Le ultime chiacchiere

Cosa è uscito di recente sul blog

'L'arte di ascoltare i battiti del cuore' di Jan-Philipp Sendker: quando l'amore sceglie di restare


L'ARTE DI ASCOLTARE I BATTITI DEL CUORE
Jan-Philipp Sendker
Neri Pozza
304 pagine
12 novembre 2014

A Kalaw, una tranquilla città annidata tra le montagne birmane, vi è una piccola casa da tè dall'aspetto modesto, che un ricco viaggiatore occidentale non esiterebbe a giudicare miserabile. Il caldo poi è soffocante, così come gli sguardi degli avventori che scrutano ogni volto a loro poco familiare con fare indagatorio. Julia Win, giovane newyorchese appena sbarcata a Kalaw, se ne tornerebbe volentieri in America, se un compito ineludibile non la trattenesse lì, in quella piccola sala da tè birmana. Suo padre è scomparso. La polizia ha fatto le sue indagini e tratto le sue conclusioni. Tin Win, arrivato negli Stati Uniti dalla Birmania con un visto concesso per motivi di studio nel 1942, diventato cittadino americano nel 1959 e poi avvocato newyorchese di grido... un uomo sicuramente dalla doppia vita se le sue tracce si perdono nella capitale del vizio, a Bangkok. L'atroce sospetto che una simile ricostruzione della vita di suo padre potesse in qualche modo corrispondere al vero si è fatto strada nella mente e nel cuore di Julia fino al giorno in cui sua madre, riordinando la soffitta, non ha trovato una lettera di suo padre. La lettera era indirizzata a una certa Mi Mi residente a Kalaw, in Birmania, e cominciava con queste struggenti parole: "Mia amata Mi Mi, sono passati cinquemilaottocentosessantaquattro giorni da quando ho sentito battere il tuo cuore per l'ultima volta".

Reading Journal vs Diario di Lettura: differenze, significato e perché non esiste una regola

 

Manuale semiserio per smettere di litigare sui quaderni

Reading Journal vs Diario di lettura.
Ieri ho scoperto una cosa meravigliosa: si può discutere anche di questo.

Non dei romanzi che cambiano la vita.
Non dei finali che ci devastano.
Non delle copertine brutte come il peccato.

No.
Del nome del quaderno in cui scriviamo cosa leggiamo.

È successo così: durante uno scambio con una bookstagrammer (confronto civile almeno all'inizio, meno costruttivo alla fine), è emersa una convinzione piuttosto netta.
Secondo lei, il Reading Journal è una cosa precisa: deve contenere challenge, obiettivi, bingo letterari, categorie da completare. Senza questo, non è un Reading Journal.

Io ho fatto notare - con candore, lo giuro - che forse la differenza con un Diario di Lettura è più linguistica che strutturale. Che, in fondo, entrambi sono spazi per tenere traccia delle proprie letture. Che ognuno li riempie come meglio crede.

Apriti cielo!

Mi è stato persino fatto notare che scegliamo termini inglesi quando abbiamo una lingua italiana meravigliosa.
A me.
Io che con gli inglesismi ho un rapporto complicato e li evito come evito i capitoli inutilmente lunghi, mi sono ritrovata improvvisamente arruolata nel partito dell'esterofilia lessicale.

La vita è piena di sorprese.

Ma, ironia a parte, quella conversazione mi ha lasciato una domanda più interessante del battibecco in sé: perché sentiamo il bisogno di definire rigidamente qualcosa che nasce, per sua natura, libero?

Perché stabilire cosa "deve" contenere un quaderno di lettura?

E soprattutto: quando abbiamo iniziato a normare anche il modo in cui ricordiamo i libri?

La questione linguistica (spoiler: non è una guerra di liberazione)

Partiamo dalla base: un Diario di Lettura è uno spazio in cui si tiene traccia delle proprie letture.
Un Reading Journal è... uno spazio in cui si tiene traccia delle proprie letture.

Fine della rivoluzione.

Nel mondo anglosassone il termine "reading journal" viene spesso associato a pagine con tracker, obiettivi annuali, reagind challenge, bingo letterari, grafici che sembrano il bilancio di una multinazionale.
Ma non esiste il Codice Civile del Journal che stabilisce: "Articolo 1: senza challenge non puoi usare l'inglese".

È un'abitudine culturale. Non una legge universale.

In Italia, "Diario di Lettura" evoca qualcosa di più intimo, più riflessivo, quasi romantico (ma nel senso buono, non quello con la pioggia e i sospiri).
Annotazioni, citazioni, emozioni, pagine sottolineate.

Ma anche qui - sorpresa - nessuno vieta di mettere una challenge annuale in un diario.
Non arriva l'Accademia della Crusca a sequestrarti il quaderno.

La differenza non è ontologica.
È stilistica.
È culturale.
È, soprattutto, personale.

E accusare qualcuno di amare gli inglesismi quando quella persona li evita come i capitoli troppo lunghi, è quasi materiale da monologo serale.

Il punto vero: contenitore o prestazione?

Qui però viene la parte interessante.

Perché la domanda non è davvero "Come lo chiamiamo?"
La domanda è: "A cosa serve?"

Se il tuo reading journal è pieno di:
  • obiettivi da raggiungere
  • numeri da superare
  • categorie da spuntare
  • grafici di performance
va benissimo. Se quello ti motiva, ti diverte, ti fa sentire centrata, fallo.

Ma chiariamo una cosa con calma e senza forconi: quello è uno strumento di organizzazione, non è l'unica forma legittima.

Per molti lettori, il quaderno (chiamiamolo come vi pare) è altro.
È memoria, dialogo e stratificazione.

È quel posto dove scrivere una frase che ha spaccato il cuore e, mesi dopo, rileggerla e chiedersi: "Ma davvero ero io quella persona?"

Quando la lettura diventa solo una casella da riempire, rischia di trasformarsi in prestazione.
E noi lettori siamo già abbastanza tentati dalla gara silenziosa del "io ho letto più di te".

Il quaderno dovrebbe liberarci, non misurarci.
Non è un FitBit dell'anima.

La libertà che dà fastidio

Il punto che forse punge - ma punge con garbo - è questo: non esiste un'autorità superiore che stabilisce cosa "deve" contenere un reading journal.

Dire che "deve" avere sfide e obiettivi significa trasformare uno spazio personale in un modello da rispettare.

E la lettura, per sua natura, è anarchica.
Cambia con l'età, con l'umore, con le ferite, con l'amore, con il tempo che abbiamo o non abbiamo.

C'è chi ha bisogno di ordine, chi di silenzio.
C'è chi ama i bingo letterari e chi scrive solo una riga tremenda e potentissima.
Sono tutti legittimi.

Quello che non è legittimo è stabilire che uno sia "più giusto" dell'altro.

Una verità piccola ma solida

Chiamalo Reading Journal.
Chiamalo Diario di Lettura.
Chiamalo "Quaderno delle cose che non voglio dimenticare".

La sostanza non cambia.
È tuo.
È lo spazio in cui la lettura smettere di essere consumo e diventa esperienza.

E se qualcuno sente il bisogno di definire rigidamente cosa debba contenere... forse sta parlando più della propria idea di controllo che della lettura in sé.

Io continuerò a credere questo: un quaderno di lettura non è un regolamento.
È una relazione.
E le relazioni funzionano solo quando sono libere.

Adesso lo dico con tutta la calma possibile e con un sorriso: se vuoi le challenge, falle (le faccio anche io!).
Se vuoi solo citazioni, scrivile.
Se vuoi statistiche colorate, disegnale.

Ma non diciamo agli altri come devono abitare il loro spazio.

Perché il bello dei libri è che non si leggono mai tutti allo stesso modo... figuriamoci i quaderni!

E adesso voglio sapere una cosa: voi come lo chiamate? E soprattutto, cosa ci mettete dentro?


I blog sono davvero morti? Perché oggi scrivere online richiede più coraggio di prima

Scrivere non per piacere a tutti, ma per restare fedeli alla propria voce

I blog sono davvero morti?

"I blog sono morti."
Me lo dicono spesso. Con una convinzione tale che, per un attimo, mi prende una tenerezza infinita.
La stessa che ti viene quando qualcuno ti spiega con grande sicurezza una cosa completamente sbagliata.
Tipo quando ti spiegano come funziona il tuo lavoro. O la tua vita.

Li guardo.
Sorrido.
A volte - lo ammetto - spiattello i numeri del blog.
Le visualizzazioni quotidiane. Quelle vere, non gonfiate, non urlate, non vestite da miracolo editoriale.
E succede una cosa bellissima: cade la mascella.
Io, con enorme senso civico, non li aiuto a raccoglierla.
La lascio lì. È un momento educativo.

Perché no, i blog non sono morti.
Sono solo diventati un posto in cui non tutti hanno il coraggio di stare.

Perché oggi tenere un blog richiede più coraggio di prima

Il mio blog, per esempio, non è uno strumento.
Non è una strategia.
Non è nemmeno "un progetto".
È casa.
Ed è spazio di libertà.

Che detta così sembra una frase da tazza motivazionale, ma in realtà vuol dire una cosa molto concreta: scrivo qui solo quando ho qualcosa da dire e la dico come so dirla io.
Fine.

Questo, negli anni, mi è costato qualcosa.

Quando ho pensato di chiudere il blog (più di una volta)

Nel 2018, per esempio, ero stanca.
Stanca vera.
Avevo la sensazione di scrivere sempre le stesse cose, di girare in tondo dentro la mia voce.
Pensai seriamente di mollare.
Se il blog esiste ancora è perché, a un certo punto, entra in scena la Bacci.
E no, non come "alter ego" (che brutta immagine!), ma con un secco: "Se chiudi il blog mi trasferisco a casa tua."
E insomma, capirete che è stata molto convincente.

Poi c'è stata una seconda volta. Più recente e silenziosa.
I cambiamenti di vita dell'ultimo anno mi avevo portata a leggere meno. Meno... diciamo pure per niente.

E quando leggo meno, penso meno.
E quando penso meno, scrivo meno.
E allora il blog rischiava di diventare un posto chiuso, non per scelta, ma per inerzia.

Lì è entrato Roby. Che non ha fatto grandi discorsi motivazionali.
Mi ha semplicemente rimesso i libri in mano.
E, quasi senza chiedere il permesso, mi ha rimesso anche davanti al blog.
Come si fa con le cose importanti: senza retorica.

Ecco, questo per dire una cosa semplice: chi tiene aperto un blog oggi non lo fa perché sia facile.
Lo fa perché è necessario.

Il vero problema oggi non è la visibilità

Il vero problema è l'accomodamento.

Io non voglio più inseguire le nuove uscite.
Non voglio rincorrere trend.
Ma soprattutto, SOPRATTUTTO, non voglio essere accomodante.

Che poi non lo sono mai stata, ma è la cosa che più mi stanca quando leggo certi blog: quel tono medio, gentile, levigato, dove tutto è "interessante", "ben scritto", "consigliato".
Come se dire davvero cosa non funziona fosse una forma di cattiveria e non, invece, di rispetto.

C'è una grande bugia che circola da anni: "Scrivi per te stessa".
La verità è che quasi tutti vogliono visibilità.
Che va benissimo, per carità.
Ma allora diciamolo!
A scrivere davvero per noi stesse siamo rimaste in poche.
Io. La Bacci.
E Grazia, che spaccia libri con più onestà di certi uffici stampa.

Cosa cerca davvero chi legge ancora i blog

Chi arriva oggi sul blog non cerca entusiasmo.
Cerca tempo.

Cerca un parere strutturato, approfondito, argomentato.
Cerca qualcuno che sappia spiegare perché un libro vada letto. O perché no.
E soprattutto dove sta il problema, se c'è.

Non vuole sentirsi dire "è bellissimo". Vuole sapere perché lo è.
E se ha delle falle, vuole sapere quali sono.
Tutto quello che non entra in 30 secondi di reel.
E meno male.

Tenere aperto un blog oggi è una scelta

Forse è per questo che i blog sembrano morti: perché non sono più urlati.
Non competono, non performano, non implorano attenzioni.
Aspettano.
E chi arriva, arriva davvero.

Tenere aperto un blog oggi non è un atto nostalgico.
È un atto di responsabilità verso la propria voce.

E se, leggendo questo righe, ti sei sentita sollevata anche solo un po', allora no: non sei strana.
Non sei rimasta indietro.
Non sei sola.

Siamo poche.
Ma ci leggiamo.

'Un bel quartiere' di Therese Anne Fowler: quando il dolore diventa rumore


UN BEL QUARTIERE
Therese Anne Fowler
Neri Pozza
320 pagine
17 giugno 2021

Ampie strade, case di mattoni in stile ranch e giardini rigogliosi… Oak Knoll è un quartiere molto ambito nel bel mezzo di un’amabile città della Carolina del Nord. A Oak Knoll vivono Valerie Alston-Holt, professoressa di silvicoltura, e il suo talentuoso figlio Xavier, che in autunno partirà per il San Francisco Conservatory of Music. Esperta botanica, Valerie ama, del suo quartiere, soprattutto la maestosa vegetazione: cornioli bianchi e rosa, castagni, peri, viburni, camelie, ciliegi, cachi, cespugli di biancospino e agrifoglio. E, soprattutto, la grande quercia che svetta nel suo giardino. Qualche mese prima, però, è accaduto l’irreparabile: un’impresa di costruzioni ha abbattuto tutti gli alberi che ombreggiavano la casa accanto alla loro, demolita senza tante storie e portata via come i resti di una tempesta o di un terremoto. Ora al suo posto c’è un edificio grande e luminoso, con il suo spoglio ma costoso giardino, un’enorme piscina e, soprattutto, i nuovi vicini.
I Whitman sono l’esatto opposto degli Alston-Holt: bianchi, benestanti, popolari. Brad Whitman, della Climatizzatori Whitman, è un giuggiolone pieno di soldi; sua moglie, Julia, coda di cavallo alta e un aderentissimo top da fitness, sembra uscita dalle pagine di un catalogo sportivo. E poi ci sono le figlie: la piccola, spumeggiante Lily, e Juniper, con i suoi segreti ben celati di adolescente.
Con poco in comune, a parte un confine di proprietà, le due famiglie sono inevitabilmente destinate a scontrarsi, soprattutto quando Brad Whitman, incurante di ogni regola di buon vicinato, lascia che i lavori di ristrutturazione della casa intacchino le radici della quercia tanto amata da Valerie. Tra gli Aston-Holt e i Whitman scoppia, feroce, la guerra. Una guerra che cela in sè il seme dell’odio razzista e che rischia di sfociare nel più drammatico degli esiti. Una guerra che non si arresta nemmeno quando tra Xavier e Juniper sboccia l’amore.
Spietato ritratto dell’America di oggi, dei conflitti razziali e sociali che la attraversano, Un bel quartiere ha ottenuto, al suo apparire negli Stati Uniti, un grande successo di pubblico e di critica.

Quando smetti di funzionare: cosa ci insegna Kafka sulla vita moderna


Perché La metamorfosi è così attuale?
La metamorfosi di Kafka è attuale perché racconta cosa succede quando una persona perde valore agli occhi degli altri: quando non produce, non funziona, non è più conveniente. La storia di Gregor Samsa parla di lavoro, amore incondizionato e di quanto sia facile diventare invisibili.

C'è un modo molto rassicurante di leggere La metamorfosi: come un racconto sull'assurdo.
Sull'insetto, sulla stranezza.

È il modo migliore per non sentirsi coinvolti.

Perché La metamorfosi non parla di ciò che diventa Gregor Sansa, ma di ciò che era già: un corpo utile, una funzione economica, una presenza giustificata dal rendimento.

Kafka non ci chiede di credere alla trasformazione.
Ci chiede di accettare la normalità che la circonda.
Ed è lì che il testo smette di essere strano e comincia a fare male.

Il vero problema di Gregor Samsa: smettere di essere utile

Gregor si sveglia insetto e pensa subito al lavoro.
Non alla paura. Non allo scandalo.
Al ritardo.

Al capo. Al contratto.
Alla famiglia che dipende da lui.

Il punto non è "mi è successa una cosa terribile", ma "non sto funzionando".

Kafka capisce con anticipo disarmante una verità che oggi ci sembra ovvia, ma che continuiamo a fingere di non vedere: il lavoro non serve solo a vivere, serve a legittimarci.

Finché produci, esisti.
Quando rallenti, diventi un problema da gestire.

La colpa senza errore: quando il valore dipende dalla prestazione

Gregor non ha colpe.
Non sceglie la metamorfosi.
Non decide di fermarsi.

Eppure si scusa.
Si vergogna.
Cerca di sparire.

Kafka mette in scena una colpa preventiva, interiorizzata, moderna: non quella per ciò che fai, ma per ciò che non riesci più a fare.

Una colpa senza giudice e senza assoluzione.
E proprio per questo impossibile da estinguere.

La famiglia come sistema produttivo

La famiglia Samsa non è mostruosa.
È efficiente.

Finché Gregor mantiene tutti, è sopportato.
Quando smette, diventa ingombro.

Non viene cacciato.
Viene spostato ai margini, lentamente, con buon senso, senza scenate.

Nessuna violenza, solo adattamento.

È il meccanismo perfetto: nessun colpevole, nessun gesto eclatante, una vita che si restringe fino a diventare trascurabile.

La frase decisiva arriva dalla sorella, con lucidità amministrativa:
"Dobbiamo liberarci di lui".
Non dell'insetto.
Di Gregor.

L'orrore vero: l'adattamento di tutti

Il colpo più feroce di Kafka non è la trasformazione, ma l'abitudine.

Il padre recupera autorità.
La madre rimuove.
La sorella evolve, nel senso peggiore del termine.

E Gregor fa la cosa più devastante di tutte: assorbe lo sguardo degli altri.

Smette di mangiare.
Smette di mostrarsi.
Smette di occupare spazio.

Non viene ucciso.
Viene reso superfluo.

Gregor siamo noi quando rallentiamo

Gregor siamo noi quando il corpo cede, la testa si spegne, la vita chiede tregua.

Quando non rispondiamo subito.
Quando non rendiamo abbastanza.
Quando non siamo performanti.

Il mondo non punisce.
Archivia.

Kafka non scrive dell'assurdo.
Scrive di un sistema che non ha bisogno di essere violento per essere disumano.

L'amore, finché non costa troppo

Il passaggio finale è il più scomodo.

Gregor non perdere l'amore perché è diventato altro.
Lo perde perché amarlo costa.

Costa tempo.
Spazio. Cambiamento.

Kafka lo mostra con una precisione spietata: l'amore non sparisce di colpo.
Si ritira per fasi.

Prima meno presenza.
Poi fastidio.
Infine la legittimazione morale dell'abbandono.

Nessuna cattiveria dichiarata.
Solo frasi ragionevoli.
Comprensibili.
Terribilmente familiari.

Kafka e la verità che non consola

Kafka non chiede empatia per Gregor.
Ci chiede qualcosa di peggio: di guardare quanto facilmente accettiamo che qualcuno scompaia nel momento esatto in cui smette di essere utile, funzionale, conveniente.

Non scrive di fallimento.
Scrive di chi ha sempre fatto il proprio dovere.
Ed è proprio per questo sacrificabile.

Gregor non muore perché è diventato un insetto.
Muore perché ha smesso di funzionare.
E Kafka continua a farci la stessa domanda, senza concederci conforto: se smettessimo di rendere, chi resterebbe a chiamarci per nome?



Perché il romance è sempre la stessa storia (e fingiamo di non accorgercene)

Cliché, comfort narrativo e l'equivoco dell'incisività nel genere più difeso da tutti

Il romance: ovvero perché se incontro ancora un "lui era alto, moro e tormentato" chiamo le autorità

Mettiamo subito una cosa in chiaro: io non leggo romance.
Non per snobismo, non perché "io leggo cose difficili".
Non li leggo perché dopo un po' il mio cervello anticipa le frasi come quando rivedi un film troppe volte e inizi a recitare le battute prima degli attori.
Come a dire che li apro, leggo tre righe e il mio cervello urla: "Aspetta... questo l'ho già letto. Nel 2009. Con un altro titolo."

Apri un romance e succede questo: non entri in una storia, entri in un format.
Sai già chi si amerà, quando fingeranno di odiarsi, quando scoperanno per la prima volta.
La suspense è zero. L'imprevisto è bandito. L'effetto sorpresa in congedo permanente.

Il romance non ti racconta una storia. 
Ti rassicura che la storia sarà uguale a quella di prima.

Sì.
Come il pigiama con l'elastico allentato: comodo, ma non lo chiamerei haute couture (che poi che ne saprò io di pigiami? Boh!).

I personaggi: cloni, fotocopie, gemelli separati alla nascita (ma solo dal nome)

Lui.
Alto. Sempre.
Moro. Sempre.
Tormentato. Sempre.
Con un passato doloroso che giustifica il fatto che comunichi come un comodino dell'Ikea senza istruzioni.

Lei.
Forte, indipendente, determinata.
Lo ripete ogni tre pagine, perché dal comportamento non si direbbe.
Ha una professione creativa o vagamente improbabile, zero amiche vere e una straordinaria capacità di innamorarsi di uomini emotivamente indisponibili nel giro di 48 ore.

Si guardano. Si detestano.
Si urtano fisicamente per errore almeno tre volte (... poi Mirco finita la pioggia si incontra e si scontra con Licia e così... ah no!), facendoci dubitare del loro equilibrio fisico (oltre che di quello mentale).
Lei pensa: "Oddio quanto lo odio."
Lui pensa: "Non dovrei desiderarla." (E intanto ha un'erezione...e non è pipì mattutina!).

La desidera.
Sempre. 
Con una potenza che manco le centrali nucleari!

Il conflitto: finto come un litigio in una soap delle 16.30

Nel romance il conflitto è una cosa tenera.
Non osa mai davvero.
È sempre un malinteso. Una frase non detta. Un trauma già visto in terapia ma non metabolizzato.
Mai una vera incompatibilità, mai un abisso morale.
Mai un "forse non dovremmo" che regga più di trenta pagine.

È tutto risolvibile con:
  • una confessione piangendo sotto la pioggia (mai che si piglino una bronchite seria)
  • una corsa in aeroporto (ciao Ross, ciao Rachel. Voi sì che ci avete regalato grandi gioie!)
  • una lettera che nessuno scrive più ma che qui, guarda caso, arriva sempre (perché evidentemente loro non hanno a che fare con Poste Italiane)
Il mondo può anche essere in fiamme, ma l'importante è che loro si amino.
Il resto è arredamento.

Lo spicy: la pornografia con la sindrome da film romantico

Una volta c'era il bacio finale, quello per cui tu, lettore, avevi patito 400 e passa pagine per arrivare a quel momento intimo, tenero, quasi sussurrato: "E lui la baciò".
Fine.
Stop.

Tu gioivi, eri felice per loro, perché poi sarebbe stato tutto un "e vissero felici e contenti".

Insomma, non è che ci abbiano mai detto che Elizabeth e Darcy discutevano perché lui lasciava i calzini sporchi in giro per casa o non abbassava mai la tavoletta del water, no?!
O che Biancaneve, dalla finestra della sua camera nel castello, vedesse un meleto e le girassero di molto i coglioni!

I protagonisti, che siano di fiabe o romanzi, vivranno felici e contenti. Punto.

Adesso no.
Adesso c'è lo spicy.
E lo sai subito perché, se anche volessi ignorarlo, viene spiattellato in copertina con una sfilza di peperoncini (che i calabresi, secondo me, due diritti d'autore dovrebbero chiederli).

E sai pure che le decerebrate che arrivano da TikTok, ti chiedono subito "ma è spiiiiiiiiiicy?"
E la domanda arriva mentre tu stai parlando di "Guerra e Pace" o de "Il Conte di Montecristo".
E tu guardi beata la mole di quei romanzi e rifletti su quanta forza dovrai usare per calarglieli proprio lì, al centro della fronte.

Lo spicy, dicevamo.
Scene di sesso ovunque, sempre e comunque.
Con corpi che funzionano alla perfezione, sincroni, performanti.
Mai una smagliatura, mai un filo di ritenzione idrica.
Mai un crampo, un momento imbarazzante, un "mi stai schiacciando il braccio da mezz'ora e credo dovranno amputarmelo".

È il sesso senza realtà.
Il sesso che non suda neanche se vivi in Pianura Padana, è agosto, fuori fanno 45° col 90% di umidità e persino il climatizzatore vi dice di piantarla e andare a mangiare un ghiacciolo.
È il sesso che non ride, quello fatto solo di sospiri, gemiti, paroline sussurrate.
È il sesso delle posizioni che ti fanno fermare, riflettere e dire: "Sì, ciccia, come no!"
Perché, insomma, non sarai Moana Pozzi, ma due esperienza nella tua vita le hai fatte e lo sai che, se proprio vi viene la fregola di farlo in doccia, non è che ci siano tante alternative... a meno che tu non voglia rischiare un trauma cranico per essere scivolata sul più bello!

Insomma, un porno emotivo travestito da romanzo edificante.

La grande bugia: "non giudicate i lettori"

Ogni volta che qualcuno dice: "Non leggo romance", succede il miracolo.
Non ha giudicato nessuno, ma improvvisamente ha giudicato tutti.

Parte il coro: "Ma tu sei prevenuta", "Ma ci sono romance bellissimi", "Ma devi provarli".

Notizia shock (because): li ho provati.
Ed è proprio per questo che non li leggo.

Criticare un genere non è insultare chi lo legge.
Ma il romance vive in uno stato di difesa permanente, come se fosse costantemente sotto processo.
E quando una cosa ha bisogno di essere difesa così tanto... di solito un motivo c'è.

La grande verità che nessuno vuole dire

Il romance non è letteratura cattiva.
È comfort seriale.
È progettato per non disturbare, non mettere in crisi, non lasciare residui.

Ed è perfetto per chi lo cerca così.

Ma smettiamola di chiamarlo "letteratura universale".
Smettiamola di dire che chi non lo legge è snob.
Smettiamola di fingere che emozione e profondità siano la stessa cosa.

Se un genere ti chiede di spegnere il cervello per funzionare, non è inclusivo: è anestetico.
E se a qualcuno serve l'anestesia per leggere, benissimo!

Io non leggo romance.
Voi potete leggerli tutti.

Prometto di non portarvi via i libri.
In cambio, non provate a convincermi che sono una persona orribile solo perché non mi commuovo davanti all'ennesimo uomo alto, moro e traumatizzato.

Dopo il ventesimo non state più leggendo personaggi: state leggendo varianti.