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Recensione 'Le donne dell'Acquasanta' di Francesca Maccani - Rizzoli

 

LE DONNE DELL'ACQUASANTA || Francesca Maccani || Rizzoli || 7 giugno 2022 || 320 pagine



Palermo, 1897. Lavorano in coppia, in sincrono perfetto, Franca e Rosa: le dita sottili ed esperte arrotolano foglie di tabacco da mattina a sera. Amiche da sempre, le due ragazze sono cresciute insieme in un borgo di pescatori spalmato ai lembi della città, accanto alla Manifattura Tabacchi dell’Acquasanta. Diverse come il sole e la luna, impetuosa Franca e timida Rosa, respirano tutto il giorno l’aria greve della fabbrica, sotto lo sguardo predatorio dei padroni. Anche fuori da lì, il mondo delle sigaraie è governato dagli uomini – mariti, padri, fratelli: il lusso delle ville del centro lo possono solo sognare, e se lo conoscono, è perché si sono vendute ai signori che le abitano per arrotondare la misera paga da tabacchine. Perderla è impensabile, e per questo le madri sono costrette a tenersi i figli neonati legati dietro la schiena, mentre faticano chine sui sigari. Ma all’ennesimo sopruso, Franca decide che è ora di alzare la testa e lottare per un diritto che alle femmine sembra negato: la dignità. Così, insieme a Rosa e Salvo, un sindacalista che ha il suo stesso spirito indomito e appassionato, combatterà per aprire un baliatico all’interno della Manifattura, uno dei primi asili per i figli delle lavoranti in una fabbrica nel Regno. E scoprirà il prezzo da pagare per difendere le proprie idee e il proprio amore. Una storia vera, di riscatto e amicizia, che illumina una battaglia pionieristica e ancora sconosciuta, sullo sfondo di una Palermo che non finisce mai di incantarci.

Leggendo le note dell'autrice a fine romanzo, pare che dietro questa storia ci sia un lungo e attento lavoro di studio e documentazione. Dico pare perché, una volta terminata la lettura, mi è sembrato che voler raccontare la storia dell'apertura di un asilo all'interno di una fabbrica, sia stata, per l'autrice, solo la "scusa" per narrare un pezzetto di vita di due ragazze siciliane di fine Ottocento.
Un po' come accaduto qualche tempo fa per La segnatrice, anche questa volta mi sono trovata tra le mani un romanzo che ruota attorno a un pretesto per poi ripiegare su tutt'altro.

Rosa e Franca sono cresciute assieme, amiche sin da bambine, l'una l'opposto dell'altra, paiono compensarsi perfettamente tanto nel carattere quanto nel fisico: Rosa bionda, formosa, dalla pelle chiara, timida e riservata; Franca forte, tenace, cocciuta, mora e spigolosa.
Le due ragazze crescono tra povertà e fatica e, appena possibile, iniziano a lavorare alla Manifattura Tabacchi dell'Acquasanta.
Intere giornate trascorse con la testa china sui tavoli, le mani svelte che arrotolano e stringono sigari pregiati, nel silenzio assoluto, smorzato, ogni tanto, dalle preghiere di madri che vedono i loro figli star male.
Già, perché pur di non perdere la giornata di paga, le donne lavoravano in condizioni disumane, ma soprattutto, portavano con loro i figli piccoli, legandoseli addosso con delle fasce e facendoli crescere in un ambiente poco salubre.

Sarà Franca a rendersi conto, dopo che una delle sue amiche perderà il figlio, che quella situazione non può andare avanti e, decisa a far sì che le cose cambino, si rivolgerà a Salvo, un sindacalista che prenderà a cuore la situazione delle tabacchine dell'Acquasanta tanto quanto prenderà a cuore Franca.
Questa la storia alla base di questo romanzo; una storia che, però, è racchiusa in poco meno di venti pagine, tante, infatti, sono quelle dedicate alla lotta di Franca e Salvo per ottenere l'apertura di un baliatico in fabbrica e delle migliori condizioni di lavoro.
Le altre 300 pagine che compongono il romanzo sono state utilizzate dall'autrice per raccontarci la quotidianità di Franca e Rosa, i loro sogni, gli amori nascenti, i corteggiamenti, i pettegolezzi in fabbrica, i dolori.
Tutto ciò in un perfetta alternanza del tragitto che le due ragazze compiono per andare da casa al lavoro ogni mattina e viceversa ogni sera, con qualche deviazione per la messa della domenica!

Se si fregia di una bella scrittura, questo romanzo, purtroppo, si perde per strada in tutto il resto. Il tipo di narrazione regala la sensazione di assistere a uno di quei vecchi drammi in bianco e nero, dove tutto ruota attorno alle due protagoniste, ma che, in fondo, non raccontavano mai nulla di che. Eppure, ci tenevano legati allo schermo!
Cosa che non accade, o almeno non del tutto, con questo libro: se la prima parte incuriosisce, quando ci si rende conto di dover arrivare ben oltre la metà per avere più di un accenno all'apertura dell'asilo e, soprattutto, perché accada qualcosa di davvero interessante, si smorza la voglia di proseguire e si procede più per inerzia che per vera voglia.
Arrivati all'ultima pagina, ci si rende conto di aver letto nulla più che la storia di Franca e Rosa che, purtroppo, non è una storia che desta particolare interesse: sono due ragazze siciliane di fine Ottocento, nate in miseria e, come tali, vivono la loro vita. Una sogna il matrimonio, l'altra no; lavorano, aiutano le famiglie, ma nulla di più.
Incomprensibile, almeno ai miei occhi, l'inserimento della vicenda di Mela, una delle ragazze che lavorano con Rosa e Franca che, per quanto dolore possa suscitare e per quanto possa essere esemplificativa della situazione malsana delle lavoratrici, rimane una parentesi aperta e chiusa con eccessiva fretta dall'autrice.

A rallentare notevolmente la lettura, poi, c'è la scelta di Maccani di utilizzare il dialetto in maniera smisurata; se può essere comprensibile l'uso nei dialoghi (stiamo parlando di gente del popolo che non ha studiato), non ne ho compreso l'uso spropositato anche nelle parti di pura narrazione.
Maccani utilizza termini dialettali in ogni dove e, pur essendo io siciliana, mi rendo conto di aver spesso faticato a procedere con la lettura, che risulta frammentaria proprio a causa di questa scelta. Non oso immaginare la reazione di un bresciano che si ritrovi tra le mani questo libro!!!

Particolarmente fastidiosa, poi, la retorica con cui vengono dipanate certe situazioni, con un continuo sciorinare frasi fatte e, cosa ancora peggiore, le frasi ad effetto che chiudono buona parte dei capitoli e che, invece di creare suspense e voglia di proseguire con le lettura, fanno solo alzare gli occhi al cielo al lettore, che non vede via d'uscita da quello che pare un continuo voler trascinare le situazioni senza motivo!

Come direbbe un qualunque (retorico) insegnante: "È intelligente, ma non si impegna!". Ecco, questo romanzo aveva delle grandi potenzialità, ma evidentemente l'impegno per esprimerle non è stato sufficiente!



Ringrazio la Casa Editrice per avermi inviato una copia del romanzo

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