettura, si tornano a seguire a pieno ritmo i propri account preferiti sui social, si leggono le recensioni.

Le recensioni. Quelle belle, quelle brutte, quelle entusiaste, le stroncature colossali. Quelle che ti fanno aggiungere un libro all'infinita lista dei libri da comprare e quelle che te lo fanno debellare con un colpo di matita - o un click del mouse - talmente veloce da poter entrare nel Guinness dei primati!

Ecco, fermiamoci qui. Su quel gesto. Su quel momento preciso in cui tu leggi una recensione negativa, la trovi convincente e scrivi nei commenti: "Grazie, lo depenno dalla lista."
Perché quello che succede dopo - QUELLO CHE SUCCEDE DOPO mi fa venire voglia di sbattere la testa al muro!

Quello che succede dopo è che il recensore risponde: "Ma è solo la miaaaa opinioooooneeeee."

Sedetevi - dai su, lo sapete che a questo punto vi chiedo sempre di sedervi! Ho delle cose da dire - e sapete pure questo!

Prima questione: perché pubblichi una recensione


Voglio che ci fermiamo sulla domanda fondamentale, la domanda delle domande, l'annosa questione dei blogger e affini, quella che apparentemente nessuno si pone prima di aprire un'app o una pagina del browser e iniziare a scrivere.

Perché pubblichi una recensione?

Non è una domanda retorica, stelline di zia! È una domanda vera, con una risposta vera e voglio che ci pensiate prima di andare avanti.

La pubblicate perché vi pagano? No. Lo fate perché ve l'ha chiesto il ragazzo che vi piace? Nemmeno. Pubblicate una recensione perché avete letto un libro e volete condividere quello che ne pensate. Fin qui siamo tutti d'accordo, direi che possiamo andare avanti. Ma condividere con chi? Con la nonna? Con la zia, la cugina, la vicina di casa? No. 

Condividere con le persone che vi seguono, con le persone che leggono quello che scrivete. Con le persone che - carine loro - leggendovi, potrebbero farsi un'idea su quel libro; un'idea che non avevano prima o che avevano già e che voi confermate o smentite.

In una parola sola: condividere per influenzare.

Chi mi conosce sa quanto io detesti questa parola, ma facciamocene una ragione. 
Non è una parola brutta, ve lo dice zia Libbri! Influenzare (etciù!) - nel senso letterale, etimologico, pulito del termine - significa far scorrere qualcosa verso qualcuno... Possiamo fare in modo di non fare scorrere muco, per favore? Grazie!
Ergo, influenzare è sinonimo di far arrivare una prospettiva, offrire un punto di vista che l'altro può accettare o rifiutare.
Non serve l'aspirina, non dovrete mettere su il brodo di pollo, state tranquilli!

È quello che fa la critica letteraria. È quello che fa il consiglio di lettura, è quello che fa qualsiasi persona che parli di libri in pubblico, dal 1400 a oggi.

Se non volete trasmettere germi a nessuno, scrivete sul vostro diario. Tenete un file di note sul telefono, chiamate la nonna e raccontate a lei ciò che avete letto, parlatene con il vostro cane - le mie mi ascoltano sempre con grande interesse!

Seconda questione: cosa significa che qualcuno vi ringrazia


Torniamo alla scena del crimine, vi va?

Voi pubblicate una recensione negativa - e già questa cosa ha del miracoloso, visti i tempi che corrono! Diciamo che il libro non vi è piaciuto per vari motivi. Diciamo che avete argomentato - bene o male, non importa - il vostro giudizio.

Qualcuno legge, ci pensa e scrive nei commenti: "Grazie, lo depenno dalla lista."

Questo è il momento del successo. Questo è esattamente il motivo per cui avete pubblicato la recensione. Qualcuno vi ha letti, si è fidato di voi,  ha preso una decisione basandosi su quello che avete scritto.

Avete spostato dei germi influenzato qualcuno, ce l'avete fatta! E senza neanche attaccargli due linee di febbre.

E voi cosa fate? Vi smarcate. VI SMARCATE?

"Ma è solo la mia opiniooooone. Magari a te piacerà."
"Non prendere la mia parola per oro colato."
"Ognuno ha i suoi gusti!"

Voglio capire. Voglio davvero capire.

Avete appena ottenuto quello che cercavate - qualcuno che vi legge, vi considera affidabili, agisce di conseguenza - e la vostra reazione è quella di rimettere tutto in discussione? PERCHÉ?

Avete trascorso un'ora, forse di più, a scrivere quella recensione - PERCHÉ? - Avete scelto le parole, argomentato, pubblicato e aspettato i commenti. PERCHÉ?

E quando arriva il commento che dimostra che qualcuno vi ha presi sul serio, voi rispondete che forse non bisognava prendervi sul serio? PERCHÉ? PERCHÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉÉ?

Terza questione: lo scudo dell'opinione


Perché succede questa cosa? Perché il recensore si smarca? PERCHÉ? 

Ho una teoria. Una teoria sola, semplice, che non richiede particolari strumenti di analisi: vi ricattano. Vi hanno rapito la famiglia e la tengono in ostaggio. Vi hanno minacciati di far sparire tutti i vostri libri. È per questo che lo fate, vero? Ah no (leggere con la faccia meme di Salvini)?

Allora la risposta è solo una: paura.

Paura di essere responsabili, paura che l'autore vi scopra e venga a bucarvi le gomme dell'auto sotto casa. Paura che le persone a cui quel libro è piaciuto, vi attacchino a muso duro tacciandovi di "non-aver-capito-una-beata-minchia-di-quel-capolavoro" (che è quello che penso io, ad esempio, quando vedo recensioni negative di "It").

E allora si costruisce lo scudo: "È solo la mia opinione" non è una dichiarazione di umiltà, gente. È una clausola di non responsabilità, il modo per avere il meglio di entrambi i mondi: l'engagement della recensione forte e la sicurezza della via d'uscita.

Volete che la gente vi legga, vi segua, vi commenti, vi condivida. Volete che la vostra voce abbia peso. Ma quando vedete il peso, avete orrore della bilancia e pensate alla dieta!

Non funziona così. O avete un'opinione e la difendete oppure non la pubblicate.
Non esiste la via di mezzo del "Ho un'opinione fortissima, ma non sono responsabile di niente."

Quarta questione: il lettore che ringrazia


E poi c'è l'altra faccia di questa storia, quella che mi sta altrettanto a cuore.

Il lettore che ha scritto "Grazie, lo depenno dalla lista." - e mi sta a cuore perché spesso io sono stata quel lettore.

Quel lettore ha fatto una cosa bellissima: ha letto,  ha considerato, ha deciso. Ha usato la recensione che avete scritto esattamente per quello per cui esiste. Ha trattato il recensore come una voce credibile, degna di essere ascoltata.

E in risposta si è sentito dire che forse non doveva fidarsi così tanto.

Questa cosa è scortese. Non lo dico per drammatizzare - lo dico perché è la parola giusta. È scortese nei confronti di chi ti ha letto con attenzione. È come dire a qualcuno "ti ho dato un consiglio, ma poi fa come ti pare che sia mai io ti rovini la vita!" - il che solleva la domanda: perché darlo, allora?

Quello che invece si può fare


Non voglio che questo pezzo sembri una condanna senza appello. Non è questo il punto.
Il punto è che esistono modi onesti per gestire l'incertezza di un'opinione pubblica.

Potete scrivere "questa è la mia esperienza con questo libro, la vostra potrebbe essere diversa" - dentro la recensione, non nei commenti dopo che qualcuno ha già preso una decisione.

Potete specificare che certi elementi che non vi sono piaciuti, potrebbero funzionare per altri tipi di lettori. Potete, semplicemente, scrivere recensioni più sfumate - che poi è quello che distingue la critica dalla stroncatura di pancia.

Quello che non potete fare - proprio no! - è pubblicare una recensione netta, raccogliere l'engagement di una recensione netta e poi smarcarvi dall'effetto di una recensione netta.

La coerenza ha un costo. Il costo si chiama responsabilità.

Conclusione, con sopracciglio invariato


Quindi no, mi spiace, non ho simpatia per lo scudo dell'opinione: un'opinione pubblicata è un atto pubblico, ha un peso, ha conseguenze.
E chi la pubblica deve essere disposto a starci dentro - fino in fondo, con tutto quello che comporta.

Io ho scritto di libri che ho amato e di libri che non mi sono piaciuti per niente, di autori che adoro e di altri che non fanno per me. E quando qualcuno mi ha ringraziata, dicendo che avrebbe tolto quel libro dalla lista, ho risposto: "Sono qui per questo."

Non: "ma è solo la mia opinioooone."

Perché non è solo la mia opinione.
È la mia opinione. Senza il "solo".

È quella differenza è tutto.

Laura

'L'altra moglie di Garibaldi' di Silvia Montemurro: una donna vera non è necessariamente una donna amabile

Copertina di "L'altra moglie di Garibaldi" di Silvia Montemurro.
L'altra moglie di Garibaldi
Autore Silvia Montemurro
Editore Edizioni e/o
Pagine 299
Uscita 2026
Genere Biografia storica narrativa
Inverno 1860. In una cappella privata nei dintorni di Como vengono celebrate le nozze tra Giuseppe Garibaldi e la marchesa Giuseppina Raimondi. Il matrimonio dura un giorno soltanto. Lo scandalo che ne consegue, invece, passerà alla storia.
In una narrazione che intreccia realtà e fantasia, tra splendide ville affacciate sul lago, ambascerie segrete, amori proibiti e misteriose chiromanti, Silvia Montemurro ci guida nella riscoperta di un affascinante episodio del Risorgimento italiano. A caccia della verità, ammesso che ce ne sia una sola.
Seconda metà dell’Ottocento. Figlia della relazione illegittima tra il marchese Raimondi e una donna dal passato oscuro, la giovane Giuseppina ha imparato presto a guardare con disincanto sia all’amore sia al potere. Finché, mentre tutt’attorno imperversano i moti risorgimentali, il generale Giuseppe Garibaldi non s’invaghisce di lei. Giuseppina si ritrova così incastrata in un disegno troppo grande in cui la sua volontà sembra relegata a margine. Ma il destino, come scoprirà a proprie spese, segue vie tutte sue. Lo sa bene anche Alma, la chiromante che del destino ha fatto un mestiere. Cresciuta in una comunità nomade, fin da piccola ha appreso che la divinazione non consiste nel predire il futuro, ma nel portare alla luce quel che gli altri si rifiutano di vedere. Le vite delle due donne, Giuseppina e Alma, all’apparenza distanti nel tempo e nello spazio, sono in realtà legate a doppio filo. Perché la verità, detta o taciuta, finirà per avere conseguenze irreversibili per entrambe. Partendo da un’impeccabile ricostruzione storica, Silvia Montemurro firma un nuovo appassionante romanzo.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma sapendo cosa andate a cercare: storia, non simpatia.
Fa per te se ami le biografie narrative in cui il personaggio storico ti sfida invece di sedurti.
Lascialo perdere se ti aspetti che una donna dell'Ottocento ti faccia fare il tifo per lei.

'Carrie' di Stephen King: la storia vera dietro il romanzo, tra leggende da smontare e fatti documentati

King Size #1 Stanza 1 ・ Il terrore puro - Romanzo numero 1


Facciamo un patto prima di iniziare: se siete arrivati avendo appena letto la recensione di lunedì, mettetela da parte per qualche minuto. Qui non si parla più del libro in sé - si parla di quello che ci sta dietro, sotto, prima e dopo. E stavolta ho scavato sul serio, più a fondo del solito, perché Carrie non è mai stato per me un romanzo qualunque. È il primo libro che mi ha convinta che la paura autentica non abita nei mostri, ma nelle case. Un pensiero che non è arrivato con l'età adulta: è nato lì, sulla prima riga che King abbia mai dato alle stampe.

Accomodatevi, quindi. Oggi si va fino in fondo davvero.

I personaggi dietro i personaggi


Di Carrie White tutti ricordano il sangue di maiale e le fiamme del finale. Quasi nessuno si sofferma su chi l'ha resa possibile. Il vero mostro del romanzo - ve lo dico subito - non porta un vestito da ballo bruciacchiato: porta un grembiule e recita le Scritture a memoria.

Margaret White non è una madre rigida. È un sistema di pensiero elettricamente chiuso, dove esistono solo il puro e l'impuro, Dio e Satana, la salvezza e la dannazione - nessuno spazio intermedio. Ogni sua battuta è un dogma; ogni gesto apparentemente affettuoso è in realtà una punizione travestita da cura. Un dettaglio che raramente emerge: Margaret non parla mai a Carrie del ciclo mestruale. Non la prepara, non le spiega nulla della pubertà. Quel silenzio è già una forma di sopraffazione - non le viene sottratta solo la libertà, le viene negata la conoscenza elementare del proprio corpo. E c'è qualcosa di ancora più disturbante: il romanzo lascia trasparire che Margaret consideri la propria vita coniugale, e persino il concepimento di Carrie, come una caduta amorale mai davvero assorbita. Non riesce a tenere insieme desiderio e fede e, per uscire da quella contraddizione, trasforma il desiderio in peccato assoluto. Il vero incendio che brucia Carrie, perciò, non è quello del ballo. È quello che si accende ogni sera, da anni, dentro quella casa.

E poi ci sono loro due - Sue Snell e Chris Hargensen - che continuo a leggere come le due facce di una stessa colpa collettiva mai davvero elaborata. Una cosa che cambia la lettura: Sue non è la "ragazza buona" che il cinema ci ha consegnato. Era nello spogliatoio, rideva, seguiva il gruppo. Solo dopo arriva il rimorso - tardivo, imperfetto, ma reale - e quel rimorso la spinge a convincere il suo ragazzo a portare Carrie al ballo al posto suo. Chris, al contrario, non cerca niente di niente: è bella, ricca, popolare, abituata ad avere ciò che vuole e umilia Carrie non per crudeltà pura ma perché farlo consolida la sua posizione. Stessa generazione, stesso liceo, stesso gesto crudele all'origine - eppure una sceglie di fare i conti con la responsabilità, l'altra nega fino all'ultimo. Il campo di battaglia morale del romanzo, per me, non è mai stato Carrie contro il mondo. È Sue contro Chris: cosa facciamo noi, con la colpa, dopo aver fatto del male a qualcuno che non poteva difendersi?

Il retroscena


Questa è la parte che preferisco raccontare, perché la storia vera è ancora più assurda e più precisa di come circola di solito.

Maine, 1972. King ha venticinque anni, due figli piccoli e finalmente un posto fisso come insegnante di inglese alla Hampden Academy: 6400 dollari all'anno, che non bastano lo stesso. Per integrare vende racconti a riviste come Cavalier, Penthouse e Dude - ed è proprio come racconto breve per Cavalier che nasce Carrie. Arrivato alla scena della doccia, quella del primo ciclo mestruale vissuto come una condanna a morte, King si blocca: non si sente capace di scrivere dal punto di vista di un'adolescente, teme che il testo sia troppo lungo per essere venduto come racconto e non veda alcuno sbocco commerciale. Butta le prime pagine nel cestino.

Fine della storia - se non fosse per Tabitha, che le tira fuori dalla spazzatura, le legge e non si limita a dirgli di andare avanti: gli offre una collaborazione vera sulla psicologia e sui comportamenti delle ragazze di quell'età, quella prospettiva femminile che a lui mancava del tutto.

Qui, però, va corretta una leggenda molto diffusa ed è una delle cose che più mi ha sorpresa quando sono tornata sulle fonti: non è vero che Carrie venne respinto da ogni editore prima di essere "salvato". Fu l'editor di Doubleday, Bill Thompson - che aveva già letto alcune cose di King e ne aveva intuito il potenziale - a sollecitare nuovo materiale. Dopo le revisioni suggerite dall'editore, il romanzo fu accettato. Nessun lungo calvario di porte in faccia: solo un editor che aveva già capito con chi aveva a che fare.

L'anticipo di Doubleday fu di 2500 dollari - circa 17 mila dollari di oggi - comunicato mentre King, per risparmiare - aveva tolto il telefono di casa. Il romanzo uscì il 5 aprile 1974, circa 30 mila copie in copertina rigida. Il colpo vero, però, quello che in pochi raccontano con la giusta enfasi, arrivò dopo: i diritti dell'edizione economica furono venduti a Signet per 400 mila dollari - equivalenti a circa 2,7 milioni di oggi - divisi a metà con Doubleday, grazie al lavoro dell'agente Kirby McCauley, che sarebbe diventato uno dei più influenti agenti letterari dell'horror americano. King ha raccontato più volte quella telefonata: il suo agente gli disse la cifra, lui capì male, pensò fossero quarantamila dollari. L'agente ripeté: "Four hundred thousand." Un altro dettaglio che smentisce la storia ufficiale: King non lasciò la cattedra subito dopo aver firmato il contratto - fu soltanto il ricavato dei diritti paperback, mesi più tardi, a renderlo davvero possibile.

Schermo


La lista è lunga e vale raccontarla con le correzioni necessarie, perché il cinema ha riscritto più cose di quante immaginiamo.

Il film di Brian De Palma del 1976 è ancora insuperato e Sissy Spacek si è guadagnata una nomination all'Oscar - ma c'è un dettaglio che quasi nessuno nota: nel romanzo Carrie è descritta in sovrappeso, con l'acne, goffa, trascurata nell'aspetto. Spacek non corrisponde per niente a quella descrizione fisica; funziona perché porta sullo schermo la fragilità emotiva del personaggio, non il suo corpo. Anche Piper Laurie, la Margaret più iconica di sempre, è in realtà un'invenzione più teatrale e barocca di quella scritta da King: sulla pagina Margaret è più ambigua, meno demoniaca e proprio per questo più inquietante - non un mostro straordinario, ma una donna che ha rimpiazzato il dubbio con la certezza assoluta. E la scena più imitata nella storia dell'horror, la mano che spunta dalla tomba nel finale, nel romanzo non c'è: è un'invenzione di De Palma, senza appello.

Poi viene un sequel originale nel 1999 (The Rage: Carrie 2, senza King), un remake televisivo del 2002 più fedele ma inevitabilmente meno potente e, nel 2013, il remake con Chloë Grace Moretz che porta il bullismo nell'era digitale - cellulari, video, umiliazione pubblica in rete - probabilmente l'aggiornamento culturale più riuscito, anche se gli effetti speciali finiscono per smorzare l'ambiguità emotiva del libro. E poi c'è Carrie: The Musical, naufragato a Broadway nel 1988 dopo poche repliche, diventato sinonimo di disastro teatrale - ma riscritto negli anni seguenti fino a costruirsi una comunità vera di appassionati. Ulteriore prova, se ancora servisse, che questa storia funziona anche cantata.

La cosa che vale la pena leggere fino in fondo: mentre scrivo, Prime Video ha appena diffuso le prime immagini e la data ufficiale di uscita di una nuova serie, otto episodi, firmata dallo showrunner Mike Flanagan - lo stesso di Midnight Mass e The Haunting of Hill House. È la prima trasposizione seriale del romanzo, pensata per dare più spazio e respiro ai personaggi. Debutto previsto il 7 ottobre. Non capita spesso che un classico di cinquant'anni torni sotto i riflettori nel momento esatto in cui si decide di rileggerlo: prendetelo come un segno, se siete un po' scaramantici come me.

Quello che il romanzo non dice


Vi lascio con la correzione più importante, quella che ripeto ogni volta che qualcuno mi dice "ah sì, il libro sui poteri telecinetici": la telecinesi, nel romanzo, occupa uno spazio relativamente ridotto. Ben più ampio è quello riservato all'isolamento, alla vergogna, al legame tra madre e figlia, alla violenza collettiva. Il potere è il detonatore della tragedia, non il suo fulcro.

King non racconta una ragazza che scopre di avere un dono. Racconta cosa accade a un corpo - e a una mente - quando nessuno gli ha mai insegnato di avere il diritto di esistere senza dover chiedere scusa. La vera arma di Carrie White non è mai stata la telecinesi. È tutto quello che le è stato sottratto prima ancora che imparasse a farne uso.

E se questo non vi ha fatto venire la pelle d'oca, forse è il momento di prendere in mano questo libro.

Laura