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I libri che BookTok ama (e che l'editoria insegue a perdifiato)

Il problema non è chi legge romantasy su TikTok. Il problema è chi decide di pubblicare solo quello.


Entra in una libreria nel 2026. Guardati intorno.

Tre quarti delle novità hanno la copertina pastello, una protagonista con gli occhi color tempesta e almeno un'ala di drago sul retro.
Oppure - variante altrettanto diffusa - un uomo misterioso con le braccia tatuate e un segreto oscuro che cambierà per sempre la vita di una donna che non cercava l'amore ma lo troverà comunque, naturalmente, entro la fine del terzo capitolo.

Benvenuto nell'editoria del 2026!

Dove quello che si pubblica non lo decide più un editor con una visione, ma un algoritmo con una dashboard.

BookTok non è il problema

Partiamo da una cosa che molti lettori forti faticano ad ammettere, forse per una questione di orgoglio da categoria: BookTok non è il nemico.

È un movimento nato dal basso, fatto di ragazze - e qualche ragazzo - che si filmano con i libri in mano, piangono sui finali, costruiscono aesthetic coordinate e si consigliano titoli con un entusiasmo che molti di noi hanno dimenticato di avere.
Creano community reali, accendono discussioni e - fatto non trascurabile - comprano libri. Tanti.

Chi siamo noi per dire che il loro entusiasmo valga meno del nostro?

Il romantasy piace? Benissimo. Il dark romance fa girare la testa? Ottimo! I libri-oggetto con la copertina specchiata e il segnalibro coordinato fanno felici migliaia di lettrici? Perfetto! Almeno qualcuno in questa società legge ancora qualcosa di fisico invece di scrollare social con gli occhi fissi sullo schermo, guardando video che avrà dimenticato entro 10 minuti.

BookTok ha avvicinato alla lettura una generazione intera. Questo non si discute.

Il problema arriva dopo.

Il problema è chi gli corre dietro

Il problema è quando un intero settore industriale smette di ragionare e inizia a inseguire.

L'editoria italiana - e non solo quella italiana, sia chiaro - ha sviluppato, negli ultimi anni, una capacità straordinaria: fiutare cosa sta andando forte su TikTok e replicarlo nel giro di diciotto mesi.
Romantasy virale in America? Eccone dodici versioni locali.
Dark romance con copertina cupa e titolo in inglese anche se l'autrice è di Bergamo? In libreria entro primavera.

Non è una critica agli autori. Scrivere quello che il mercato chiede è una scelta legittima e, spesso, anche necessaria per sopravvivere in un settore che non è mai stato particolarmente generoso con chi ci lavora.

La critica è a chi sta in cima alla filiera e ha smesso di scommettere.

Scommettere su una voce nuova e scomoda che non sa come si fa una copertina patinata. Su un romanzo che non si presta a una clip di trenta secondi perché la sua bellezza sta nella sintassi, non nella trama. Su un libro che si fotografa male ma si legge benissimo - che è esattamente il contrario di quello che serve per fare numeri su Instagram.

Il catalogo si appiattisce, le proposte si assomigliano.
E, nel frattempo, la narrativa letteraria - quella che non vende su TikTok, che non genera fan art, che non ha un fandom pronto a fare la fila ai firmacopie - viene pubblicata sempre meno, distribuita peggio e relegata sullo scaffale più alto della libreria, quello che nessuno raggiunge senza una scala.

E poi ci siamo noi.

I lettori forti. Quelli che leggono venti, trenta o anche cinquanta libri l'anno. Quelli che hanno un sistema di catalogazione che farebbe invidia a una biblioteca universitaria e una TBR che è tecnicamente una seconda ipoteca sulla casa.

Noi non siamo snob - o almeno, non necessariamente.

Siamo semplicemente persone che leggono molto e che, leggendo molto, hanno sviluppato gusti specifici. Come succede con qualsiasi cosa si faccia con costanza: a forza di mangiare bene si diventa esigenti a tavola, a forza di ascoltare musica si smette di accontentarsi della playlist consigliata dall'algoritmo.

Il problema è che il mercato non ci sta più servendo.

Entriamo in libreria e troviamo le stesse copertine. Andiamo online e i consigli sono ottimizzati per chi ha letto tre libri in vita sua e vuole qualcosa di "leggero ma emozionante". Seguiamo bookblogger e booktoker e la metà delle recensioni riguarda titoli che abbiamo già scartato alla quarta di copertina.

Non è una questione di superiorità, è una questione di offerta.

Quando una fascia di mercato - quella dei lettori più fedeli, più costanti, più disposti a spendere in libri - viene progressivamente ignorata in favore di tendenze che durano una stagione, qualcosa nel sistema non funziona.

E non è BookTok a non funzionare.

Non ho una soluzione da offrire. Non sono un'editor, non gestisco un catalogo, non devo fare i conti con i numeri di vendita di febbraio.

Quello che so è che finché un libro con le ali di drago venderà centomila copie in tre settimane, l'editoria continuerà a pubblicare ali di drago.
È il mercato, bellezza!
E il mercato non legge... compra.

Nel frattempo, noi lettori forti continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto. Cercare tra gli scaffali come archeologi in cerca di civiltà perdute, scambiarci consigli sottovoce e custodire, con una certa ostinazione, l'idea che esistano ancora libri capaci di cambiare qualcosa dentro di noi.

Buona fortuna a trovarli!

 

Lettera ironica agli editori: copertine, errori e amori impossibili coi lettori



Cari editori, accomodatevi. Niente paura, non mordo. O quasi.

Sedetevi, prendete una tazza (ma niente tè pastello, vi prego) e ascoltate.
Questa non è una guerra, è una lettera d'amore un po' stropicciata, piena di ironia e qualche graffio. Perché, vedete, noi lettori vi amiamo - ma ci fate anche un po' arrabbiare. Vi seguiamo, vi sosteniamo, vi riempiamo le tasche e le storie Instagram, ma ogni tanto... ci chiediamo se viviate nello stesso mondo nostro. Quello dove una copertina è importante, ma anche una trama leggibile; dove le bozze andrebbero corrette prima della stampa; e dove non serve un titolo lungo quanto un testamento per attirare l'attenzione.

A chi pubblica solo copertina pastello con tazze di tè: serve uno psicologo (e un grafico sobrio)

Cari editori dell'estetica zuccherosa, possiamo parlare?
Ogni volta che vede una copertina con una ragazza di spalle, un fiore appassito e un font calligrafico color cipria, un lettore muore dentro.
Capisco la necessità di seguire un trend, ma siamo nel 2025: il mondo brucia, la politica delude, la vita costa. Non possiamo affrontare anche l'ennesima copertina beige con una finestra aperta e una tenda che svolazza.
E quei titoli? "La luce che brilla nell'ombra del cuore di mia nonna (che coltivava lavanda in Provenza)" - basta!
Siamo lettori, non collezionisti di bomboniere!

A chi crede che "l'editing" sia un'opinione: vi voglio bene, ma anche no

Un pensiero affettuoso a chi manda in stampa libri con refusi, dialoghi a metà e virgole messe a sentimento.
Vi immagino lì, di venerdì sera, davanti al file, pensando: "Dai, tanto nessuno se ne accorgerà". Spoiler: ce ne accorgiamo.
Soprattutto noi maniaci della punteggiatura, quelli che trovano un errore e lo incorniciano con rabbia.
Lo so, i tempi sono stretti, le scadenze assassine e i correttori di bozze umani. Ma vi prego, fermatevi un attimo prima del "Invia in tipografia". L'odore della carta nuova non copre l'odore di una bozza saltata.

A chi pubblica 42 libri al mese: siete editori o fabbriche di lievito madre?

Ci sono case editrici che producono libri come se fossero muffin: inforni, sforni, metti in vetrina, passa al prossimo.
Un po' di selezione, forse?
Non dico di pubblicare poco, ma di pubblicare bene. Date modo alle storie di respirare, di farsi scoprire, di trovare il loro pubblico.
Il lettore medio non è un aspirapolvere da romanzi, non serve nutrirlo ogni tre giorni.
Ci piace desiderare un libro, attenderlo, parlarne. Non siamo al reparto "frutta e verdura": non serve che il romanzo successivo scada entro una settimana.

A chi confonde la quarta di copertina con un compito in classe

La sinossi è un'arte, non una trappola.
Non serve raccontare TUTTA la trama, dal primo bacio all'ultima lacrima. Non serve nemmeno usare 28 aggettivi per dire che il libro è "potente, struggente, ironico, delicato, commovente e imperdibile".
Se dovete scrivere "imperdibile" su ogni romanzo, vi informo che il concetto di "imperdibile" perde senso.
La quarta di copertina dovrebbe incuriosire, non costringere a un atto di fede.
E se potete, evitate anche la frase "Un romanzo che ti cambierà la vita". Non lo farà. Al massimo mi farà cambiare posizione sul divano.

A chi non sa fare social ma ci prova con coraggio (e hashtag sbagliati)

Cari editori, lo so che volete esserci su Instagram. E apprezzo lo sforzo. Ma se l'obiettivo è conquistare lettori, forse iniziare con post non sgranati e hashtag più sensati di #letturaincredibilmenteemozionante potrebbe aiutare.
E per favore, smettiamola con i "Buongiorno lettori" alle 8 del mattino con foto stock di caffè e romanzi che nessuno ha letto.
Parlateci, non fate finta di farlo.
Noi lettori non siamo target di marketing, siamo persone con un cervello e, a volte, anche un gatto che giudica le vostre caption.

A chi sceglie gli autori come si scelgono le caramelle

C'è chi punta sui volti noti, chi sugli influencer con milioni di follower e zero idee e chi crede ancora nel talento.
A voi, ultimi romantici, dico: resistete!
Il mondo editoriale ha bisogno di scrittori veri, non di testimonial in cerca di promozione. Noi lettori ce ne accorgiamo quando dietro un libro c'è sostanza. E quando non c'è, anche.
Scegliere con criterio è un atto d'amore, non una strategia di marketing.

A chi continua nonostante tutto: vi voglio bene, davvero

Perché sì, dopo tutto questo sfogo, vi voglio bene.
Nonostante le copertine sbagliate, le trame stiracchiate e i refusi che urlano vendetta, l'editoria resta una delle poche magie rimaste.
Senza di voi, non avremmo storie, personaggi, mondi.
Senza di voi, non potremmo arrabbiarci, ridere, sognare o scrivere lettere come questa.
Quindi grazie, anche se a volte vi prenderei a colpi di segnalibro.

Alla fine, tra noi lettori e voi editori, è una storia d'amore complicata: ci facciamo del male, ma non riusciamo a lasciarci.
E, in fondo, non vorremmo mai farlo.