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La felicità sta tra una pagina e l'altra (e un tè caldo)

Piccola, silenziosa, ostinata: una forma di resistenza quotidiana

È domenica.
Tardo pomeriggio. Quell'ora strana in cui il giorno non è più giorno e la settimana successiva bussa senza ancora farsi vedere.

Sono sul divano, accoccolata a Roby.
Il tè è caldo, non più bollente. Il libro è aperto, ma non con l'urgenza di chi deve arrivare da qualche parte.
Più con la calma di chi sa che può restare.

Non succede niente di speciale.
Niente foto da postare, niente momenti da segnare come importanti.

C'è solo un libro aperto sulle ginocchia, il respiro di Roby che si appoggia al mio e quella sensazione precisa e riconoscibile: pace.
Non felicità da fuochi d'artificio.
Pace.

Quando parlo di leggere come forza di resistenza, è esattamente questo che intendo.
Non un gesto eroico, non la lettura come identità da difendere a colpi di storie e statistiche.

Leggere, in questo senso, è un atto minuscolo ma ostinato. È scegliere di stare.
È dire, senza proclami, che non tutto deve essere sempre utile, produttivo e condivisibile.

Anche la felicità, a volte, è una forma di resistenza, soprattutto quando è silenziosa.

Questa felicità così piccola viene spesso sminuita perché sembra noia.
Non fa rumore, non produce racconti eclatanti, non sembra degna di essere raccontata, figuriamoci difesa.

Eppure è proprio qui che si apre la riflessione: perché siamo stati educati a pensare che la felicità debba essere visibile, debba lasciare tracce e dimostrare qualcosa.

La felicità silenziosa - quella che abita tra una pagina e l'altra, tra un sorso caldo e un abbraccio - viene letta come mancanza.
Come cosa da poco.
Come "niente di che".

Ma forse il problema non è lei.
Forse il problema è che non sappiamo più restare fermi abbastanza a lungo da riconoscerla.

La pace non è entusiasmo né eccitazione.
Non è nemmeno gioia nel senso in cui usiamo di solito questo termine.

È una felicità a bassa intensità, ma ad alta durata.
Sta nelle cose che puoi rifare domani.
E dopodomani.
Senza consumarle.

Un libro letto senza fretta, una domenica che non chiede risultati.
Una presenza che non va documentata per esistere.

E proprio per questo, questa pace entra subito in conflitto con ciò che ci viene chiesto quotidianamente.

Quando scelgo questa felicità fatta di pagine e tè caldo, sto resistendo al mondo esterno.
A quell'idea per cui ogni momento deve avere uno scopo.
Per cui anche il riposo deve "servire" a qualcosa: ricaricarsi, migliorarsi, tornare più efficienti.

Questa felicità, invece, non serve a niente.
E proprio per questo necessaria.

Leggere così, stare così, essere così, è un modo per dire che non tutto deve accelerare.
Che esistono spazi che non vanno ottimizzati.
Che l'essere presenti non significa esserci sempre, ma esserci meglio.

C'è una felicità che non mi somiglia più.
È quella della presenza a ogni costo, quella che chiede di esserci sempre e comunque.
Che trasforma ogni esperienza in un atto pubblico e misura la vita in base a quanto è visibile.

Io quella felicità la conosco e non la disprezzo.
Ma non è più casa mia.

La mia felicità, oggi, non ha bisogno di testimoni, ma di tempo.
Per me oggi la felicità non è esserci sempre, ma esserci meglio.
Meglio con chi conta.
Meglio nei momenti che non fanno rumore.
Meglio dentro i gesti che non chiedono attenzione, ma presenza.

Un libro aperto, un tè caldo, un abbraccio che non ha fretta.

Forse la felicità non è qualcosa da inseguire, ma qualcosa che succede quanto smetti di correre.
E se la felicità fosse proprio rallentare perché facciamo fatica a riconoscerla?

Come ritrovare il piacere di leggere dopo un blocco




C’è stato un periodo in cui, al posto di leggere, parlavo. 

Parlavo con Roby. 
Sul divano, in cucina, mentre preparavamo il caffè, anche quando non c’era niente di urgente da dire. Parlavo per il gusto di sentire le nostre voci rimbalzare per casa, per non riempire il silenzio con qualcosa che avrei dovuto fare. 

I libri erano a pochi metri. 
Non lontani. Non assenti. 
Solo… fermi. 

E io, invece di aprirli, aprivo discorsi. Piccoli. Quotidiani. Inutili all’apparenza. Ma necessari. 
Col senno di poi, credo che quello fosse già leggere. Solo che non lo sapevo ancora. 

Quando parlo di leggere come forma di resistenza, non intendo un gesto eroico. 
Non intendo stringere i denti, continuare nonostante tutto, difendere la lettura come se fosse una bandiera da sventolare contro il mondo. 

Intendo qualcosa di molto meno spettacolare. Resistere all’idea che tutto debba produrre qualcosa. Anche i libri. Anche l’amore per i libri. 

Il mio blocco non è arrivato all’improvviso. È cresciuto piano, come crescono le stanchezze vere. Era una stanchezza da lettura-prestazione: troppi libri in troppo poco tempo, troppa esposizione, troppe aspettative silenziose che non avevo scelto davvero. 

E a un certo punto leggere non era più un rifugio. 
Era rumore in più. 

L’emozione dominante, in quel periodo, era la stanchezza. 

Non la noia. 
Non la perdita di interesse. 
Proprio la stanchezza. 

La cosa più difficile del non leggere non era non leggere in sé. Era la pressione. Quella sottile, costante, mai dichiarata, che arriva soprattutto da fuori. Da chi ti segue, da chi ti associa a un gesto, a un ruolo, a un’identità precisa.

Come se non leggere, per una bookblogger, fosse una colpa da giustificare.
Come se ci fosse sempre qualcuno pronto a chiederti: “Ma allora che senso ha quello che fai?”
Quella domanda non era cattiva. Ma era invasiva.

E ha iniziato a scavare.

Perché quando il piacere diventa un dovere pubblico, smette di essere tuo. E io, senza accorgermene, stavo resistendo a una versione di me che non mi rappresentava più: sempre sul pezzo, sempre leggente, sempre performante, sempre presente.

Il blocco, allora, non era un vuoto.
Era una distanza di sicurezza.

Ricordo un pomeriggio di maggio, a casa, a Cremona.

Ero distesa sul divano. Roby disegnava.
Non ho letto. Non ho scritto. Non ho pensato a cosa avrei dovuto fare “per sbloccarmi”.

Sono rimasta a guardarlo per più di cinque ore.
Cinque ore in cui non è successo niente di interessante da raccontare. 
Nessun pensiero illuminante. Solo il tempo che passava, la matita che si muoveva, la luce che cambiava lentamente.

Oggi so che quello non era tempo perso.
Era riposo.

Ed è qui che la resistenza diventa chiara: non stavo resistendo ai libri, ma al rumore che li circondava. Alla narrazione per cui, se ami qualcosa, devi dimostrarlo sempre.
Pubblicamente. Costantemente.

Io, in quel momento, stavo scegliendo il silenzio.

Il piacere non è tornato con un colpo di scena. Non è arrivato grazie al “libro giusto”. Non è stato un atto di volontà.

È successo una sera, sempre a casa, sempre a Cremona.
Sempre sullo stesso divano.
Roby ha preso un libro. Si è seduto.
Io mi sono appoggiata a lui.
Abbiamo iniziato a leggere insieme. Senza dirlo. Senza celebrarlo.

Nessuna promessa. Nessun obiettivo. 
Solo due corpi fermi e un tempo condiviso. 

In quel momento ho capito una cosa che avrei voluto mi dicessero prima: non si torna a leggere quando lo decide la testa, ma quando il corpo smette di difendersi. 

Forse non si tratta di tornare a leggere. 
Forse si tratta di scegliere quando leggere. 

Scegliere di non forzare. 
Scegliere di non spiegare. 
Scegliere di non rispondere subito alle aspettative altrui. 

Se leggere è una forza di resistenza, allora a volte resistere significa posare il libro tavolo e fare altro. Parlare. Guardare qualcuno disegnare. 
E aspettare che il desiderio, se vuole, torni a bussare. 
Senza rumore. 

Forse, più che chiederci quando torneremo a leggere, dovremmo chiederci a cosa stiamo resistendo mentre non lo facciamo?
La risposta, spesso, conta più del libro.