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Recensione 'Carlo è uscito da solo' di Enzo Gianmaria Napolillo - Feltrinelli


CARLO È USCITO DA SOLO || Enzo Gianmaria Napolillo || Feltrinelli || 5 marzo 2020 || 248 pagine

Carlo ha trentatré anni e non esce mai da solo. Non rivolge la parola agli sconosciuti e conta tutto ciò che lo circonda: le briciole sul tavolo, le gocce di pioggia sulla finestra, le stelle in cielo. "Una linea retta è una serie infinita di punti", così gli ha detto anni prima la professoressa delle medie, ma non l'ha avvisato che alcune rette possono essere interrotte. Come la linea rassicurante della sua vita, che un giorno è andata in pezzi e da allora non è più stato possibile aggiustarla. Per questo ora Carlo si circonda di abitudini e di persone fidate, come i suoi genitori e sua sorella Giada: ha costruito un muro tra lui e il mondo esterno. Finché una mattina incontra Leda, la nuova ragazza del bar dove fa sempre colazione con il padre, ed è lei a creare una crepa nel muro, a ridargli un raggio di speranza. Nelle loro durezze, nei loro spigoli, riconoscono il reciproco dolore, stringono una tacita alleanza e cercano la forza per affrontare i ricordi e camminare liberi verso il futuro. Il racconto di un ragazzo e una ragazza danneggiati dalla vita, la storia tenace di un uomo che non si arrende e di una donna che potrebbe aiutarlo a rinascere, a darsi una possibilità. A uscire da solo, per non essere più solo.




Ha trentatré anni e non esce mai da solo. Conosce a memoria decine di numeri di telefono, il prezzo al chilo del pane e del prosciutto. La matematica e una memoria fotografica lo aiutano a delimitare confini in cui sentirsi al sicuro.
Lui è Carlo e io gli voglio bene. Abbiamo trascorso insieme due pomeriggi. In silenzio, accoccolata in poltrona e con la coperta sulle gambe, una tazza di cappuccino e un cornetto a farmi compagnia. 
Mi sono intrufolata nella vita di Carlo, ho aperto la porta della sua camera e l'ho visto lì, un ragazzone alto alto, piedi grandi, spalle larghe, cuffie alle orecchie e la testa che dondolava al ritmo di musica.
Mi sono seduta accanto a lui, sul pavimento, ma non l'ho toccato, perché non volevo distrarlo né spaventarlo. L'ho osservato, silenziosa; ho ascoltato i suoi silenzi, spiato le sue paure, sentito il suo dolore.

Carlo ha trentatré anni, non esce mai da solo. La mattina va a fare colazione al bar con papà Anselmo: cappuccino e cornetto per due, grazie! Carlo si gira e i suoi occhi si perdono in quelli di Leda, la nuova barista. È un attimo, un soffio, un alito di sorriso prima che Carlo abbassi lo sguardo.
Ma in uno sguardo, lo sappiamo, può nascondersi quello spiraglio, quella chiave necessaria ad aprire una porta chiusa da troppo tempo.

Torna Enzo Gianmaria Napolillo, cinque anni dopo Le tartarughe tornano sempre, e lo fa con quella scrittura di cui mi sono innamorata leggendo la storia di Giulia e Salvatore.
Enzo torna e ci racconta di un ragazzo di nome Carlo che vive chiuso in un guscio: la sua camera, la sua musica, una routine consolidata. 
Carlo ha subìto, ha taciuto, ha deciso di chiudere la vita fuori da una porta. Al di qua di quell'uscio solo mamma Rita, papà Anselmo e la sorella Giada.
Finché Leda non deciderà che un sorriso di zucchero su un piattino potrebbe essere la chiave giusta per aprire quella porta.
Il sorriso di zucchero è nei riflessi del vetro, scolpito nella ceramica del piattino. Ci prova a contare le gocce, ma sono troppe.
In questo suo nuovo romanzo, Napolillo ci racconta una storia fatta di dolore e solitudine: la solitudine di Carlo, sicuramente, ma anche quella di due genitori che si troveranno ad affrontare un figlio che, giorno dopo giorno, si chiuderà in se stesso; due genitori impotenti davanti al dolore di un ragazzo, due genitori che dovranno fare i conti con le loro imperfezioni e i loro errori.
E nell'ombra di questo dolore e dei silenzi che avvolgono le mura di casa di Carlo, c'è anche Giada, una sorella che impara a farsi da parte, che si rannicchia nel guscio di chi è costretto a venire sempre dopo.

Napolillo ci racconta, con estrema delicatezza e senza alcun eccesso, quanto le parole dei nostri ragazzi possano distruggere una vita, quanto la paura possa fare a pezzi un sorriso.
Carlo è uscito da solo è una storia delicata che apre la porta sull'oscurità dell'adolescenza, sulla cattiveria gratuita che i ragazzi sono in grado di usare come arma.
Carlo e Leda sono due ragazzi a cui la vita ha fatto troppo male, hanno ferite non evidenti, ferite dell'anima, cuori spezzati. Carlo e Leda si riconoscono, si prendono per mano, si guardano negli occhi e capiscono che per riemergere da quell'acqua che li ha sommersi, per tornare a respirare, devono guardare entrambi nella stessa direzione, devono camminare insieme verso il loro orizzonte.
Carlo capisce di non essere l'unica vittima, che il dolore e la paura sono sentimenti comuni, che l'unico modo per sconfiggerli è creare il proprio piccolo mondo, abitarlo di persone scelte con cura, perché è saper scegliere a fare la differenza.
Ho iniziato a leggere questo libro e ho sentito ogni parte del mio corpo andare in pezzi; andavo avanti con la lettura e non riuscivo più a ricompormi. Sono arrivata all'ultima pagina ed ero cenere. Ho pianto, ho sentito mio il dolore di Carlo, avrei voluto abbracciarlo, avrei voluto urlare, avrei voluto far miei i suoi lividi, le sue ferite, i suoi silenzi.

Lui è Carlo, ha trentatré anni, è uscito da solo e io gli voglio bene! 


Ringrazio Feltrinelli Editore per avermi fornito una copia del romanzo

Commenti

  1. Jacques Van Schoor19 marzo 2020 19:28

    È un romanzo bellissimo di un autore che possiede il suo stile. Parla dei suoi personaggi con dolcezza e tenerezza. L'onniscienza gli permette di far vedere al lettore le loro anime (soprattutto quelle belle). Sequenze al presente e al passato alternano finché non si raggiungono alla fine del romanzo. Un racconto pieno di umanità… anche se è presente pure la crudeltà di alcuni… (Ho tradotto «Le tartarughe tornano» sempre in francese, e spero di poter tradurre fra poco «Carlo è uscito da solo».)

    RispondiElimina
  2. Bellissimo... una gran sofferenza pensare a quanto possano essere comuni situazioni come quelle di Carlo. Scrittura toccante, lieve ma profonda. Bello davvero. Avevo molto amato anche "Le tartarughe tornano sempre". Carlo è stata una conferma.

    RispondiElimina

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