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Le ultime chiacchiere

'Il professore' di Charlotte Brontë: il romanzo che avevano ragione a non voler pubblicare

Il professore
Autore Charlotte Brontë
Editore Fazi
Pagine 298
Uscita 1857
Genere Classico vittoriano
William, uomo sensibile e letterato, decide di scappare da un lavoro pesante e competitivo nella zona industriale dello Yorkshire. Si trasferisce così in Belgio per insegnare in un istituto femminile, dove fa la conoscenza di Frances Henri, studentessa bisognosa e particolarmente intelligente, della quale un po' per volta si innamora, e dalla quale sarà corrisposto. I due innamorati però non avranno vita facile: saranno infatti numerose le sventure che la coppia dovrà affrontare – a cominciare dall'aperta avversione della scaltra direttrice della scuola – prima di riuscire a coronare il loro amore.

Vale la pena leggerlo? Sì, ma solo se sai già cosa stai cercando - e non è un romanzo da amare.
Fa per te se vuoi capire come nasce Jane Eyre e ti basta la curiosità filologica come carburante.
Lascialo perdere se cerchi la Charlotte che brucia, che soffre, che ti prende per la gola - perché qui non c'è ancora.

Il punto zero


Il professore è l’unico romanzo che Charlotte Brontë non ha mai visto stampato. Lo scrisse tra il 1846 e il 1847, lo propose agli editori per anni, fu rifiutato ogni volta. Jane Eyre - scritto dopo, nello stesso periodo di tentativi - venne pubblicato nel 1847 e diventò un caso letterario. Il professore uscì nel 1857, due anni dopo la morte di Charlotte, per la sola volontà del marito.

Non è un brutto romanzo, è qualcosa di più scomodo: è Charlotte prima di essere Charlotte. È lei che prova la voce, cerca la strada, impara a fidarsi del proprio istinto - e qui ancora non ci riesce. Leggerlo sapendo tutto quello che verrà dopo ha qualcosa di malinconico che non passa.

Un protagonista, un problema


William Crimsworth, orfano di buone origini, rifiuta la carriera ecclesiastica, lavora umiliato dal fratello in una fabbrica tessile, parte per il Belgio e diventa insegnante. Incontra Frances Henri, la sposa, tutto si risolve. Forse troppo bene.

Il problema non è la linearità - può essere una scelta precisa. Il problema è che non c’è tensione, non c’è quel senso di pericolo sotterraneo che Charlotte sa creare come poche. La signorina Reuter avrebbe tutti i presupposti per essere una figura magnetica e resta sulla superficie. Frances, che sulla carta dovrebbe essere il cuore del romanzo, mi è rimasta indifferente dalla prima all’ultima pagina.

La scelta che non funziona


Charlotte sceglie un narratore maschile - una mossa comprensibile per un’autrice dell’Ottocento che voleva più libertà di movimento. Ma finisce per ingessare la scrittura invece di liberarla. William Crimsworth è freddo, giudicante, portatore di una superiorità morale che non si guadagna, ma esibisce. Non è un personaggio complesso nel senso buono. È rigido - e la rigidità è una cosa diversa dalla complessità.

Una possibile lettura è che Charlotte abbia scelto la voce maschile per proteggersi e che quella protezione si sia trasformata in distanza. Charlotte è più Charlotte quando parla da una voce femminile che non ha niente da dimostrare. Lo si capisce chiaramente solo dopo aver letto Jane Eyre - o Villette, che riprende quasi tutti gli stessi elementi di questo romanzo, Bruxelles, la scuola, il professore, e li trasforma in qualcosa di completamente diverso. Più doloroso, più vero, più suo.

Quello che il contesto spiega


L’esperienza a Bruxelles è sotto ogni pagina di questo romanzo - l’amore non corrisposto per il professor Heger, la convivenza in un collegio straniero, l’isolamento. In Villette quella materia autobiografica esplode in modo quasi insostenibile. Qui viene tenuta a bada, razionalizzata, distribuita su un personaggio maschile che la filtra e la raffredda.

Vale la pena notare che Charlotte continuò a proporre Il professore agli editori anche mentre Jane Eyre diventava un successo - come se non riuscisse ad abbandonarlo del tutto, come se sentisse che lì c’era ancora qualcosa da recuperare. Non lo recuperò mai. Il romanzo che conosceva meglio era anche quello che non riusciva a sistemare.

Lo sguardo di Roby


Il professore è un cantiere prima ancora che un edificio. I materiali ci sono, le fondamenta reggono, ma non è chiaro cosa l’edificio debba ospitare. William Crimsworth funziona come involucro, non come spazio abitabile - una facciata corretta e solida, senza interni. Charlotte usa la prima persona, la stessa tecnica che in Jane Eyre genera empatia immediata, ma qui l’effetto si inverte: più William parla, meno ti interessa quello che dice.

Lo trovo interessante quasi esclusivamente come documento di processo. Puoi studiarlo per capire come nasce Villette nello stesso modo in cui certi schizzi di un architetto valgono più delle opere finite - ma solo se sai già cosa stai cercando.

Quello che rimane


Ho chiuso Il professore con qualcosa che non è la delusione. La delusione presuppone aspettative troppo alte e io ci sono arrivata conoscendo già la sua reputazione. È qualcosa di più quieto - una sorta di rispetto freddo per un romanzo che è il punto zero di una delle voci più grandi della letteratura vittoriana.

Charlotte non ha mai voluto mostrarlo, gli editori glielo hanno rifiutato. È uscito dopo la sua morte.

Forse aveva ragione lei. Ma nessuna Jane Eyre nasce dal nulla - e questo, almeno, vale la lettura.

Se ti è rimasto qualcosa addosso, potrebbero interessarti anche:
  • Jane Eyre di Charlotte Brontë - la stessa voce quando ha smesso di trattenersi e ha iniziato a bruciare davvero.
  • Villette di Charlotte Brontë - tutto quello che Il professore voleva essere e non è riuscito a diventare.
  • La signora di Wildfell Hall di Anne Brontë - la sorella meno celebrata, con una voce che non ti aspetti e un coraggio che sorprende ancora.
Laura

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